Attraverso i secoliPerché gli storici palazzi delle poste sono lo specchio dell’Italia che cambia

Riportarli in auge significa studiare il tessuto urbano, sociale, economico e politico del nostro Paese. Franco Maria Ricci ha quindi deciso di raccoglierli all’interno di un volume che ne celebra l’architettura e il lavoro di ingegneri, artisti e designer. E ci ricorda che questi edifici rivelano trasformazioni che non possiamo dimenticare

Le Belle Poste. Palazzi storici delle poste Italiane, Parma, Salone al pubblico, copertura in ferro e vetro dei cortili interni

Un po’ tempio. Un po’ fortezza. Un po’ rifugio sicuro. In una parola: la Posta. Fino alla comparsa aggressiva e selvaggia di mail, messaggi su Whatsapp e sms che hanno cambiato natura, codici e orizzonti ad una clientela (che si pensava) fidelizzata, l’ufficio postale è stato tramite e intermediario tra paese e paesi, tra stato e cittadino, tra cittadini e cittadini. Ed è per questo che in occasione del centosessantesimo anniversario della nascita delle Poste Italiane, Franco Maria Ricci presenta “Le Belle Poste. Palazzi storici delle Poste Italiane”, volume che testimonia il making of degli edifici più monumentali e ne celebra il dinamismo e la grandiosità.

Le Belle Poste. Palazzi storici delle poste Italiane, Bari, Sala circolare della sportelleria

Raccontano i curatori, gli architetti Giuseppe Strappa e Giorgio Di Giorgio, che, negli anni immediatamente successivi alla proclamazione del Regno d’Italia fino al Secondo Dopoguerra, gli edifici commissionati dalle Poste Italiane alle migliori menti dell’architettura su piazza dovevano essere il fulcro della vita cittadina e per questo rivelavano (rivelano ancora oggi) le grandi trasformazioni, prima di tutto sociali e poi tecnologiche, avvenute in Italia dopo l’Unità.

Le Belle Poste. Palazzi storici delle poste Italiane, Cremona, Salone al pubblico

Ma le immagini e le schede di ogni edificio testimoniano anche lo sforzo di progettisti, ingegneri, designer e artisti coinvolti nel colossale progetto di abbinare queste trasformazioni alla ambizione di grandeur e al bisogno del nuovo Regno di munirsi di icone, simboli, loghi. I Palazzi delle Poste diventavano, allora, un complemento ad un tessuto artistico esistente ma spesso (forse il più delle volte) un punto di riferimento del nuovo sviluppo urbano, un raccordo architettonico tra innovazione edilizia, da una parte, e continuità con la monumentalità dei centri storici, dall’altra.

La storia dei Palazzi delle Poste parla, poi, di pesanti cambiamenti anche all’interno della cultura architettonica italiana: in alcuni, inaugurati prima della Grande Guerra, per esempio, si passa da un generico stile neoclassico (che ripercorre tutte le scuole del passato dal bizantino al romanico, dal rinascimentale al barocco) alla riproposizione di caratteristiche dell’Art Nouveau. Ma è durante il Ventennio, quando il Regime in cerca di identità e monumenti pone le basi programmatiche di un immenso programma di lavori pubblici, che le poste dell’Italia fascista diventano testimoni di un originalissimo Novecento e di un Razionalismo da manuale.

Poste di Regime, ovviamente, molte disegnate e progettate con soluzioni anche ardite e scenografiche da Angiolo Mazzoni, architetto, futurista di seconda generazione e sostenitore di una fattiva collaborazione tra Amministrazione e nuove tendenze culturali e professionali.La promozione che Mazzoni fece del “secondo Futurismo” e il conseguente inserimento di appartenenti al movimento nei lavori pubblici, produsse, fa notare il prof. Di Giorgio, uno degli esiti più interessanti del rapporto tra architettura e arti figurative, perché nel team di collaboratori del Mazzoni figuravano i nomi di Depero, Prampolini, Fillia.

Le Belle Poste. Palazzi storici delle poste Italiane, Napoli, Salone al pubblico

Strano, ma vero, questa collaborazione fu caratterizzata anche da una nutrita presenza di donne artiste (anche se mogli di…): Bruna Pestagalli, moglie di Somenzi, Matilde Festa, moglie di Piacentini e Benedetta Cappa, moglie di Marinetti. Ed è a lei, a Beny (come si firmava) che si deve una delle più straordinarie opere del periodo: i pannelli della Sala del Consiglio nel Palazzo delle Poste di Palermo, cinque grandi dipinti, che raffigurano, allegoricamente, le “nuove” vie di comunicazione, quelle telegrafiche, le radiofoniche, le terrestri, le marittime e le aeree.

Nonostante l’attività e l’uso degli uffici postali sia cambiata con il passare del tempo, il fascino di queste costruzioni monumentali resta ancora oggi inalterato: sfogliare Le Belle Poste e fermarsi davanti al suo un incredibile repertorio di immagini, tavole e disegni d’epoca significa fare un viaggio a ritroso in un inesauribile tesoro di architettura, arte e creatività, che disegna, dalle Alpi al Canale di Sicilia, una rete di soste e di luoghi local e glocal insieme.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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