Vassalli di Putin Il Cremlino non ha le forze per permettersi l’apertura di un secondo fronte in Bielorussia

Dopo l’omicidio del ministro Makei, si specula sull’ingresso in guerra del regime satellite di Mosca. Lukashenka fiancheggia la Russia dall’inizio, ma un suo coinvolgimento diretto nell’aggressione all’Ucraina sarebbe problematico

Esercitazione militare bielorussa
LaPresse

La morte del ministro degli Esteri bielorusso Vladimir Makei ha innescato una infinità di speculazioni, aggravando i dubbi riguardo il coinvolgimento di Minsk nell’invasione russa dell’Ucraina.

Negli ultimi mesi la Bielorussia ha infatti assunto un ruolo ambiguo nei confronti della guerra che sta devastando il Paese vicino. Da un lato, il regime di Lukashenka si è fin da subito impegnato per evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto, ponendo dei paletti al supporto dato a Mosca.

Dall’altro, proprio il rapporto di vassallaggio che subordina il suo regime al Cremlino renderebbe molto difficile per Lukashenka evadere una esplicita richiesta di intervento. Anche se non ci sono elementi concreti per sospettare che si tratti di una morte violenta, l’uscita di scena di Makei sembra per questo porre l’ultimo chiodo sulla bara della politica estera ambivalente (o “multivettoriale”, come ribattezzata dai commentatori della regione) portata avanti dal regime.

Il vassallaggio di Minsk
Makei era una figura molto vicina a Lukashenka, e per decenni è stata la faccia dei ripetuti tentativi di avvicinamento fra Bielorussa e Unione europea – così come del successivo voltafaccia di Minsk e del ritorno a una politica fortemente pro-russa, specialmente dopo l’abortita rivoluzione del 2020.

Ecco spiegata la reazione di alcuni analisti russi, come il politologo Maxim Sharov, che vedono la morte del ministro come la fine di qualsiasi prospettiva di diserzione da parte della Bielorussa dal campo sino-russo. La sopravvivenza del suo regime è ormai nelle mani delle forze di sicurezza russe e dalle linee di credito garantite dal Cremlino, che oggi più che mai non ha interesse che il suo più fedele (e ormai ultimo) alleato in Europa collassi sotto la pressione di proteste popolari.

Tutto questo non ha impedito al Mosca di imporre alcuni diktat infelici a Minsk. Fra il 24 febbraio e aprile, buona parte dello sforzo bellico russo è passato attraverso la Bielorussa, legata alla Russia tramite lo “Stato Unitario”, un’entità legale pseudofederativa che da anni prevede una progressiva unificazione delle due repubbliche ex sovietiche.

Questo costrutto costituzionale ha portato ad alti livelli di interoperabilità fra le forze armate dei due Paesi, incluso a livello logistico e infrastrutturale. L’offensiva su Kyjiv lanciata nelle prime ore dell’invasione è partita dal territorio bielorusso e pur in assenza di un coinvolgimento delle truppe di Lukashenka è evidente che senza il supporto di Minsk non sarebbe stato possibile orchestrare un’operazione così complessa e arrischiata.

Le ferrovie bielorusse sono state l’arteria principale dei rifornimenti al fronte settentrionale dell’«operazione speciale» e ancora oggi un numero considerevole di sortite aeree e attacchi missilistici contro obiettivi civili in Ucraina è lanciato da basi russe in territorio bielorusso.

L’attivazione a metà ottobre di un raggruppamento regionale di forze russe-bielorusse, schierato nel sud-ovest del Paese, aveva poi portato molti a speculare che un’entrata in guerra di Minsk potesse essere ormai alle porte. La minaccia, per quanto considerata remota anche da Kyjiv, aveva comunque spinto le autorità ucraine a rafforzare le fortificazioni a settentrione.

