Cuore di tenebra Il turismo di guerra sta portando molte persone in Ucraina

Nelle ultime settimane sono aumentati i viaggi verso Kyjiv e altre città. Chi parte vuole sostenere e contribuire alla sua economia, o vuole magari cerca solo emozioni e paure che altrove non potrebbe provare

AP/Lapresse

Dvirtseva Square è una colata di cemento cotta dal sole. Matteo è fermo sotto una tettoia di plastica rovente di Leopoli, qui si sente l’odore di celluloide bruciata. Sopra la sua testa c’è un grande cartellone blu elettrico che segna gli orari dei bus. Quelli che partono e quelli che ritornano, quelli che hanno consumato avanti e indietro il confine che separa la Polonia dall’Ucraina.

In quel preciso punto, di solito, ci sono madri con i loro bambini, anziani che fuggono, famiglie che rientrano, fidanzati che si rincontrano. Matteo non è nessuna di queste cose. È un turista di guerra.

«C’è chi dice che lo fa per dare un sostegno all’Ucraina, per l’economia, ma penso sia una scusa», aspira l’ultimo tiro di sigaretta, «non hanno il coraggio di dire perché vengono qui per davvero. La verità è che vuoi vedere qualcosa di orribile, e ti serve vedere perché vuoi conoscere quel tipo di emozione».

Certo, c’è anche la ricaduta economica. Gli alberghi, i ristoranti, i negozi, sono tutti aperti e troppo vuoti. Eppure come spiega Matteo «se vuoi aiutare mandi i soldi in beneficenza, non fai un viaggio».

Matteo ha trentadue anni, lavora in una comunità vicino Milano. Ha i capelli rasati, gli occhi azzurri liquidi, una maglietta blu a strisce e una Nikon D810 pro al collo. Si siede su una panchina giallo metallico e sposta lo zaino a terra. Porta con sé un adattatore universale, asciugamani in microfibra, una scatola di rullini fotografici, magliette, pantaloncini, una borraccia, un cuscino gonfiabile da viaggio, e un kit per la barba. Ha anche una mappa stropicciata infilata nella tasca laterale, quella di solito non c’è, ma ha saputo che durante gli attacchi missilistici l’elettricità salta, internet si interrompe. «Ho pensato potesse tornarmi utile», dice «e infatti…» lascia la frase in sospeso e prova a ricaricare il feed del suo Instagram. La connessione va a singhiozzo.

A sette chilometri di distanza, nemmeno dieci ore prima le forze aeree ucraine hanno intercettato sette missili da crociera lanciati dai bombardieri strategici russi Tu-95. Un ottavo missile ha colpito una postazione antiaerea nella regione di Leopoli. «Per poco non ho sentito le sirene suonare, vorrei poterle ascoltare con le mie orecchie», dice. Cercano anche questo i turisti di guerra. I gargarismi insistenti degli allarmi, quei tetti di suono che schiacciano il cielo. Diventano altro. «Può sembrare curiosità, ma è di più», dice.

D’altronde il turismo di guerra non è una novità. Mark Twain nel 1856 guidava i più coraggiosi tra le rovine di Sebastopoli, simbolo della guerra di Crimea. A Manassas, Virginia, nel 1861, l’élite di Washington organizzava pic nic per guardare a ragionevole distanza la prima battaglia di Bull Run.

Rick Sweeney ha fondato War Zone Tours nel 2008, e nel 2010 c’era chi pagava quarantamila dollari per visitare Baghdad durante la seconda Guerra del Golfo. Oggi c’è chi vuole sentire le sirene che segnalano l’arrivo dei bombardieri russi.

Matteo non è l’unico ad aver scelto come meta estiva l’Ucraina. Secondo i dati registrati da Visit Ukraine, la più grande piattaforma turistica del Paese, sono, al mese, un milione e mezzo le persone che hanno visitato la piattaforma. Settantamila tedeschi, quasi venticinquemila italiani, oltre trentamila americani e ventitremila inglesi.

Visit Ukraine ha segnato un aumento del cinquanta per cento delle visite rispetto ai numeri prima della guerra.

