Sul baratroNella malinconia straziante di Bruno Schulz ci sono i dubbi di un’epoca tra due guerre mondiali

L’Europa è un continente spaccato, incombe l’occupazione nazista e un conflitto che durerà per anni. Marina Valensise descrive questo senso di angoscia e scoraggiamento attraverso gli autori più caratteristici delle nazioni coinvolte, da Freud a Moravia ad Anna Achmatova

Bruno Schulz autoritratto
Autoritratto di Bruno Schulz (1922)

In Ucraina, a settanta chilometri a sud da Leopoli, Drohobyč respira ancora l’antico splendore multietnico di quando la Galizia orientale era uno dei territori dell’Impero austroungarico, e fra le strade di questa cittadina, propulsa verso il progresso industriale dai giacimenti di gas naturale e di petrolio, si commerciava alacremente, ci si arricchiva spropositatamente, e si soffriva, come anche altrove, per il tramonto dell’aristocratica tradizione della bontà, del bene e della carità, parlando in varie lingue.

Perché qui da secoli vivevano insieme popoli diversi, ebrei, polacchi, ruteni, ucraini, tedeschi. Ma nel giro di vent’anni, dalla fine della Grande guerra, Drohobyč, come l’intera regione, cambiò frontiere varie volte. Dall’imperialregia monarchia ritornò alla Polonia che dopo la Grande guerra aveva ritrovato la sua indipendenza. Nel settembre 1939, quando i tedeschi invasero la Repubblica di Polonia, Drohobyč e il voivodato di Leopoli vennero consegnati dalla Wehrmacht all’Armata rossa e caddero sotto l’amministrazione della repubblica sovietica dell’Ucraina, visto che i russi in base al patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov firmato il mese prima erano all’epoca i loro alleati.

Nel giugno 1941, però, quando Hitler lanciò contro Stalin l’operazione Barbarossa e invase l’Urss, Drohobyč vide smobilitare i sovietici e arrivare i nazisti, che crearono il nuovo distretto della Galizia, confinarono gli ebrei in un immenso ghetto a cielo aperto, per deportarli nel campo di sterminio di Bełżec, finché nel 1944 la città non venne liberata dall’Armata rossa, rientrando così nei confini dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

Quando Drohobyč era tornata a essere polacca, Bruno Schulz, nato nel 1892, aveva quasi trent’anni. Era il figlio di un ebreo, commerciante di stoffe, intraprendente e assimilato, che aveva casa e bottega sulla piazza del Mercato. Era un tipo timido, originale, ipersensibile. Un giorno da ragazzo la madre lo trovò in camera sua intento a nutrire con granellini di zucchero le ultime mosche sopravvissute al freddo dell’autunno.

«Ma che fai?» gli domandò. «Le sto irrobustendo per l’inverno». Delicato di costituzione, soffriva di disturbi cardiaci e per una polmonite dovette abbandonare gli studi di architettura a Leopoli. Ma era un artista, un patito di grafica, incisioni e disegni che aveva esposto a più riprese, a Leopoli, Vilna, Varsavia, e nel 1920 aveva persino raccolto in un volume (Xięga bałwochwalcza, «Il libro idolatrico»), facendole passare per le illustrazioni della Venere in pelliccia di Leopold Sacher-Masoch, tanto l’imbarazzava il loro contenuto erotico, con tutte quelle donnine nude lussuriose dalle gambe interminabili, che schiacciavano i loro amanti collassati come schiavi ai loro piedi. […]

Esiliato dalla vita, incapace di accedere all’età adulta, di ottenere un posto di ruolo a Varsavia, masochista impenitente, prigioniero del gineceo della famiglia d’origine tanto da esasperare la fidanzata Józefina, sino a rompere dopo quattro anni di frequentazione, Schulz si rifugiava nell’arte, ricreando la sua infanzia nei disegni e nei racconti. Tanto Kafka era ascetico, quanto lui era estatico. «L’errore di Józef K è di aggrapparsi alla ragione umana, invece di arrendersi senza condizione» scrisse di Kafka. Proprio quello che lui evitava. Disinteressato a Dio, pur animato da un profondo senso etico, era immune dalla morale corrente, come imperativo all’agire umano.

Per questo, secondo Gombrowicz, non gli restava altro che l’arte, alla quale si dedicò con la devozione di uno schiavo e lo zelo fanatico di un monaco prigioniero delle regole del suo ordine, pur di attingere alla perfezione. Anche se Schulz la santità non la toccò mai, sebbene mettesse in pratica il paradosso del peccatore, che escogita torture sempre più orribili per raggiungere la salvezza, perché quanto maggiore è il dolore, tanto maggiore è il divertimento e delizioso è il peccato.

Anche per questo, secondo Gombrowicz, si compiaceva di tutto ciò che lo umiliava, che lo faceva cadere, che lo scaraventava per terra: si avvicinava «all’arte come a un lago, con l’intenzione di annegarvi. Cadendo in ginocchio davanti allo spirito, sperimentò il piacere sensuale. Voleva essere un servitore, e nient’altro. Desiderava l’inesistenza». Che cosa poteva sperare dai rivolgimenti in corso un uomo simile, un animo tanto travagliato dall’esistenza? Nella primavera del 1938, quando la storia reale e la politica prendono il sopravvento sulla vita immaginaria, quando il nazismo stringe con l’Anschluss la sua morsa su Vienna e sulla Cecoslovacchia e iniziano a vedersi le prime avvisaglie dell’antisemitismo, Schulz scrive a Thomas Mann per inviargli un racconto, l’unico che abbia scritto in tedesco, intitolato Die Heimkehr, «Il ritorno a casa».

