Sacro e profano Quelli che vomitano contro la Juventus, non sapendo di che cosa si parla, ma tacciono sui veri scandali

Il processo al cda bianconero deve ancora iniziare ma la gogna pubblica è inappellabile, malgrado si tratti di materia tecnica e di poco conto (e peraltro secondo la Cassazione non di competenza dei pm di Torino). È la memoria corta di un analfabetismo giudiziario che ha già dimenticato il simile caso Scaglia e che tace di fronte a Chiesa e magistratura

Giornali
Foto: Congerdesign da Pixabay

Un efficace termometro della condizione di un paese che si vorrebbe libero e democratico può essere anche l’analisi della sua stampa giudiziaria. In Italia la condizione è particolarmente miserevole e gli esempi si sprecano. Nell’ultima settimana ce ne sono stati due particolarmente significativi per la totale diversità di trattamento.

Sono due vicende giudiziarie che mischiano, come si suol dire, sacro e profano. La prima riguarda la più amata e odiata squadra di calcio italiano, la Juventus. La seconda un minuscolo ma grande Stato conficcato nel cuore d’Italia, il Vaticano.

La stampa italiana si è scaraventata in massa su una modesta storia di presunte irregolarità contabili la cui comprensione richiederebbe una robusta competenza legale e contabile, mentre ignora un inizialmente strombazzato scandalo finanziario (di maggiore entità economica) che dopo mesi di silenzio rischia di trasformarsi in un imbarazzante caso politico-giudiziario per il governo della più antica delle istituzioni, per la Chiesa romana.

I vertici societari della Juventus si sono dimessi in massa dopo un decennio di ininterrotti trionfi perché la procura di Torino ha loro contestato tre anni di asserite manipolazioni di bilanci che avrebbero fornito un’immagine finanziaria del club assai più florida di quella reale, con grave danno per gli investitori.

Il processo deve ancora iniziare, ma sulle prime pagine fioccano condanne inappellabili che le dimissioni degli amministratori (raro esempio di sensibilità) hanno alimentato.

Vano è far notare che a oggi nessun giudice (quel tizio, per intenderci, che deve essere terzo equidistante tra le ragioni dell’accusa e quelle della difesa) si sia ancora pronunciato e anzi, quando è stato chiamato in causa per emettere misure restrittive contro Andrea Agnelli e altri membri del Consiglio di amministrazione della Juventus, ha disatteso le istanze dei pubblici ministeri. Per liquidare ogni presunzione d’innocenza bastano, invece, gli estratti delle immancabili intercettazioni, qualche talk calcistico e un pugno di incomprensibili articoli del Codice penale.

Eppure si parla dell’ostica materia dei numeri e di bilanci complessi di società molto grandi, della valutazione di beni immateriali così fuggevoli come le prestazioni di calciatori per le quali, figurarsi, bisogna arrivare a un “fair value” che comporta la valutazione comparata di dati estremamente volatili.

Il quadro contabile e finanziario delle società quotate in Borsa come la Juventus deve essere redatto secondo i criteri dello IAS, un complesso di norme contabili adottate come standard internazionale e la cui applicazione concreta lascia ampio margine alle interpretazioni soggettive.

Eppure nel campo del diritto vigono due principi fondamentali: quello di legalità e di offensività, senza i quali non è possibile ipotizzare alcun reato.

Essi richiedono, per farla breve, intanto che ogni cittadino debba sapere prima di assumerle quali condotte siano illecite e, poi, che per essere punito debba aver arrecato, volontariamente o per colpa, un danno concreto agli altri.

In Italia esistono invece forme di reato – come appunto i delitti di manipolazione del mercato, falso in bilancio, e su un altro versante l’abuso di ufficio che flagella sindaci e pubblici amministratori – totalmente aleatori e vaghi nei termini per cui è pressoché impossibile trovare delle linee di condotta uniformi tra due procure.

Nel caso Juventus ancora non è dato capire, se non come ipotesi, l’entità della manipolazione e il danno arrecato agli azionisti.

Forse si potrebbe pensare a una alterazione delle regole di concorrenza sportiva se non fosse che l’inchiesta della procura calcistica c’è già stata e si è conclusa con un nulla di fatto (da qualche parte esiste una regola che vieta la possibilità di processare due volte lo stesso soggetto per la medesima infrazione, anche se diversamente qualificata e di diversa natura).

Senza contare che peraltro non si ha neanche la certezza che la procura di Torino abbia la legittimità a indagare visto che il più grave dei reati contestati (la manipolazione del mercato finanziario) si è consumato a Milano, sede della Borsa telematica. Non esattamente un particolare da poco.

Con decreto numero 532/18, la Procura generale della Cassazione testualmente sancisce che il «locus commissi delicti» (del reato di manipolazione informativa) deve «individuarsi a Milano, in quanto luogo dal quale la comunicazione diffusa al mercato divenendo accessibile ad una cerchia indeterminata di soggetti, …assume quella necessaria connotazione di concreto pericolo per gli investitori che il reato intende sanzionare».

Con ciò si sottolinea che il reato esiste solo se gli investitori sono stati realmente ingannati (e dei guai contabili bianconeri abbondantemente si sapeva anche senza origliare le chiacchiere dei cugini Agnelli).

Dunque come mai Torino ha ritenuto di distaccarsi da questo indirizzo e non ha invece attivato i colleghi di Milano?

Eppure dovrebbe essere ancora vivo il ricordo di quello che capitò a uno dei grandi pionieri delle moderne telecomunicazioni italiane, Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, incriminato per reati fiscali e societari, arrestato e costretto a dimettersi dalle sue cariche (come il presidente della Juve) sotto la minaccia di misure cautelari, poi assolto da quello che il pm dell’epoca aveva definito «una colossale truffa allo Stato».

Memoria corta di un paese e del suo  giornalismo che anticipa sentenze di condanna in automatico per mostri e potenti in disgrazia, ma per antico riflesso condizionato tace di fronte al potere della magistratura.

Solo due editorialisti, Emiliano Fittipaldi e Lucetta Scaraffia, hanno raccontato che cosa sta succedendo in un’insolita aula di giustizia nella Città del Vaticano dove si sta celebrando l’unico storico processo a un cardinale di Santa Romana Chiesa e ad alcuni cittadini italiani secondo regole che presentano una non trascurabile differenza da quelle dello Stato di diritto.

Il locale rappresentante della pubblica accusa ha depositato dei documenti che dimostrano la manipolazione non del mercato ma di uno dei principali testi di accusa che ha denunciato le pressioni subite da una signora già nota alle cronache giudiziarie ma ancora libera, a quanto pare, di operare e condizionare disinvoltamente, senza che nessuno si stupisca e si ponga delle domande.

Per di più la donna in questione, già condannata dalla giustizia vaticana, ha contattato direttamente il super teste assumendo di ricevere dagli alti vertici informazioni di prima mano sull’inchiesta.

La stampa che si è avventata per riflesso pavloviano su una registrazione telefonica del tutto ininfluente per il processo tra il Pontefice e il cardinale Becciu, il principale imputato, si è dimenticata della clamorosa rivelazione dell’ex grande accusatore e ha fatto finta di niente.

Per dire, che cosa succederebbe se in Italia un leader politico venisse falsamente accusato da testimoni oscuramente manipolati?

Ecco anche nella risposta e nella connotazione di questa amara realtà c’è il momento non felice di una democrazia condizionata e in sofferenza

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