Gli annunci sono spuntati a luglio, poi sempre più pacchetti sono apparsi sul portale. Soprattutto tour giornalieri per gruppi di dieci persone, durano tre o quattro ore ma possono essere ampliati, in base alle richieste.

Le guide turistiche traducono e accompagnano, danno indicazioni dettagliate su dove mettere i piedi e soprattutto dove non metterli. Propongono il tour Città coraggiose: «Strong and Invincible Bucha e Iprin», «Indestructible Kharkiv» e «Unconquered Mykolaiv».

«Quei pacchetti fanno vedere le città distrutte, uno di questi fa anche salire la gente sui carri armati, o simula un allarme antiaereo, per esempio fanno correre i turisti verso i bunker», spiega Matteo. Ma ci sono anche proposte che sono lontane dalla guerra, come l’itinerario Relax a Leopoli, il Family Tour nei Carpazi, o la visita alle catacombe di Odessa.

A Matteo, però, questi tour non interessano, «diciamo che se hai tempo e puoi cercare ci sono cose meno turistiche»: lui lo sa perché è entrato in un gruppo Telegram, «guarda», mostra lo schermo e comincia a scorrere immagini. Sono screenshot di chat con indirizzi cerchiati in rosso, numeri di telefono in sovraimpressione. «Vedi? Qua puoi trovare qualcosa di più interessante. Per esempio feste clandestine dentro fabbriche abbandonate, oppure c’è la possibilità di vivere giorni dentro a un bunker, per capire cosa si prova». È un turismo sotterraneo, fatto di mazzette, parole in codice, appuntamenti a ore specifiche in quei posti che Matteo ha cerchiato di rosso sul suo smartphone.

Il Dipartimento di Stato classifica l’Ucraina come Paese di livello quattro: non viaggiare. Eppure entrare non è così difficile. «Io ho preso l’aereo fino a Cracovia, e poi da lì il pullman, io l’ho prenotato su internet, ho pagato trenta euro», dice Matteo. Si può entrare anche dal confine rumeno o dalla Moldavia. «E poi qui ci sono treni, autobus, l’unica scocciatura è che ci metti un po’ di ore dato che i voli sono tutti sospesi. Parto da Leopoli e poi provo a spingermi più a est possibile». Matteo ha anche prenotato tre alberghi: «Non sono costati molto, li ho prenotati su Booking, giusto per avere dei punti di appoggio e poi giro e vedo cosa trovo».
Intorno i pullman continuano a partire, arrivare, le persone si disperdono ai bordi di Dvirtseva Square e poi spariscono. «Io scelgo di fare i conti con l’orribile, guardandolo in faccia», dice Matteo. «Vorrei avere più consapevolezza della morte».

Il suo è un esorcismo sporcato dall’indiscreto fascino della catastrofe. Dentro c’è il sublime, il perturbante, e poi c’è altro. C’è una guerra che assume una dimensione mitica ed estetizzata, un movimento che crea distanza. Una guerra di slogan che si riduce a spettacolo e per questo chiama a sé nuove platee. Diminuisce la percezione del pericolo, aumenta il desiderio di diventare spettatori, o meglio, protagonisti. «Sinceramente, tra vent’anni dire io c’ero, per me avrà un valore. Ti dà l’idea di essere parte di qualcosa di più grande. Non nego di avere un po’ di paura, ma cerco anche quella forse, ho voglia di vedere qualcosa che non mi appartiene, poterlo fare un po’ mio, esserne parte». Matteo vuole sporcarsi gli occhi per poter guardare in modo diverso, sentire quelle sirene antiaeree che gli ronzano nei timpani. E poi tornare.

A pochi centimetri si ferma un bus color mattone con una scritta gialla fosforescente che lampeggia. Dentro non c’è nessuno. Matteo carica lo zaino in spalla, sale e sparisce. Dalla parte opposta della strada c’è un’altra fermata. È identica, ma con altre persone, con altri zaini, zaini diversi. Dentro hanno tutto quello che gli resta, gli ultimi oggetti strappati in corsa prima di fuggire. Loro non sono turisti di guerra. Loro, viaggiano. In direzione opposta.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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