Parla Matteo AugelloPerché un museo nazionale della moda sarebbe un’idea vecchia (e poco utile)

Il nostro Paese non ha un istituto museale (statale) dedicato al settore che rappresenta la seconda voce del Pil. Ma secondo il ricercatore, in libreria con “Curating Italian Fashion”, non è ciò di cui l’Italia e gli italiani hanno bisogno per conoscere (davvero) questo universo: «È necessario valorizzare le associazioni e le piccole collezioni locali»

Sulla copertina del suo libro d’esordio c’è lui, il suo autore, in una fotografia che omaggia i ritratti rinascimentali di Giovanni Battista Moroni. I riccioli biondo miele, i pendenti, la camicia dalle maniche vaporose del 1850 contribuiscono a riportare la mente indietro nel passato di diversi secoli, così come la posa: è appoggiato su una sedia, con un libro tra le mani (così venivano ritratti molti personaggi di spicco dell’epoca). Quel libro, però, è di molto più recente: “La donna fatale” di Grazietta Butazzi, pubblicato nel 1991, è il tributo che Matteo Augello ha voluto offrire alla memoria di una delle prime storiche di moda del nostro Paese.

Questo perché, in effetti, anche il suo libro si occupa di storia della moda, ma da una prospettiva assai specifica: “Curating Italian Fashion”, edito da Bloombsbury, è un saggio, nonché un progetto di tesi, che racconta la lunga e travagliata storia dell’arte della curatela dell’abbigliamento in Italia. Un problema quanto mai contemporaneo e sentito da un sistema che, pur producendo complessivamente una ricchezza che porta la moda ad essere la seconda voce del Pil nazionale, non dispone ancora di un museo “ufficiale” totalmente dedicato. Un problema che, in realtà, non esiste: è questa, di fondo, la tesi di Augello, che ci ribadisce divertito quando lo incontriamo per un drink in un bar di Porta Romana a Milano. 

Un percorso, quello di Augello, iniziato nel 2010 alla Fondazione Antonio Ratti come tuttofare, insieme alla direttrice del museo di Storia del tessuto della Fondazione, Margherita Rosina. Con gli accessi alle biblioteche di colleghi, Augello ha così scoperto dei lavori di curatela nascosti ai profani.

«All’estero conoscono bene il lavoro contemporaneo di Maria Luisa Frisa, ma non conoscono bene il resto. Ecco perché volevo raccontare la diversità del panorama curatoriale italiano. Io poi sono appassionato di genealogie, quindi mi interessa sapere chi ha realizzato un certo prodotto per primo, chi aveva ispirato chi. Da lì è iniziato il mio percorso di studio». Il 33enne – oggi scholar di stanza a Londra, dove tiene corsi per alcune università inglesi – non assomiglia a un docente, al netto dell’assoluta competenza nella sua materia di studio, di cui parla senza ampollosità tipiche di una certa intellighenzia da ateneo.

La copertina del libro di Augello

«Mi dicono che ho un approccio pop, pensando forse che io debba prenderlo come un insulto», ammette Augello, «ma la realtà è che quando vedo certe mostre che intellettualizzano la moda, mi dispiaccio molto. La moda è diversa dall’arte, ma non per questo ha bisogno di giustificazioni intellettuali per esistere. Il problema è che pensiamo che le mostre dedicate alla moda siano meno intellettualmente pure di quelle dedicate alla fotografia o all’arte contemporanea, in quanto mettono in mostra il lavoro di un designer, e sono spesso sponsorizzate dallo stesso brand e da altre istituzioni». 

in realtà, secondo Augello, «tutte le mostre in istituzioni sia pubbliche che private sono realizzate con aiuti economici di questo o quell’ente, che sicuramente ne traggono un ritorno di immagine. Nel libro spiego perché la rilevanza commerciale di una mostra non deve discriminare il valore culturale e sociale. Tra l’altro se pensiamo a quante persone usino quotidianamente la moda per definirsi, e le metti a confronto con il ristretto gruppo di persone che possono permettersi le opere d’arte, e le usano per “status”, non capisco perché dobbiamo giustificare continuamente la presenza della moda nei musei mi sembra stupido».

