Ivan FedorovL’Occidente deve isolare Putin e trattarlo come un terrorista

Il sindaco di Melitopol, a Strasburgo per la cerimonia del Premio Sakharov, racconta a Linkiesta la resistenza partigiana nella sua città e chiede agli alleati europei più unità, senza cedere ai ricatti di Orbán sulle sanzioni, per una pace davvero giusta

Il sindaco di Melitopol, Ivan Fedorov
Foto di Philippe Buissin/Parlamento europeo

«Chi vi paga? Dove sono gli americani?». Sono le prime domande che l’Fsb russo ha rivolto al sindaco di Melitopol, Ivan Fedorov, quando l’ha rapito perché si era rifiutato di collaborare con gli invasori. Era il trailer di ciò che avrebbero fatto ai civili. L’idea stessa della democrazia, per quella soldataglia, era inconcepibile. Non si spiegavano che il consenso potesse essere spontaneo, abituati com’erano ad estorcerlo a mitra spianato. La città è sotto occupazione dal primo marzo, la resistenza continua. A Strasburgo per la cerimonia del Premio Sakharov per la Libertà di pensiero, conferito dall’Europarlamento al coraggio del popolo ucraino, Fedorov spiega a Linkiesta che l’Occidente deve riuscire a formulare una risposta univoca su cosa intenda come vittoria dell’Ucraina. Vladimir Putin è un terrorista e come tale va trattato: isolato con tutti gli strumenti possibili.

Com’è la situazione in questo momento a Melitopol?
«Molto pericolosa. Nessuno ha garanzie di sicurezza, né i civili né ovviamente insegnanti, dottori e altro personale. Se qualcuno indossasse un braccialetto giallo e blu come il suo, o esibisse quei colori su una maglietta o su una bandiera, finirebbe in prigione. Non funziona nessun servizio sotto il regime marziale. Non si trovano medicine, molti dottori sono scappati dai territori occupati. I russi usano i nostri ospedali come ospedali militari per i loro soldati. Per questo abbiamo chiesto ai nostri cittadini di lasciare il prima possibile la regione, verso l’Ucraina libera e l’Unione europea, perché lì possiamo proteggere la loro sicurezza. Nei territori occupati non c’è nessuna garanzia, i russi sono come una scimmia con una granata in mano» (è un detto ucraino: non sai cosa aspettarti da un animale stupido con una bomba a mano, ndr).

In conferenza stampa ha raccontato il coraggio dei cittadini che sono andati nella piazza centrale a dire ai russi “Andatevene, non abbiamo bisogno di voi”. È ancora possibile?
«Nessuno può manifestare le sue idee pubblicamente. Nessuno. Chi lo fa si ritrova in pochi minuti in prigione. Ma se parliamo della resistenza attuale, come ha rilevato l’Institute for the Study of War americano, Melitopol è considerata tra i centri dell’attività partigiana ucraina. Oggi la resistenza non si può mostrare, ma è fattibile. Per questo molti dei nostri cittadini combattono come partigiani e naturalmente hanno canali comunicativi con l’amministrazione comunale in esilio, con i servizi segreti, per ricevere materiale ed equipaggiamento, perché aiutino l’esercito a difendere la nostra terra»

Martedì è stato bombardato un ponte sul fiume Molochna che è considerato strategico nella regione di Melitopol. Ci passava materiale per la Crimea?
«Se guarda sulla mappa, il ponte di Crimea non è stato distrutto completamente, ma il traffico non è ripreso al cento per cento. Molti convogli dalla Russia verso la Crimea attraversano i territori occupati. Ci sono solo due buone strade: la prima è quella che è stata fatta saltare martedì. Adesso ne resta un’altra. Penso verrà interrotta nel futuro più prossimo, perché il nostro obiettivo attuale è distruggere la rete logistica dei russi. Ogni giorno decine o centinaia di armi pesanti passano da Melitopol, parliamo di bombe e rifornimenti, per questo è così importante bloccarli. Al tempo stesso, dobbiamo capire che spesso i russi usano episodi come questo per la loro propaganda. Non sono sicuro al cento per cento su chi abbia distrutto il ponte. Se penso al futuro immediato, non ritengo fosse una necessità pressante per le nostre forze armate. Rimane una questione aperta».

