Fox Hunt Il rischio di infiltrazioni cinesi in Europa è alto e va oltre le stazioni di polizia

Dalla cooperazione giudiziaria, alle università, agli istituti di ricerca esistono tanti accordi con Pechino di cui non siamo a conoscenza perché non sono pubblicati. Intervista a Laura Harth di Safeguard Defenders

Poliziotti cinesi a un posto di blocco
AP Photo/Ng Han Guan

Dalla cooperazione giudiziaria, alle università, agli istituti di ricerca esistono tanti accordi con Pechino di cui non siamo a conoscenza perché non sono pubblicati. Intervista a Laura Harth di Safeguard Defenders Il caso delle stazioni di polizia cinesi sparse per tutto l’Occidente è su tutti i giornali del mondo, ne parla chiunque e disegna un quadro preoccupante. Sentirlo dire da Laura Harth di Safeguard Defenders, l’Ong che ha scoperchiato il vaso di Pandora, fa però un altro effetto.

Harth è stata ascoltata l’8 dicembre da una commissione speciale del Parlamento europeo sulle interferenze straniere. Speciale perché è stata creata appositamente per capire come sia stato possibile che decine e decine di caserme e uffici siano spuntate in praticamente ogni paese e cosa si può fare per tutelare la sicurezza nazionale e la vita dei cittadini cinesi residenti qui.

Com’è andata l’audizione?
«Penso sia andata bene. Ho avuto la netta sensazione che i parlamentari fossero scioccati più che preoccupati. La questione viene presa molto sul serio, penso che abbiano accolto tutte le nostre raccomandazioni, a partire dalla proposta di cancellare ogni accordo di collaborazione bilaterale con la polizia cinese».

Per dipanare una matassa abbastanza ingarbugliata, cerchiamo di farla più semplice. Quanto è alto a oggi il rischio di infiltrazioni cinesi nei paesi dell’Unione?
«A quanto pare il rischio è enorme e va ben oltre la questione delle stazioni di polizia, che è un po’ la punta dell’iceberg. Serve un’indagine complessiva che comprenda un’analisi di tutti gli accordi tra i governi europei e quello cinese negli ultimi venti, trent’anni. Penso alla cooperazione giudiziaria, alle università, agli istituti di ricerca… ci sono tanti accordi di cui non siamo nemmeno a conoscenza perché non sono pubblicati. Potenzialmente questi mettono a rischio la tenuta dei paesi. Bisogna fare un’indagine che parta dalle stazioni di polizia e che diventi più ampia. Sappiamo che questi posti sono stati costituiti in stretta collaborazione tra la pubblica sicurezza cinese e il dipartimento del Fronte Unito, una rete globale che fa operazioni di influenza e interferenza nelle politiche degli altri paesi, sia tramite i politici che tramite università e imprese, grandi o piccole che siano. Queste questioni non sono sollevate ora per la prima volta, ma speriamo che questo clamore mediatico porti qualcosa di buono e accenda la luce sui casi di repressione transnazionale che mettono a repentaglio i processi democratici».

C’è un paese in Europa che è più colpito dalle interferenze cinesi?
«Ci sono molti Paesi che sono a rischio per varie ragioni. Prendiamo per esempio Francia e Germania, che subiscono pressioni a causa dell’interdipendenza nel commercio con la Cina. Dal nostro rapporto emerge però che l’Italia è un po’ il paese più colpito da questa politica di intromissione da parte del regime di Xi Jinping. C’è però da aggiungere che mentre negli altri Paesi c’è un cambio di rotta nei confronti di queste dinamiche, perché vediamo prese di posizioni forti, in Italia ancora questa forza manca. Non consiglierei mai al governo italiano di interrompere tutti i rapporti da oggi a domani, ma magari suggerirei di prendere in analisi tutti gli accordi siglati, valutare i rischi a cui siamo esposti e vedere come agire, in collaborazione con i partner europei».

Parlando di questo viene subito in mente la firma del trattato della Via della Seta firmato nel 2019 da Giuseppe Conte, allora premier. Non è stato avventato?
«Per quanto, a mio modo di vedere, abominevole, quell’accordo, che legittima alcune delle politiche della Repubblica Popolare Cinese è solo l’ultimo di tanti atti che ci hanno resi vulnerabili e alla mercé di quel regime. La Via della Seta è stata un atto simbolico, mentre gli accordi giudiziari e di polizia, la maggior parte secretati, ci espongono molto di più».

Nel vostro report e nelle inchieste in tutto il mondo si legge del piano Fox Hunt, quello secondo cui il governo cinese rimpatria i cittadini ritenuti scomodi. Chi ha la responsabilità di difendere i cinesi che vivono su suolo europeo da un regime che può raggiungerli senza grosse difficoltà?
«In realtà il governo cinese non fa capire ai cittadini che può raggiungerli, ma lo dichiara espressamente e molto spesso. Dichiarazioni come “non siete al sicuro da nessuna parte” sono quasi all’ordine del giorno nelle conferenze stampa del ministero degli esteri di Pechino. Fox Hunt non si occupa solo dei dissidenti, ma ha uno spettro molto più ampio. I numeri ufficiali parlano di 11mila operazioni di rimpatrio andate a buon fine dal 2014 a ottobre 2022 e le operazioni spesso riguardano più di una persona. Queste sono gravi violazioni dei diritti umani e della sovranità territoriale di altri stati. Queste persone, trovandosi su suolo europeo deve essere difeso dalle autorità nazionali dei Paesi in cui si trovano: nel momento in cui sono residenti nel nostro territorio devono essere tutelati proprio come tutti noi».

Ogni volta in cui si parla di questioni che riguardano l’Unione Europea, dal peacekeeping all’economia, dalla caccia ai latitanti fino a quest’ultimo caso, si arriva sempre a un punto in cui emerge lo stesso problema: la mancanza di strutture comuni. C’è il rischio che l’estrema frammentazione dei paesi europei spinga la Cina a inserirsi in queste crepe?
«L’obiettivo della Cina è portare avanti la politica del divide et impera, creando malcontento tra gli Stati membri e parlando con i Paesi europei quasi sempre singolarmente, come abbiamo visto al G20 di Bali. Allo stesso tempo cercano, dichiarandolo anche abbastanza direttamente, di allontanare l’Unione europea dagli Stati Uniti, tentando di minare l’Alleanza Atlantica. Per esempio, Macron che parla di autonomia strategica nei processi decisionali fa gola a Pechino, che vuole proprio sentire quelle parole. Unire le forze è un processo lungo e difficile. Con il caso delle stazioni di polizia vediamo comportamenti diversi: ci sono paesi che agiscono subito, altri che sono più cauti, altri, come l’Italia, ancora poco chiari. Bisogna sicuramente approfondire assieme, per questo sono contenta del fatto che l’8 dicembre, oltre che nell’audizione al Parlamento europeo, se ne sia parlato anche al Consiglio dei ministri degli Interni dell’Unione. Ci auguriamo che ci sia una risposta comune. Questa è la direzione da seguire: è un problema urgente che va risolto con forza e rapidità».

In estrema sintesi, da uno a dieci quanto è grave questa situazione?ì
«Cento».

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