Revisione sistematicaL’Ue cambia il suo rapporto con la Cina, da «partner» a «competitor»

Durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 27, Bruxelles conferma di non voler creare ulteriori relazioni con autocrazie pericolose come Pechino. L’obiettivo è evitare la nascita di nuove dipendenze sulle catene di approvvigionamento più importanti, come accaduto già con la Russia

AP/Lapresse

Sicurezza nazionale. Una parola d’ordine particolarmente efficace in Cina quando si vuol far leva sullo spirito di unità, rievocando un passato di instabilità e di colonizzazioni particolarmente lungo, soprattutto per una superpotenza mondiale che oggi vorrebbe sfidare gli Stati Uniti.

Un sentiment condiviso da buona parte della popolazione cinese che porta ad accettare una certa aggressività in politica estera a fronte di una situazione interna non così in salute come la si vuole rappresentare. Ed è probabilmente per questo motivo che domenica Xi Jinping, nel discorso di apertura del XX Congresso del Partito Comunista Cinese, ha nominato per ben 26 volte la «sicurezza nazionale».

Il leader cinese, che si appresta ad affrontare il suo terzo mandato con qualche problema interno di troppo, ha cercato di alzare la posta su alcuni temi di politica estera, definendo «risolta» la questione di Hong Kong e sostenendo che ci sarà «la riunificazione di Taiwan» senza escludere «l’uso della forza».

Sembra però che siano gli scenari economici a creare i maggiori grattacapi a Pechino. Dopo una crescita del Pil ampiamente sotto le previsioni nel periodo aprile-giugno (+0,4%, uno dei dati peggiori degli ultimi 30 anni), i numeri sul terzo trimestre annunciati per il 17 ottobre stanno tardando ad arrivare senza una giustificazione, alimentando le preoccupazioni degli investitori. A questo scenario vanno aggiunte la crisi del mercato immobiliare e la gestione quantomeno dubbia del Covid, che continua ad avere pesanti ripercussioni sulla vita dei cittadini e sull’economia.

Un nuovo duro colpo alla Cina potrebbe arrivare anche da Washington, dopo che Biden ha annunciato le restrizioni sulla vendita di tecnologie per i semiconduttori.

C’è poi la delicata questione dell’invasione russa in Ucraina su cui Pechino, pur definendosi alleata di Vladimir Putin, ha sempre avuto una posizione ambigua. La guerra non piace a Xi Jinping ma l’alleanza con la Russia rimane strategica in chiave anti-Stati Uniti. Una situazione che però rischia di togliere ulteriore credibilità in politica estera a un Paese che negli ultimi anni ha provato a compiere alcuni sforzi per scrollarsi di dosso l’etichetta di potenza inaffidabile, prima delle escalation di Hong Kong e Taiwan.

Il sommarsi di queste situazioni ha creato forti preoccupazioni anche a Bruxelles e ora l’Europa sembra pronta a una revisione sistematica dei rapporti con la Cina. L’ambiguità di Pechino sulla situazione russa, infatti, ha raffreddato non poco le relazioni tra due potenze che contano scambi commerciali per 878 miliardi di dollari.

Dei rapporti Ue-Cina si è discusso nella giornata di ieri in occasione del Consiglio dei Ministri degli Esteri in Lussemburgo.

Durante il vertice a 27 è stato presentano un documento stilato del Servizio europeo per l’azione esterna in cui la Cina viene descritta come un «competitor» più che un partner. Un cambio di paradigma non banale, che lascia presagire la necessità di non creare delle dipendenze su alcune catene di approvvigionamento, così come fatto con la Russia sul gas. Soprattutto ad appena due anni di distanza dalla firma dell’accordo sugli investimenti con la Cina, fortemente voluto dall’allora cancelliera tedesca Angela Merkel.

Anche dal punto di vista degli scambi commerciali e delle politiche ambientali, dove la lotta alla concorrenza sleale delle aziende cinesi è aperta ormai da tempo, sono in arrivo nuove regole più rigide:.

L’Europa non ha ancora avuto un approccio duro nei confronti di Xi Jinping come quello degli Stati Uniti e più recentemente del Regno Unito. Dopo l’aggressione di un manifestante cittadino di Hong Kong da parte delle guardie del Consolato cinese a Manchester, infatti, i rapporti tra Londra e Pechino sembrano più tesi che mai.

La premier britannica Liz Truss designerà formalmente per la prima volta la Cina come una «minaccia», in un importante cambiamento della posizione diplomatica britannica. Un aggiornamento formale ma anche di contenuto rispetto alla definizione di «concorrente sistemico» che ne aveva dato il governo di Boris Johnson. La nuova posizione decisa dal nuovo esecutivo ha un motivo molto chiaro: «La Cina è la più grave minaccia a lungo termine per i nostri valori e il nostro modo di vivere», ha detto Truss.

La sensazione è che qualcosa sotto l’aspetto delle relazioni presto cambierà anche a Bruxelles, in attesa di decisioni vincolanti e più concrete delle prossime settimane.

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