Trenta pagine dattiloscritte, un altro racconto fantasma che si aggiunge alle lettere, ai saggi, alle note e alle corrispondenze andati perduti dopo la sua morte, e da allora oggetto di culto, di supposizioni e fonte di ispirazione per i patiti di Schulz e per gli studiosi come Jerzy Ficowski che hanno dedicato l’intera vita a ricostruire quella del profugo di Drohobyč. Nella primavera 1938, Schulz sta leggendo Eyeless in Gaza di Aldous Huxley e lo trova magnifico per la «saggezza selvaggia». Il 20 marzo al colmo dello sgomento, sempre slittando dalla vita alla letteratura e dalla storia al romanzo, scrive una lunga lettera alla giornalista Romana Halpern, un’amica di Witkiewicz, legata alla cerchia letteraria di Varsavia, conosciuta due anni prima e da allora sua confidente:

«La distanza fisica scoraggia la scrittura, la sottrae alla realtà, facendola apparire un’attività magica di dubbia utilità. Forse sono cose che non vanno dette, è meglio combattere il fallimento dell’immaginazione che non vuole credere alla realtà delle cose lontane». In attesa di rivederla in maggio a Truskawiec, un paesino a lui molto caro, distante quindici minuti da Drohobyč, meravigliosamente triste e solenne, dove gli usignoli cantano in maggio sui ciliegi in fiore, e al quale pensa di dedicare un racconto, le dice della sua apatia, del suo disinteresse, la sua solitudine, confessandole lo scoramento che prova davanti agli eventi:

«Nel frattempo, eventi storici così cupi. La loro direzione è sempre peggiore. Mi deprime moltissimo. Sono stato vicino alla disperazione in alcuni momenti proprio come prima di una catastrofe imminente. La primavera è così bella: si dovrebbe vivere e inghiottire il mondo. E io passo i miei giorni e le mie notti senza una donna e senza una Musa lasciandoli andare via senza frutto. Mi sono appena svegliato all’improvvisa profonda disperazione e la vita mi scivola via senza che io trattenga nulla. Se una tale disperazione durasse a lungo, si potrebbe anche impazzire. Ma forse una volta che la disperazione viene e si sistema in modo permanente, allora sarà troppo tardi per la vita. Guarisci presto e vivi, perché non vivere pienamente la vita è la piú grande infelicità».

Passano pochi mesi, e nell’estate del 1938, in un estremo tentativo di reagire agli eventi, Schulz parte per Parigi, con un centinaio di disegni, passando per l’Italia per evitare di attraversare il Terzo Reich. Vi resterà tre settimane, dal 2 al 26 agosto, anche se nel giro di sette giorni capisce che non sarà in grado di realizzare i suoi piani. «È stata un’ingenuità partire come ho fatto io alla conquista di Parigi, che è la città piú esclusiva, autosufficiente e chiusa del mondo» scriverà sempre alla Halpern il 29 agosto 1938. La scarsa conoscenza della lingua non gli aveva permesso di entrare in contatto con i francesi. L’estate poi non aiutava, visto che la città era vuota, e molti dei suoi contatti erano in vacanza. L’ambasciata polacca l’aveva snobbato grandemente, l’unico rapporto che aveva avuto era con un gallerista del Faubourg Saint-Honoré, André J. Rotgé, che gli propose una mostra, progetto al quale lui stesso aveva rinunciato per i costi esorbitanti.

Ma in fondo era contento di essere stato a Parigi, di aver visto tante cose meravigliose, di aver potuto scoprire da vicino anziché in riproduzione le opere d’arte del passato, e in fondo anche di essersi liberato di alcune illusioni su una sua possibile carriera internazionale. E poi aveva scoperto anche cose inquietanti e bellissime. Le meravigliose parigine gli avevano fatto una grande impressione, sia quelle della vera società sia le cocotte, coi loro modi liberi, col loro ritmo di vita… Eppure a nulla valse quel viaggio a Parigi, e nemmeno il premio dell’Accademia polacca di letteratura ricevuto in novembre.

La depressione continuava a insidiarlo, con un senso profondo di scoramento, disaffezione di sé, estraneità al mondo. Si sentiva solo, privo di amici, senza legami. «Ancora una volta mi sto dirigendo verso zone del destino in cui regna la solitudine» scriverà a Romana nel giugno 1939. «A volte questo mi riempie di tristezza e di paura di fronte al vuoto, altre volte mi attira con una tentazione famigliare e piena di fiducia». Aveva paura di andare a Varsavia, paura della gente e dei rapporti con gli altri.

Voleva ritirarsi dal mondo con un’altra sola persona in santa pace, e intraprendere come Proust la formulazione finale del suo mondo. Era persino pronto a mettersi in pensione col quaranta per cento dello stipendio, ma rinunciò all’idea perché non avrebbe potuto sostenere la sua famiglia. Si sentiva a terra, pieno di dubbi. Cercava un buon neurologo a Varsavia che lo curasse per poco. Doveva chiedere consiglio. Sono sicuramente malato, un po’ di esaurimento, un po’ di malinconia incipiente, disperazione, tristezza, sensazione di sconfitta inevitabile, perdite irrimediabili. Non scrivo dei miei progetti e del mio lavoro, non riesco a scriverne. Mi rende troppo nervoso e non riesco a parlarne con serenità», scriverà alla Halpern sempre nel giugno 1939, l’ultima estate prima della guerra. Non sapeva di incarnare il barometro ipersensibile dello stato del mondo, e di indicare col suo malessere la cappa di bassa pressione che soffocava la coscienza europea.

Sul baratro, Marina Valensise, Neri Pozza, 208 pagine, 19 euro

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