Tra Gozzano e DickensQuattro menu letterari per il pranzo di Natale

Poesie e romanzi raccontano la magia delle feste: dalla Notte Santa alla colazione di Piccole donne, spunti e idee per rivivere il sapore del Natale che abbiamo letto in tanti libri

Foto Filip Bunkens - Unsplash

«Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca
lentamente le sei».

La commovente semplicità dei versi di Gozzano evoca la magia della Notte Santa. Quella notte che ancora oggi viene ricordata e celebrata in tanta parte del mondo.

Maria è stremata dal viaggio: lo abbiamo studiato tutti a scuola, Giuseppe doveva registrarsi a Betlemme per il censimento voluto da Augusto. Ma tutto è pieno. Nessuno ha posto per una povera ragazza prossima a partorire. Nessuno ha pietà del suo pancione, nemmeno l’ostessa dei Tre Merli, né l’oste del Cervo Bianco, che tutto l’albergo ha pieno “d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove”. È notte di prodigio, tutti attendono la cometa, tutti scrutano il cielo in attesa di qualcosa di grande che deve compiersi. Nel caldo di quegli alberghi sicuramente ardevano focolari, sicuramente le tavole erano imbandite.

Cosa si mangiava a Betlemme nell’ora del primo Natale? Lasciamo Maria e Giuseppe alla stalla che li accoglie, (“La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due? – Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!”), e proviamo a immergerci nell’atmosfera di una di quelle locande, tra gente venuta da tutto il mondo. Focaccia di orzo, pane azzimo, le erbe amare che spesso ritornano nella Bibbia, carne di pecora o di capra: conosciamo le prescrizioni alimentari date per la Pasqua, sappiamo che Gesù mangiava pane e pesce, nella Bibbia si parla di zuppe e di verdure, e si dice che il vino era quando possibile in tavola.

Immaginiamo che le osterie attingessero a questo stesso patrimonio gastronomico per servire gli ospiti di quella notte di oltre 2000 anni fa. Chi volesse riportare in tavola i sapori di allora deve scegliere un arrosto di agnello, accompagnato da verdure e profumato con erbe e aromi, senza rinunciare a pane e vino. Piatti poveri e semplici, che riportano all’essenza del Natale.

Una semplicità che ritroviamo nel Natale di un altro grandissimo della poesia italiana, Giovanni Pascoli.

«Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla».

Sembra di sentirlo, il suono delle ciaramelle, nella notte silenziosa, quando ancora si è concentrati sul mistero e non si pensa alla festa: «che non ancora si pensa al pane, che non ancora s’accende il fuoco; prima del grido delle campane fateci dunque piangere un poco». La mattina seguente la commozione lascerà il posto ai preparativi per la festa: sul fuoco cuoceranno le carni bollite, nel cui brodo si lesseranno i passatelli. Questo era il menu nei giorni speciali nei borghi di Romagna. Piatti che si possono assaporare ancora oggi e che si preparano in molte case della regione. In fondo il sapore del Natale è quello dell’infanzia, quello dei ricordi, di “quelle antiche lagrime buone” che tutti ci portiamo dentro e che chiudono la poesia di Pascoli.

La bontà è protagonista in tavola anche nel Natale di Piccole donne:
«”Buon Natale a voi, figlie mie! Sono contenta che abbiate già iniziato e spero che continuerete. Ma prima di sederci, devo dirvi una cosa. Poco lontano da qui, una donna ha appena avuto un bimbo. Ne ha già altri sei, che stanno rannicchiati in un unico letto per non gelare. Infatti, non hanno né legna per il fuoco, né qualcosa da mangiare… Bambine mie, vorreste donare loro la vostra colazione come regalo di Natale?”
Per un momento nessuna parlò: avevano un grande appetito poiché attendevano già da un’ora. L’indecisione durò per poco.
– Sono contenta che tu sia arrivata prima che cominciassimo.
– Vengo io ad aiutarti? – chiese Beth con premura.
– Io porto la crema e le focaccine, – soggiunse Amy.
– Sapevo che le mie bambine avrebbero fatto questo piccolo sacrificio – disse sorridendo la signora March.
– Verrete tutte con me e quando torneremo faremo colazione con latte, pane, burro».

