La terza proposizione di Gorgia Con l’espressione “e niente” vorremmo dire tutto, ma non diciamo niente

Da quando ci sono i social si è diffusa questa formula che sostituisce malamente parole come “allora” e “dunque”. Può essere fatalista, deluso, rassegnato o accusatorio. In ogni caso, meglio non dirlo

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«Allora, dicci un po’ com’è andata». «Niente, è successo che…». E vai con l’aneddoto: altro che “niente”, magari è la storia – orecchiata tempo fa alla radio, dalla voce di un ascoltatore – di un soldato di leva in licenza che sul treno da Napoli a Firenze fa amicizia con una signorina e quando nello scompartimento (all’epoca le carrozze avevano ancora gli scompartimenti) rimangono soli blocca la porta e si gode una mezz’ora di intimità con la fanciulla. Insomma, da niente nasce cosa, e chissà che da quella cosa non sia poi nato anche altro. Non lo sapremo mai, perché sul più bello la linea è caduta e la conversazione si è interrotta. È la costante, in quelle trasmissioni radiofoniche che si reggono sulle telefonate degli ascoltatori. Non la caduta della linea (a volte anche quella, per la verità), ma l’esordio degli interpellati: “Niente…”.

Diceva Gorgia – un retore-sofista siceliota vissuto nel quinto secolo avanti Cristo – che nulla è; e se anche fosse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Concediamogli pure le prime due proposizioni. Ma quanto alla terza…

“Niente” – pronunciato di corsa, mangiandosi le sillabe, in un’emissione sincopata di fiato – è il la che dà il via all’esposizione, non solo, beninteso, nelle telefonate radiofoniche, ma in tutte quelle occasioni pubbliche e private in cui si è sollecitati a riferire qualche cosa di sé, di ciò che ci è capitato, che abbiamo visto o ci è stato raccontato. Un po’ come il well che introduce ogni risposta di ogni intervista di ogni intervistato di lingua inglese (americano soprattutto). Mentre però il well anglosassone si adatta a introdurre qualsiasi tipo di risposta, anche di genere informativo o esplicativo o riflessivo, “niente” possiede una più specifica e prevalente attitudine narrativa. È il corrispettivo, sul piano delle storielle personali, del “c’era una volta” nell’incipit delle fiabe.

Dici “niente” e già hai in mente tutto e raccogli le idee per esporlo bene. Si potrebbe pensare a una forma di autolimitazione, un modo per mettere le mani avanti e sminuire il valore di ciò che si sta per raccontare, ma non è così. Questo “niente” ha la medesima funzione a cui in determinati contesti, ma con un uso meno frequente, sono piegate le parole “allora” e “dunque”: una funzione riepilogativa, che paradossalmente interviene all’inizio del racconto anziché alla fine, ma di fatto consegue a un implicito processo rammemorativo; il punto di intersezione tra i silenziosi meccanismi interiori della mente e la sonorità dell’eloquio indirizzato all’esterno.

Niente di nuovo, tuttavia, questo “niente” non è un tic linguistico di recente diffusione, ma un evergreen sempre sulla breccia che non fa distinzioni tra chi ne è afflitto. È invece una formula di riconoscimento reciproco che individua un tipo umano ben preciso – il tipo di quelli che si parlano sempre “tra di loro”, anche quando parlano con perfetti estranei, e si scambiano sospirosi cenni d’intesa, e soprattutto sanno sempre quali sono le mode espressive del momento – la più recente, quasi impercettibile, estensione di “niente”, che con l’aggiunta di una piccola congiunzione diventa “e niente”.

“E niente,” (la virgola è compresa nel prezzo), sospira l’amico/a di Facebook o degli altri social – perché è soprattutto nel mondo parallelo dei social, da quando ci sono i social, che la formula si è diffusa – e questo “e niente,” non introduce la risposta a una sollecitazione venuta da fuori, ma una considerazione spontaneamente sgorgata dal di dentro, generalmente relativa a fatti propri, un messaggio (un post) che idealmente spezza una fase di silenzio. Ma pretende di farlo con discrezione, sommessamente, come bussando piano alla porta dei propri destinatari, che si immaginano sempre online e pronti a recepire ogni minima esternazione degli stati d’animo altrui. C’è un senso di intimità e di informalità, di chiacchiera rilassata tra amici che quotidianamente, a caso, riprendono il filo e fanno finta di non darsi troppa importanza – ma, intanto, fanno sapere di essere sempre attivi e opinanti. 

Può essere un “e niente,” fatalista (“E niente, oggi mi è spuntato il primo capello bianco”), deluso (“E niente, io l’altra sera ho tifato per il Marocco”), rassegnato (“E niente, neanche questa volta ho centrato il Superenalotto”), accusatorio (“E niente, voi maschi proprio non ce la fate”, stizzito (“E niente, proprio quando nevica dovevano scioperare i trasporti pubblici”) e così via. Osservazioni perfettamente legittime, per carità, ma – lo ammettiamo? – anche un tantino irrilevanti. Insomma, vabbè, ma chissene… E così il “niente” che vuol dire tutto si restituisce alla sua realtà effettiva: quella di non dire niente. In fondo, anche la terza proposizione di Gorgia non era poi così sbagliata.

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