E infatti, privo di luoghi comuni o ridondanti ripetizioni, in “Curating Italian Fashion” – che ha suscitato anche l’interesse di famosi giornalisti stranieri come Alexander Fury, che ha presentato il libro a Londra – si fa un lungo excursus storico che parte da Rosa Genoni, madre dimenticata dell’industria della moda italiana, attivista per i diritti delle donne che già all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906 cercò di situare, come molti, la nascita dello “stile italiano” nel Rinascimento. Nell’arte curatoriale di oggi, quella perpetrata attraverso le fondazioni e gli archivi dei singoli brand (l’Italia è uno dei Paesi che ne conta di più, a dimostrazione di una certa imprenditorialità interessata a tutelare il proprio patrimonio artistico), le mostre sono però una metodologia «per posizionarsi all’interno dell’universo culturale».

Secondo Augello, «la moda di per sé è cultura del territorio quanto, ad esempio, il vino: i proprietari dei brand, o i designer stessi, cercano però di ritagliarsi un posto ad hoc, adeguato a quello che pensano sia il posizionamento del brand. In alcuni casi, però, le mostre organizzate all’interno delle Fondazioni di proprietà, se pensi alla Fondazione Trussardi o alla Fondazione Prada, nulla o quasi hanno a che fare con i loro brand: questo perché questi progetti si inseriscono in un’idea di patrocinio delle arti. Questo approccio si inserisce in una tradizione di mecenatismo, spesso usata in passato per giustificare la propria ricchezza economica. Un esempio passato famoso è quello dei Medici, e in effetti io ho da sempre il desiderio di una serie in stile Kardashian, sulla più importante genia italiana, una sorta di “Keeping Up with the Medicis”, perché se studiassimo il loro operato ci spiegheremmo benissimo un sacco di accadimenti di diversi secoli dopo».

E se in Italia un grande museo nazionale della Moda non esiste (ancora), questo non vuol dire che il patrimonio non sia stato valorizzato. Sono anche molte le mostre sui marchi italiani realizzate all’estero, anche se con risultati altalenanti: l’esempio portato da Augello è quello della mostra dedicata a Giorgio Armani al Guggenheim di New York del 2000, curata da Germano Celant e Harold Koda, allievo alla corte di Diana Vreeland, la signora della curatela di moda americana negli anni Ottanta, e per quindici anni curatore capo dell’Anna Wintour Costume Center al Met (si è ritirato nel 2016). 

Uno scatto del 2004 di Giorgio Armani assieme a Thomas Krens, ai tempi direttore del museo Guggenheim di New York (LaPresse)

«Due curatori magnifici, se pensi alla Biennale di Firenze del 1996, Il tempo e la moda (curata da Celant, Settembrini e Sischy) sei di fronte ad un capolavoro: nella prefazione del libro che illustrava il progetto – che poi le prefazioni, detto tra noi, non le legge quasi nessuno – Celant si chiedeva perché la moda, a differenza del cinema, non avesse un festival che la celebrasse. Eppure, nell’occasione della mostra dedicata ad Armani, che fu aspramente criticata, qualcosa andò storto: gli abiti vennero presentati come opere d’arte, e meno attenzione fu prestata alla forza di Armani, che è stata quella di creare un prodotto dall’altissimo valore artigianale, ma industrializzato».

Secondo Augello parlare della produzione industriale è «una cosa che nulla ha a che vedere con l’arte, ma che non per questo toglie valore al lavoro del designer piacentino, anzi. Inoltre, la donazione effettuata dal brand all’istituzione museale dopo la mostra (l’importo non è mai stato ufficialmente svelato, ma secondo il NY Times le cifre si aggirano attorno ai cinque milioni iniziali più dieci da donare nei tre anni successivi, ndr) per quanto la si voglia giustificare, era sostanzialmente sbagliata nelle modalità. Tutti i musei vivono di donazioni, sia chiaro, ma facendola prima dell’evento, il brand sarebbe stato più trasparente». 

