Chiudiamo le frontiere, anzi noL’Europa va a due velocità anche sui diritti e sull’accoglienza

La guerra alle Ong del governo Meloni non porta risultati. Incapaci di autocritica, gli Stati membri danno un vago contentino all’Italia sul «Paese di bandiera» delle navi umanitarie, ma continuano a eludere il vero problema: una gestione comune per la redistribuzione automatica dei rifugiati

Migranti soccorsi in mare nel Mediterraneo
Foto: Jeremias Gonzalez/AP

Un documento che molti citano ma che nessuno ha visto, proposte vecchie e non risolutive e codici di condotta che ci riportano al 2017. L’Europa offre pochi spunti o passi in avanti rispetto alle politiche migratorie comunitarie e al loro superamento. Vittima ancora una volta dei veti di Paesi del blocco di Visegrad.

Questo nonostante il Mediterraneo centrale sia tornato nel dibattito politico di Bruxelles a tre anni dagli accordi di Malta, quando Italia, Francia e Germania siglarono con La Valletta l’accordo di redistribuzione dei migranti arrivati via mare. Eppure siamo sempre allo stesso punto: c’è chi spinge per una redistribuzione automatica, stabilita da quote, e chi pone il veto perché il tema non lo riguarda, non gli interessa. L’Europa a due velocità di cui si è parlato sui temi economici vale anche per i diritti e l’accoglienza.

Nell’ultima riunione dei ministri della Giustizia e dell’Interno dei governi Ue è stato approvato un documento molto vago che parla di «cooperazione tra gli Stati» senza specificare di che tipo e soprattutto senza aggiungere nulla al Patto europeo per le migrazioni e asilo, che già prevede una quota redistributiva su base volontaria e la solidarietà dei Paesi che non vogliono accogliere nei confronti di quelli di primo approdo.

Si parla anche di potenziare gli accordi con gli Stati di partenza per dei rimpatri veloci, cosa già prevista e praticata a livello comunitario con molte nazioni, addirittura con l’Afghanistan, dove venivano riportati i profughi fino all’agosto del 2021 perché dichiarato Paese sicuro. Come è andata a finire lo sappiamo, ma da parte dei Ventisette non c’è stato neanche un accenno di autocritica su questa scelta.

L’unica novità è un contentino all’Italia: coinvolgere lo Stato di bandiera dopo che una nave effettua un soccorso. Questo è il cavallo di battaglia di Matteo Piantedosi e la riunione dei ministri europei ha accolto questa richiesta di Roma per dimostrare vicinanza all’Italia nei giorni in cui la crisi diplomatica con la Francia aveva isolato il governo Meloni dal contesto Ue. Come lo si potrà fare non è chiaro visto che le leggi internazionali non lo prevedono.

Nulla di nuovo insomma. Ma intanto il flusso non si ferma e la guerra avviata contro le Ong non ha portato risultati: novemila arrivi in Italia a novembre e poco più del dieci per cento attraverso le navi umanitarie, un dato in linea con quello fornito dallo stesso Viminale nei mesi scorsi e che parlava del quattordici per cento dei soccorsi coperti dalle Ong, mentre il restante ottantasei è effettuato dalla Guardia Costiera italiana, dalla Guardia di Finanza o, in minima parte, sono sbarchi autonomi.

Eppure solo pochi giorni fa in un’intervista al Corriere della Sera la presidente Giorgia Meloni parlava di pull factor e di «naturale convergenza» tra Ong e scafisti. Sul pull factor non c’è niente di nuovo perché è un’accusa vecchia che periodicamente rispunta, ma non ha mai trovato un riscontro nei dati.

Una ricerca di Matteo Villa (Ispi) e Eugenio Cusumano (Università di Leiden) già nel 2020 avevano smontato questa tesi che oggi torna con forza grazie a un fantomatico documento di Frontex mai reso pubblico e che la stessa agenzia europea di controllo delle frontiere ha commentato al Manifesto il 17 novembre: «La situazione migratoria è il risultato di una combinazione di molti fattori di spinta e attrazione, uno dei quali potrebbe essere la presenza di imbarcazioni di soccorso in alcune aree particolari» aggiungendo però che anche «meteo, vicinanza di navi delle Ong e degli Stati membri, situazione nei Paesi di arrivo» potrebbero essere una tra questi fattori di attrazione.

Nessuna «naturale convergenza», per dirla alla Meloni, tra Ong e partenze ma le navi umanitarie rientrano tra i tanti fattori che “potrebbero” influenzare le partenze.

In tutto questo ci sono due piste giudiziarie da tenere in considerazione: per Matteo Salvini continua il processo per il blocco della nave Open Arms dell’agosto 2019, le accuse sono omissione di atti d’ufficio e sequestro di persona, per aver negato lo sbarco a Lampedusa delle persone soccorse dalla nave spagnola.

Ma c’è un altro risvolto giudiziario che potrebbe influenzare le prossime scelte sulle politiche migratorie europee: l’European centre for constitutional and human right (Ecchr), una Ong tedesca, ha presentato insieme a Sea Watch un dossier alla Corte penale internazionale dell’Aja nel quale indica gli ex ministri dell’Interno italiani Marco Minniti e Salvini, l’ex e l’attuale premier maltese Jospeh Muscat e Robert Abela, l’ex direttore dell’Agenzia Frontex Fabrice Leggeri, l’ex Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri Federica Mogherini e dei membri del centro di coordinamento del soccorso marittimo italiani e maltesi, funzionari di Eunavfor Med e del Seae, il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) come responsabili dei respingimenti in Libia dei migranti.

Secondo il dossier tutti sapevano che tornando in Libia i migranti avrebbero nuovamente subito violenze e abusi, ma nonostante questo hanno continuato a finanziare la Guardia Costiera libica tra le cui fila spicca il nome di Bija, un ufficiale sul quale pende un mandato di cattura internazionale dopo che l’Onu lo aveva classificato come criminale proprio per traffico di esseri umani.

Eppure si torna a chiedere un nuovo codice di condotta per le navi umanitarie, accusate dagli esponenti del governo italiano di essere «taxi dei clandestini» (Antonio Tajani) e di fornire «viaggi organizzati» (Salvini), mentre si elude il vero problema: una gestione europea per la redistribuzione automatica dei rifugiati e corridoi umanitari dai Paesi limitrofi a quelli in guerra o colpiti da carestie.

Perché mentre capiamo come chiudere le frontiere e fermare gli sbarchi al Viminale fanno i conti con il decreto flussi, necessario per mandare avanti interi settori produttivi. Coldiretti ha parlato di oltre centomila lavoratori per il settore agricolo, poi ci sono l’edilizia, la logistica e altri ancora. Numeri nettamente maggiori di quello di tutti i migranti arrivati in Italia nel 2022, senza contare che la quasi totalità di loro in pochi giorni era già sul confine francese per proseguire il viaggio.