Tutto rimandato La politica migratoria europea non cambia con una «riunione straordinaria»

Esordio interlocutorio per il ministro Piantedosi a Bruxelles: nessuna decisione e posizioni ancora divergenti. La Commissione però apre all’ipotesi di un codice per le Ong

Piantedosi consiglio europeo
Foto: Consiglio europeo

Se il Consiglio europeo dei ministri dell’Interno fosse una partita di calcio, probabilmente la pagella di Matto Piantedosi sarebbe senza voto. Difficile giudicare l’esordio del nuovo titolare del Viminale in una riunione straordinaria focalizzata sul tema migratorio e convocata dopo il caso della nave Ocean Viking, ma che è risultata solo un grande brainstorming in vista del prossimo appuntamento.

Alla prossima
L’Unione europea è sempre alla ricerca un nuovo «piccolo miracolo», come il vice-presidente della Commissione europea Margaritis Schinas ha definito l’accordo sulla concessione della protezione temporanea ai profughi ucraini: l’unico momento di piena concordia sulla politica migratoria degli ultimi anni.

Ne servirebbe un altro, ora che i flussi migratori diretti verso l’Ue sono in robusto aumento dopo gli anni di flessione della pandemia: nei primi dieci mesi del 2022 gli ingressi irregolari sono aumentati del settantasette per cento rispetto all’anno precedente, secondo gli ultimi dati di Frontex.

A preoccupare nello specifico sono due rotte: quella del Mediterraneo centrale (più 59 per cento), per cui la Commissione europea ha presentato un «Piano d’azione» in venti punti, e quella dei Balcani occidentali (più 168 per cento), su cui farà a breve lo stesso.

Entrambe sono state oggetto di discussione in una riunione che tutti hanno definito proficua, ma che non presenta conclusioni reali e che lascia irrisolti i nodi tradizionali della politica migratoria, dalla gestione efficace delle frontiere esterne dell’Unione a un meccanismo funzionante di solidarietà per distribuire uniformemente i richiedenti asilo nei Ventisette Paesi.

In teoria le risposte a queste questioni sono contenute nel Pact on Migration, il maxi-pacchetto di nove strumenti legislativi proposto dalla Commissione nel settembre 2020. In pratica è molto complicato ottenere consenso sulle questioni più spinose, come la redistribuzione dei migranti. Non ci sono riuscite le presidenze di turno dell’Unione di Angela Merkel (secondo semestre 2020) né Emmanuel Macron (primo semestre 2022), che ha partorito solo un meccanismo volontario di solidarietà a cui hanno aderito diciotto Paesi.

Difficilmente ci riuscirà la presidenza ceca, che prima di passare il timone alla Svezia punta tutto sull’ultimo Consiglio degli Affari interni, in calendario l’8-9 dicembre. Da quell’incontro ci si aspettano risultati concreti, promette battagliero il vice-primo ministro ceco Vít Rakušan.

La strategia italiana
In questo contesto di infinite discussioni e perenni rinvii, al ministro Piantedosi non resta che una lunga e paziente opera di convincimento.

Il titolare del Viminale sostiene di essere «molto soddisfatto» per il dibattito e afferma che il Piano d’azione della Commissione rispecchia quanto richiesto sempre dall’Italia.

In realtà, la strategia del governo di Giorgia Meloni sul tema migratorio si articola in tre punti: ottenere procedure più veloci e più ricollocamenti di richiedenti asilo da parte degli altri Paesi europei, investire sul Nord Africa per ridurre le partenze, e restringere il raggio d’azione delle navi delle Ong, possibilmente tramite un «codice di condotta europeo».

Sul primo obiettivo non c’è al momento molto ottimismo: difficile ottenere a breve un incremento della quota attuale (circa ottomila persone in totale da tutti i Paesi sotto pressione), come spiegano a Linkiesta fonti diplomatiche.

Sugli altri due, il margine di manovra è maggiore. In primis perché il processo di «esternalizzazione» nella gestione dei flussi migratori è già ampiamente in corso. Lo dimostrano non solo l’accordo con la Turchia del 2016 ma anche quelli con alcuni Paesi africani o dei Balcani occidentali, tutti accomunati dallo stesso metodo: aiuti finanziari allo sviluppo in cambio di un migliore controllo dei confini.

La Commissione europea è convinta che sia la strada giusta, visto che in alcuni casi, come quello del Marocco, funziona piuttosto bene. Resta solo da vedere come e dove reperire i soldi. Molto difficile che si arrivi a un totale di «cento miliardi per l’Africa», come suggerito dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, visto che l’Unione ne spende circa otto al momento per gli strumenti legati all’immigrazione. Ma l’intervento sulla cosiddetta «dimensione esterna» sembra una necessità su cui concordano tutti i Paesi.

Anche un’ulteriore regolamentazione delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare da parte di imbarcazioni private, su cui insiste molto Piantedosi, trova sponde a Bruxelles. Il vicepresidente Schinas ha persino aperto al «codice di condotta europeo», spiegando prima dell’inizio della riunione ministeriale che la collaborazione tra Stati europei e Ong deve avvenire «in maniera ordinata», magari con una cornice regolatoria più rigida.

«Le operazioni nel Mediterraneo e altrove non possono essere gestite in una situazione da Far West, dove chiunque può fare ciò che vuole», le sue parole nella conferenza stampa finale.  E il punto 17 del «Piano d’azione per il Mediterraneo centrale» esprime proprio l’intenzione di promuovere un «quadro specifico e linee-guida per le imbarcazioni focalizzate nella ricerca e salvataggio». Probabilmente la Commissione non ha gli strumenti giuridici per un codice «pan-europeo», ha spiegato Schinas, ma può sicuramente assistere gli Stati membri nel fissare delle regole allineate.

Su questa intesa di massima con l’esecutivo comunitario, il ministro italiano proverà a tessere la sua tela, ben consapevole che la Germania è l’avversario più ostico. L’opinione pubblica tedesca e il governo di Berlino mostrano di apprezzare il lavoro delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo, in particolare di quelle che battono la loro bandiera: a United4rescue, ad esempio, è stato appena concesso un finanziamento pubblico da due milioni di euro.

Ma soprattutto, Piantedosi sa bene che difficilmente potrà ripetere un nuovo caso Ocean Viking. La riunione straordinaria è stata fortemente voluta dalla Francia, che tramite il suo ministro dell’interno Gérald Darmanin è tornata a bacchettare il nostro Paese: «Se l’Italia non consente alle navi di attraccare viola il diritto marittimo e il principio di sbarco nel porto sicuro più vicino».

Anche la Commissione, pur insistendo sull’importanza dei meccanismi di solidarietà fra i Paesi europei, si aspetta in futuro il rispetto delle regole del diritto marittimo internazionale. Una lezione che Piantedosi dovrà recepire perseguendo i suoi obiettivi solo nei luoghi, e nei modi, adeguati.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter