Semplicità è grandezzaL’arte di Salvo è sempre stata democratica, ma mai populista

Dentro il percorso artistico del pittore Salvatore Mangione, divenuto celebre grazie un intrigante mix fatto di piacevolezza estetica, a tratti persino decorativa. Verso la fine della carriera si è convertito a immagini più malinconiche, ma senza mai perdere la sua capacità di veicolare emozioni potenti attraverso forme essenziali

SALVO (Salvatore Mangione) I giorni della Galaverna, 2010, Courtesy of Dep Art

Il “caso Salvo” è sempre più al centro della scena dell’arte contemporanea non solo italiana. L’artista, il cui vero nome era Salvatore Mangione (1947-2015), dopo la prematura scomparsa è stato celebrato in tutto il mondo: dalla personale al MACRO di Roma nel 2019 alle mostre al MASI di Lugano, passando per la Fundación Cristino de Vera in Spagna nel 2017. Anche il mercato dell’arte riconosce con sempre maggiore interesse il valore dell’artista: dopo il record d’asta nel 2022 (155.500 euro alla Blindarte), Salvo è stato a novembre tra i protagonisti della Abu Dhabi Art Fair con la galleria milanese Dep Art.

Il segreto di questa inarrestabile ascesa è un intrigante mix fatto di piacevolezza estetica, a tratti persino decorativa, forte apparato concettuale e un oculato approccio al mercato. Non è del resto facile incontrare nella storia dell’arte italiana recente casi di successo prima e dopo la scomparsa dell’artista: da un lato non sempre gli artisti sono (stati) in grado di mantenere in vita l’equilibrio tra logiche di mercato e la fondamentale salvaguardia del proprio genio creativo, dall’altro il problema dell’eredità culturale di un artista è un tema che spesso si scontra con vicende familiari e scaramanzia dell’artista in vita, che non ama pensare al “dopo”. 

Salvo, Io sono il migliore, 1970, lapide in marmo, courtesy of Archivio Salvo, Torino

La storia di Salvo invece è un’altra: il successo precoce è stato custodito dall’artista per tutta la sua vita ed è continuato dopo la sua scomparsa grazie all’Archivio, istituito dalla famiglia nel 2016. Senz’altro influenzato dall’arte povera, Salvo matura un proprio linguaggio espressivo unico e facilmente riconoscibile: dopo le prime “egocentriche” lapidi (“Salvo è vivo” o “Io sono il migliore”) arrivano i geniali autoritratti fotografici (1970) in cui l’artista sovrappone la propria fisionomia a quella di personaggi storici (Raffaello). 

Queste opere giovanili portano Salvo a confrontarsi con le sue origini siciliane e più in generale con il passato, così che l’artista a partire dagli anni Settanta si dedica quasi unicamente alla pittura: nel 1974 numerosi dipinti, in cui l’artista si rappresenta nelle sembianze di famosi Santi della storia dell’arte, vengono esposti al Wallraf-Richartz-Museum di Colonia. Nel 1977, a soli trent’anni, gli viene dedicata una retrospettiva al Museum Folkwang di Essen in Germania. Ciò che affascina da subito il mercato internazionale, forse prima di quello italiano, è la capacità dell’artista di recuperare tecniche e modi della pittura tradizionale, reinterpretandole in chiave contemporanea, ironica e allo stesso tempo concettuale.

Salvo, Una sera, 1990, collezione privata

Come sempre, anche i capolavori di Salvo nascono dall’unione sintetica di contrasti, che nel gesto artistico trovano la propria risoluzione. Del resto, a ben vedere si può dire che Salvo riuscì ad essere per tutta la propria esistenza profeta di se stesso: dotato di una forte consapevolezza di sé, quasi ossessionato dal fare qualcosa di originale che fosse espressione unica e riconoscibile del suo genio non solo nel tempo a lui presente, non si lasciò mai catturare e imbrigliare dal bisogno di appartenere a movimenti e/o correnti artistiche. 

Amico di tanti Maestri (con Boetti condivise persino lo studio) riuscì a essere indipendente espressione del suo tempo, imitato, ma mai imitatore. Ciò gli fu possibile grazie a una profonda cultura classica e non (era un lettore accanito e onnivoro), elemento trasversale a tutta la sua ricerca artistica e complementare alla innata capacità tecnico-pittorica e compositiva. Nel paesaggio Salvo trova infine la propria maturità artistica, forse oggi la parte più conosciuta e celebrata della sua arte.

Questi “luoghi” onirici appaiono il risultato del viaggio attraverso il ricordo e costituiscono una meta-riflessione sulla memoria e su ciò che resta dell’esistenza umana: non a caso alla fine della sua carriera arrivano i paesaggi notturni e innevati, pervasi sempre più da una struggente malinconia. Come nella migliore pittura, grande protagonista è la luce, impiegata dall’artista per far esaltare la teatralità del paesaggio in cui l’essere umano lascia spazio alla dimensione mistica e trascendente di chiese, templi e minareti.

Ciò che caratterizza in ultima istanza tutta la ricerca artistica di Salvo è il riuscire ad arrivare subito allo spettatore: la sua è però un’arte democratica ma mai populista; in essa il gesto e il proprio pensiero artistico non sono mai banalizzati. Salvo aveva capito che la grandezza risiede nella semplicità e che è compito dell’artista veicolare emozioni potenti attraverso forme essenziali e quasi geometriche.

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