Top classCome destreggiarsi tra prezzo e qualità con gli Champagne cuvées prestige

Un prodotto di alto profilo non può costare poco, anche così si spiegano i prezzi delle Cuvées Prestige, vini concepiti e confezionati per fare colpo

Foto Amy Chen - Unsplash

Abbiamo visto come la Champagne si sia efficacemente adeguata alla crescente domanda di una produzione di nicchia extra-lusso, capace di innalzarsi al di sopra del suo livello già diffusamente celebrato (se l’avete perso, l’articolo lo trovate qui). È ora di immergersi nella delicata questione qualità/prezzo.

La questione del prezzo
Il prezzo, sia sa, oggi è spesso fine a sé stesso e autoreferenziale. In molti casi non è cioè determinato dai costi di produzione, dalla qualità della merce, e nemmeno solo dalla domanda, bensì si autogiustifica: un prodotto di alto profilo non può costare poco – pena perdere credibilità -, e un prezzo elevato “genera” meccanicamente qualità percepita e buona reputazione. È una strategia perversa (e risibile) che sembra funzionare molto bene.

Nel 2008 le cuvée de prestige (due volte su tre prodotte da grandi maisons) rappresentavano “appena” il 4,1% delle vendite di Champagne (ovvero circa 13,2 milioni di bottiglie); l’anno scorso erano cresciute al 4,7% (15 milioni di bottiglie), pari tuttavia al 15,6% del valore complessivo!

Certo, la produzione di una bottiglia d’alta gamma ha costi più alti di quelli, già di per sé consistenti, di uno champagne mainstream: materia prima onerosa; lunga e complessa lavorazione; conseguente immobilizzo di capitale; bottiglia, tappo ed etichettatura più cari di un vino “normale”; e via discorrendo.

Tuttavia, se in commercio si trovano ancora – magari al discount – champagne a meno di 20 euro, è difficile immaginare che un valore commerciale dieci volte più alto possa basarsi su implicazioni tecniche.

In ossequio al principio secondo il quale caro=prestigioso=buono, gli champagne extra-lusso sono stati risucchiati da un’inarrestabile spirale ascendente. Tanto più che domanda e visibilità hanno comunque continuato a salire.

Vent’anni fa Dom Pérignon – la più celebre di queste etichette deluxe – costava suppergiù 150-160.000 lire (80 euro attuali). Oggi per una bottiglia non bastano 200 euro. Le sue versioni speciali fanno poi impazzire il tassametro: P2 si trova a partire da circa 480 euro; la P3 è entrata in una logica di asta a tre zeri.

Se volete bere Cristal Roederer (vent’anni fa costava circa 200mila lire) dovreste forse riuscire a cavarvela con 240-250 euro, a patto di scovare ottime offerte.

Capitolo Krug. Il Grande Cuvée veleggia attorno a 250 euro (in lire 250mila). Per Clos du Mesnil dovrete però investire quanto meno 1.200-1.300 euro, mentre per il Clos d’Ambonnay preparatevi a sborsarne più del doppio.

In casa Bollinger potreste aggiudicarvi R.D. con 280 euro, ma per le Vieilles Vignes Françaises mille euro non saranno di certo sufficienti. Tre zeri anche per una bottiglia di Salon (nel 2005 con un amico la pagammo circa 150 euro), mentre Sir Winston Churchill si limiterà a chiedervi meno di 300 euro. E così via.

Il nodo della qualità
È la domanda che vi state ponendo in molti: ne varrà la pena?
Le cuvées de prestige sono solitamente costruite come champagnes di forte e immediato impatto organolettico: sentori evoluti, maturità espressiva, intensità olfattiva, grande corpo all’assaggio, sempre accompagnato dalla ricerca del miglior comfort gustativo possibile (solitamente con lo zampino di un dosaggio non trascurabile – ovvero con un’aggiunta finale di zucchero, operazione consentita e normale in Champagne). Insomma: sono vini concepiti e confezionati per fare colpo, fugando così eventuali perplessità. Semmai il bevitore deluso sarà indotto a dedurre di non essere all’altezza – come un osservatore poco istruito che liquidi un quadro di Picasso, Malevič, Fontana o Soulages: «Mah, sarà… ma io non lo capisco».

In alcuni casi la qualità delle cuvée de prestige è evidente. Non è detto che debbano piacere a tutti, ma il livello della materia prima e la perizia della vinificazione sono al riparo da critiche di fondo.

In qualche altro caso si tratta invece di vini di livello assai opinabile, non sempre aggraziati né eleganti, bensì concentrati sulla volontà di fare colpo. Per alcuni di essi l’approccio tecnico-produttivo è di tipo semi-industriale, ed è complicato riuscire a lavorare di cesello sui minimi dettagli quando si producono centinaia di migliaia di bottiglie – se non milioni – con il mandato di mantenere un livello omogeneo e standardizzato per mega lotti destinati al mondo intero.

Lo champagne non è un’automobile e non è dunque sufficiente potenziare le linee produttive, acquistare buoni materiali e ingaggiare buoni ingegneri per assicurare una produzione di scala.

Come tutti gli altri vini lo champagne è intimamente e inevitabilmente vincolato a ciò che la natura riesce a fornire. Una variabile “magica” estremamente complessa, frutto della convergenza tra una terra perfettamente vocata alla viticoltura; uno o più tipi di uve di valore; l’andamento meteorologico favorevole di una buona annata, nel contesto di un clima stabilmente adeguato alla produzione di vino; una competenza e un gesto agricoli inappuntabili; una sapienza lungamente coltivata in cantina (che i francesi chiamano savoir-faire). In poche parole, una o più variabili non riproducibili né sempre addomesticabili. Perciò rare, finite e limitate. Dunque non liberamente né arbitrariamente espandibili.

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