Oltre la federazioneCinque consigli per unire sul serio i liberaldemocratici

Bisogna disegnare un percorso condiviso che dal 14 gennaio 2023 fino al prossimo settembre porti a una casa politica comune, radicata sul territorio con più leader legittimati democraticamente

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Il 14 gennaio 2023 si sta avvicinando più veloce del previsto. L’annuncio dell’iniziativa milanese organizzata da Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Sandro Gozi e tanti altri, è stato il primo vero passo in avanti verso il sogno libdem italiano. Quello che storicamente, dagli avversari, raccontavano come un pollaio troppo piccolo con troppi galli scaratteriati ed egocentrici, nella realtà dei fatti si sta rivelando un bel laboratorio politico che in un futuro abbastanza prossimo potrebbe anche dare inaspettate soddisfazioni.

Carlo Calenda e Matteo Renzi, entrambi eletti in Senato, stanno dimostrando quotidianamente di riuscire a portare avanti un coordinato lavoro di squadra e di essere riusciti a mettere da parte, quantomeno pubblicamente, gli storici personalismi. Con Luigi Marattin, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Matteo Richetti e Raffaella Paita su tutti, si inizia a intravedere una prima classe dirigente capace anche di andare oltre ai due leader ingombranti. Se il buon risultato elettorale dello scorso settembre di Azione e Italia Viva sembrò a molti un interessante punto di inizio, le prime settimane post voto hanno dato la sensazione che, in un certo senso, entrambi i partiti si sentissero più che sufficienti a rappresentare l’area del Terzo Polo. O, almeno io, ho letto la federazione tra le due realtà più come un loro punto di arrivo piuttosto che un punto di partenza di tutta un’area politica ben più larga.

Per certi versi era inevitabile che accadesse che, da una parte gli azionisti e gli italiavivaisti si sentissero i protagonisti indiscussi di quel risultato ottenuto (nelle grandi città dove militano i gruppi dirigenti, si è spesso superato anche il 10 per cento con punte persino oltre il 20 per cento), dall’altra che ci fossero tantissime persone attualmente non iscritte in nessuno di questi due partiti ma che, oltre ad aver votato Terzo Polo, iniziassero a chiedere a gran voce la nascita di un unico partito liberale, riformista ed europeista che riuscisse a dare una casa a tutti coloro che, nel nostro Paese, arrivati a questo punto pretendono una vera e propria Renew italiana.

L’iniziativa del 14 gennaio va proprio in questa direzione: superare le attuali sigle, equilibri e personalismi col fine di provare a costruire, tutti insieme, e stavolta veramente dalle fondamenta (non che tu mi inviti nella casa che hai già iniziato a costruire con altri), quello spazio politico che ci vedrà impegnati fin da ora e per molti anni. Per questo motivo, in maniera molto educata e assolutamente non richiesta, vorrei dare cinque consigli a tutti i promotori per la buona riuscita di questo percorso che, mi auguro, da settembre possa già diventare realtà.

1. Road map
Spesso, ciò che manca in questi percorsi è la chiarezza di base. Chi siamo? Dove stiamo andando? Quando e come inizieremo? Con quali regole staremo insieme? Serve chiarezza e occorre disegnare fin da subito un percorso condiviso che, dal 14 gennaio 2023 fino al prossimo settembre (non oltre, perché poi si entra nel vortice delle Elezioni Europee e delle inevitabili schermaglie per le candidature), ci porti tutti in questa benedetta nuova casa tanto agognata e altrettanto desiderata. Sappiamo tutti quanto il viaggio, spesso, sia forse più importante della meta finale.

2. Leaders (al plurale) sì, ma eletti democraticamente
Nell’ultimo documento prodotto dall’ultima assemblea nazionale di Azione a Napoli, si è posto come condizione necessaria a federarsi con altri soggetti il fatto che questi accettassero in maniera arbitraria la leadership di Carlo Calenda. Mi dispiace cari amici azionisti ma così, il giochino, non sta in piedi. Primo perché non è pensabile che questo famoso pollaio, così complesso e variegato, possa essere guidato da un solo gallo. Peraltro imposto in maniera quasi divina e calata dall’alto. Semmai, abbiamo la grande opportunità di provare a far giocare la partita a un’ottima squadra con diversi elementi di grande spessore, ognuno per le proprie competenze. Inoltre, è assolutamente necessario che i processi di selezione della futura classe dirigente passino da metodi e formalità democratiche. I leaders, al plurale, dovranno essere scelti dagli iscritti. Non dal giudizio di una parte di essi.

3. Attenzione al territorio
Nell’epoca del trionfo della fluidità persino in politica, non bisognerebbe mai scordarsi che, per progetti duraturi, serve un vero e proprio radicamento nel territorio. Magari con strutture più snelle delle vecchie “sezioni di partito” e, senza ombra di dubbio, anche questo è un aspetto che non andrà sottovalutato in alcuna maniera. In uno dei quadri più idealistici, il percorso politico dei singoli dovrebbe iniziare nel proprio territorio. Accumulare esperienza a livello locale e imparare a conoscere il funzionamento delle istituzioni pubbliche dovrebbe essere l’inizio di ogni carriera politica. L’esatto contrario del populismo, che ha catapultato dei normali cittadini privi di alcuna esperienza politica e istituzionali fino al Parlamento (con uno in particolare, sono riusciti a portarlo direttamente a Palazzo Chigi).

4. Contendibilità
Basta partiti personali o familiari. Il nuovo soggetto politico dovrà essere trasparente, scalabile, contendibile e veramente democratico. Non sono poi tanto sicuro che lo strumento dei congressi sia ancora quello migliore o quello più adatto. Troppo spesso, recentemente, abbiamo assistito a regolamenti di conti, spaccature e guerriglie tra fazioni opposte che non hanno fatto altro che spaccare in mille pezzi i partiti. Su questo, e su altre modalità contemporanee di partecipazione, selezione e formazione della classe dirigente del futuro, sarà opportuno riflettere in maniera molto attenta e scrupolosa. Cosa certa è che, qualunque forma assumerà questa “roba”, questa dovrà essere contendibile da chiunque ambisca a guidarne i processi decisionali. Ovviamente, nei modi, nei tempi e con le regole che verranno stabilite. Siccome si dice da sempre di voler rimettere al centro il merito, questa è una grande occasione.

5. Terzi, ma per davvero
Il panorama politico liberal democratico italiano porta inevitabilmente con sé la storia recente di migliaia di appassionati, militanti e iscritti. Ognuno di noi ha il suo percorso politico più o meno recente e tutti siamo stati iscritti, con più o meno convinzione, chi nel Partito democratico, chi in Forza Italia, chi in +Europa, chi in Radicali Italiani, chi in Scelta Civica, chi nell’UDC e così via. insomma, i nativi politici alla prima esperienza politica con il Terzo Polo sono davvero pochissimi (e giovanissimi, un patrimonio da coccolare). Oltre alla necessità di non mettere nessuno sull’uscio della porta a fare le analisi del sangue per stabilire chi può e chi non può far parte di questo nuovo progetto, occorre sottolineare con decisione e chiarezza di come la vera forza del Terzo Polo sia la netta equidistanza da questo PD, dal Movimento 5 stele e da questa destra nazional populista. Recidere quei cordoni ombelicali che ci legano tutti al nostro passato è, senza ombra di dubbio, una delle ultime cose da fare in questo complesso 2022.

Se non altro, per arrivare mentalmente ed emotivamente pronti all’iniziativa del 14 gennaio a Milano dove anche io, ovviamente, sarò presente insieme a molti di voi.

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