Questioni, quelle relative alla presenza della moda nei musei, che la politica italiana si è posta raramente, e comunque assai male: nel 1985, scrive Augello nel suo libro, un senatore italiano chiese un’interrogazione parlamentare dopo che la Galleria d’Arte Moderna di Roma concesse a Fendi l’utilizzo dei suoi spazi, proprio per una mostra. «La politica francese si preoccupa, e si occupa della moda dai tempi di Luigi XIV, mentre se pensi alle leggi suntuarie (il corpus di leggi che voleva limitare l’ostentazione del lusso soprattutto nella moda maschile, ndr) parliamo del XIII secolo, quando divennero utilizzate in molti comuni italiani. Se parliamo di storia recente, ti direi che la politica italiana non ha ancora compreso l’enorme importanza culturale della moda», spiega Augello. 

La politica del nostro Paese «si è occupata della moda in modo discontinuo e privo nella maggior parte dei casi di rispetto, perché non ha mai capito la complessità di questo sistema. E pur non capendolo, si rende inconsciamente conto della sua importanza anche perché, di recente, ha iniziato a interessarsi sempre più spesso. Ad ogni cambio di governo qualcuno tira fuori una dichiarazione e propone l’apertura di un museo della moda, che ancora in Italia non abbiamo. Non capiscono che servono investimenti molto ingenti per acquistare le collezioni e che un museo è molto di più delle mostre: è un’istituzione complessa», aggiunge. 

In effetti a settembre alcune notizie e sussurri provenienti dal governo Meloni facevano capire che – grazie all’erogazione di quattro milioni di euro dal Fondo Grandi Progetti – si sarebbe finalmente potuto pensare ad un museo della Moda, ovviamente a Milano, all’interno di Palazzo Dugnani. Cinguettii anche social che ad oggi sono cessati, facendo spazio al solito, prevedibile silenzio. Un silenzio che lascia nello scholar nativo di Bergamo un senso di sollievo. 

«Un intervento statale nella creazione di un museo della moda? Io non me lo augurerei. So che molti sono convinti che un museo dedicato solo alla moda, in Italia, sia necessario, ma la realtà è che disponiamo già di moltissimi musei sparsi su tutto il territorio italiano  La burocrazia italiana è particolarmente rigida, e me ne sono accorto lavorando per musei statali, mentre quando si parla di curatela della moda bisogna essere flessibili per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti. L’idea di un museo centralizzato, tra l’altro, è proprio ottocentesca e appartiene ad altre nazioni: se l’obiettivo deve essere aiutare molte più persone, anche quelle lontane dalle maggiori città, a conoscere ed apprezzare la moda, a cosa serve obbligarle ad andare in pellegrinaggio a Milano? Sono io, in quanto ente che fornisce un servizio, a dover andare da loro», dice. 

Gucci Garden a Firenze (Courtesy of Gucci)

Nel nostro Paese, sottolinea Augello, «abbiamo una rete meravigliosa di associazioni e piccole collezioni locali che dovremmo valorizzare: quello che manca è un “cervello” centrale, un hub che si interfacci con le istituzioni da un lato, e con l’industria dall’altro, sapendo parlare entrambi i linguaggi, e facendo da mediatore. In fondo di un museo, secondo la mia opinione, non abbiamo bisogno». I brand, insomma, spesso fanno da soli, quando creano i loro corporate museum, e a volte fanno bene.

«Tra i casi riusciti ci sono secondo me il Museo Ferragamo e anche il Gucci Garden, entrambi a Firenze. Il museo Ferragamo è stato tra i primi a nascere, nel 1995, ed è oggi diretto da una storica dell’arte, Stefania Ricci: l’istituzione si è evoluta, passando da mostre monografiche a mostre che raccontassero il brand all’interno di uno spazio ben definito, contestualizzandolo. Il Gucci Garden è invece uno spazio nel quale ti sembra di poter entrare in dialogo con il brand e il suo ex direttore creativo: nell’area della libreria c’era esposto un volume solo di ogni pubblicazione scelta, come se tu fossi davvero nella biblioteca personale di Alessandro Michele. Insomma, pur non chiamandosi museo ha usato il mezzo espositivo per raccontarsi, e farlo bene, non è necessario che i musei aziendali siano obbligatoriamente accademici, ognuno deve ragionare e raccontare attraverso il proprio alfabeto. In fondo, è quello lo scopo: raccontare, raccontarsi, per instaurare un dialogo con l’altro. Se questo è pop, a me sta bene così» conclude.