Un nonsense militare
Ma come tante cose in questo e altri conflitti, sarebbe a dir poco ardito aspettarsi che ciò che funziona sulla carta sia necessariamente sensata nella pratica. Un’entrata in guerra della Bielorussia porterebbe infatti una serie di grattacapi allo stato maggiore russo che di fronte a vantaggi piuttosto magri.

Prima di tutto c’è la questione geografica: l’attuale linea del fronte si estende per circa mille chilometri, dal Mar Nero fino al fiume Oskil. Anche se non sono disponibili stime accurate sul numero di truppe russe (compresa la milizia Rosgvardia, mercenari e truppe separatiste), sappiamo che gli invasori hanno avuto difficoltà a mantenere un numero sufficientemente alto di uomini per chilometro di fronte.

Il senso della mobilitazione parziale è stato anche quello di colmare alcune delle voragini che si stavano aprendo fra le posizioni russe e che gli ucraini hanno saputo sfruttare a Kharkiv a settembre. La riapertura di un secondo fronte, questa volta permanente e non limitato dalla neutralità de iure della Bielorussia, raddoppierebbe il fronte raggiungendo quota duemila chilometri, annullando così i vantaggi delle ritirate strategiche e della mobilitazione parziale.

In più, il contributo che le forze armate bielorusse potrebbero dare sarebbe piuttosto limitato. L’esercito in servizio permanente ha un organico di circa diecimila soldati, numeri modesti in confronto alle centinaia di migliaia di soldati mobilitati da entrambi li schieramenti. È inoltre improbabile che i bielorussi siano in grado di armarsi in maniera adeguata, aggravando così anche i dilemmi industriali e logistici dell’economia russa.

Non va poi sottovalutato il rischio che nascerebbe da un tentativo di mobilitazione nei confronti di una popolazione profondamente avversa alla guerra, estranea al conflitto e sottoposta a una repressione permanente da parte del regime. Le azioni partigiane contro i convogli logistici russi transitati dal sistema ferroviario bielorusso. La defezione di membri delle forze di sicurezza e dell’esercito durante l’estate indicano che la fedeltà delle truppe e dei funzionari bielorussi sarebbero tutt’altro che assicurati.

Perché la Bielorussia serve a Mosca
Come spiegare allora il brusio mediatico attorno a una improbabile entrata in guerra di Lukashenka? Al di là dell’irrazionalità che ha fino ad oggi guidato la strategia russa, più calibrata su questioni di convenienza politica che su necessità militari, è innegabile che la Bielorussia abbia iniziato a ricoprire un ruolo più importante nel concetto operativo russo.

Il Paese ricopre ormai il ruolo di un’enorme retrovia dedicata alla campagna di bombardamenti e utile al processo di mobilitazione. Qualche migliaio di mobilizovanny è stato trasferito in Bielorussia per l’addestramento, probabilmente per sopperire alla mancanza di ufficiali addestratori in Russia.

In più, un numero consistente di veicoli di combattimento per la fanteria, munizioni e carri armati T-72 è stata trasferita dalle riserve bielorusse verso la Russia. La giustificazione ufficiale (una «modernizzazione» di sistemi sovietici) suggerirebbe un aumento del livello di preparazione militare da parte di Minsk, ma è opinione corrente fra gli osservatori internazionale e i gruppi di opposizione che questa mole di equipaggiamento sia destinato alle truppe russe impegnate in Donbas.

Se si aggiungono al mix notizie riportate in maniera parziale, come quella sulla stampa di migliaia di lettere di richiamo alle armi da parte delle autorità bielorusse (una pratica che il giornale indipendente Meduza riporta essere in realtà già avvenuta nel 2020), allora si spiega come mai la non-belligeranza bielorussa viene vista con così tanto sospetto.

È tuttavia verosimile che la neutralità attuale sia molto più utile a tutti gli attori coinvolti, evitando così un allargamento del conflitto. Rimarrà da vedere se i palesi interessi militari di Mosca, la fragilità del regime bielorusso e la cautela di Bruxelles e Washington saranno sufficienti per evitare l’ennesimo, inutile bagno di sangue.