Il miglior risveglio per un dolcissimo Natale: fare colazione in famiglia, con chi si ama, e trovare il tempo e il sorriso per fare del bene a chi ne ha bisogno. E se vogliamo ricreare l’atmosfera di una colazione in stile Alcott, prepariamo scones e crema, oppure, più semplicemente, latte, pane e burro.

Non si può parlare di Natale senza ricordare il Canto di Natale di Dickens, il più classico dei racconti natalizi.
Qui il cibo è protagonista in tanti momenti, dall’apparizione dello Spirito del Natale su una montagna di leccornie all’acquisto del tacchino che alla fine vede la redenzione dell’avaro Scrooge. Ma è il pranzo di Natale dei Cratchit a incarnare meglio di ogni altra cosa quello spirito di gioia e armonia che ricerchiamo quando ci sediamo intorno alla tavola imbandita per questa festa.

«Tanto fu il trambusto che ne seguì da far pensare che un’oca fosse il più raro fra i volatili, un fenomeno pennuto, al cui confronto un cigno nero era la bestia più naturale di questo mondo: e davvero in quella casa c’era da credere che così fosse. La signora Cratchit fece friggere il succo, già preparato in una padellina; Pietro, con vigore incredibile, si diè a schiacciare le patate; la signorina Belinda inzuccherò il contorno di mele; Marta strofinò le scodelle; Bob si fece seder vicino Tiny Tim a un cantuccio della tavola; i due piccoli
Cratchit disposero le sedie per tutti, non dimenticando sé stessi, e piantatisi di guardia ai posti loro si cacciarono i cucchiai in bocca per non gridar prima del tempo di voler l’oca. Alla fine, messi i piatti, fu detto il benedicite. Successe un momento di silenzio profondo, mentre la signora Cratchit, guardando lungo il filo del coltello, si preparò a trafiggere la bestia. Ma quando il coltello fu immerso, quando sboccò dalla ferita il ripieno tanto aspettato, un mormorio di allegrezza si levò tutt’intorno alla tavola, e lo stesso Tiny Tim, messo su dai due piccoli Cratchit, si diè a battere sulla tovaglia col manico del coltello e fece sentire un suo debole evviva! Un’oca simile non s’era mai data. Disse Bob che, secondo lui, un’oca di quella fatta non era stata cucinata mai. La sua tenerezza, il profumo, la grassezza, il buon mercato furono oggetto dell’ammirazione universale. Col rinforzo del contorno di mele e delle patate, il pranzo era sufficiente».

E dopo l’oca, il budino. «La signora Cratchit uscì sola – tanto era nervosa da non voler testimoni – per prendere il bodino e portarlo in tavola. E se il bodino non era a tempo di cottura! e se si rompeva nel voltarlo! e se qualcuno, di sopra al muro del cortile, se l’avesse rubato mentre di qua si facea tanta festa all’oca! I due piccoli Cratchit si fecero lividi a quest’ultima supposizione. Ogni sorta di orrori furono immaginati. Olà! questo sì ch’è fumo! il bodino è fuori della casseruola. Che odor di bucato! È il tovagliolo che lo involge. Un certo odore che è tutt’insieme di trattoria e del pasticciere accanto e della lavandaia che sta a uscio e bottega! Questo poi era il bodino. In meno di niente, ecco entrare la signora Cratchit, accesa in volto, ma ridente e gloriosa, col bodino in trionfo, simile a una palla di cannone chiazzata, liscia, compatta, ardendo in un quarto di quartuccio d’acquavite in fiamme, e con in cima bene infisso l’agrifoglio di Natale».

Il menu è chiarissimo: oca ripiena, con contorno di mele e patate, e un Christmas pudding per chiudere il pranzo. Il profumo sembra uscire dalla pagina del grande Dickens.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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