Nonostante l’ostruzionismo di Stati come l’Ungheria, le sanzioni funzionano. Come valuta quelle europee adottate finora?
«Se la guerra fosse cominciata in Ungheria, ogni questione politica sarebbe chiusa. Oggi Putin e i suoi rappresentanti sono terroristi. Come ci si comporta con i terroristi? Li si isola. Con le armi, con le sanzioni, con le relazioni diplomatiche, negando i visti, e alla fine dobbiamo punire questi terroristi. È per questo che le sanzioni sono troppo importanti, ogni azione lo è. In patria, come nei territori temporaneamente occupati, i russi creano un vuoto di informazione e lo riempiono solo con la loro propaganda. Perché il mondo civilizzato non può fare lo stesso con la finanza, il petrolio, i visti turistici? Dobbiamo farlo. Devono farlo l’Ungheria e tutti gli altri».

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha minacciato il veto sull’assistenza finanziaria a Kyjiv come ricatto per sbloccare i fondi comunitari congelati. Come è stata recepita la notizia?
«In Ucraina pensano che Orbán sia pazzo come Putin. È la verità, e non sono solo gli ucraini a pensarlo. Io li capisco: per ogni ucraino il fascismo della Seconda guerra mondiale e il “rascismo” che la Russia pratica oggi sono la stessa cosa. È chiaro per molte generazioni di ucraini che difendono la nostra libertà. Per noi è molto difficile comprendere perché parte del mondo civilizzato e l’Ungheria fatichino a rendersene conto. Oggi c’è una sola differenza tra il “rascismo” e il fascismo. Il fascismo provava a mettere la sua nazione al primo posto, Putin invece spinge sempre più a fondo il suo Paese nel baratro con la guerra. Per questo chiedo a Orbán cosa vuole fare della sua nazione. Allearsi con Putin?»

Perché lo fa?
«Non ho una risposta diplomatica. È una scelta dei cittadini. Oggi l’Ungheria è un Paese democratico: possono andare alle elezioni, votare per diversi partiti. È una decisione che spetta a loro, chi sia il loro premier. Non è una domanda solo per il primo ministro, ma anche per gli ungheresi».

Gli ucraini combattono anche per i russi. Dopo un primo accenno, nella Federazione non abbiamo (più) visto proteste in piazza per la pace.
«La Russia e l’Ucraina sono due Paesi molto diversi. L’Ucraina è una democrazia, per contro la Russia è una dittatura totalitaria. In Ucraina la democrazia è normale. Una delle prime cose che l’Fsb (i servizi segreti militari russi, ndr) mi ha chiesto quando mi hanno rapito è stata: “Chi paga per le manifestazioni pro Ucraina?”. Nessuno, gli ho risposto. Insistevano: “No, è impossibile. Forse l’America”. Ma quale America, gli dicevo. “Dove stanno gli americani a Melitopol?” Non ci sono. Tutto ciò dimostra bene la differenza. In Russia non sono scolarizzati sulla democrazia e questo è il risultato. Secondo i report dei nostri alti comandi, quasi centomila soldati russi potrebbero essere morti. E qual è stata la reazione della popolazione? Nessuna. Non hanno la democrazia dentro di loro».

Quali sono i prossimi passi per raggiungere la vittoria?
«Lei è italiano? Ho io una domanda per lei, se posso. È molto semplice. Cosa significa per l’Italia la vittoria dell’Ucraina? Come? In cosa consiste? È una domanda molto semplice, ma nessuno sa rispondere».

Probabilmente ci sono ventisette risposte diverse…
«Non solo ventisette, ma centinaia. Voglio chiedere ai rappresentanti degli Stati membri, non come presidente, ma come cittadino ucraino: cosa intendete quando parlate di vittoria dell’Ucraina? È la liberazione dei nostri territori? Allora non è abbastanza. È punire i vecchi crimini di guerra? Non è abbastanza. È risarcire i danni? Non è abbastanza. Perché oggi la Russia ha incluso la mia città nella sua Costituzione e non capisco, quando libereremo Melitopol, cosa faranno di quella Costituzione. È come se avessimo molte equazioni, ma non ci fosse la formula della vittoria in Ucraina. Ma abbiamo bisogno di scrivere questa formula, sottolinearla e applicarla. È questo che chiediamo a tutte le nazioni. Per favore state al nostro fianco, stiamo difendendo anche voi».

X