Histoire d’O al LidlLa scemitudine delle ventenni (e trentenni) che si scandalizzano del paese reale in fascia protetta

Le attiviste di Instagram guardano “C’è posta per te” e invocano i tribunali per un uomo che è solo banalmente stronzo. Allora abbiamo tutte violato la legge tra i quindici e i trentacinque anni (i più spassosi delle nostre vite sentimentali)

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La cosa più interessante che ho scoperto lo scorso fine settimana è che sull’instagram ci sono giovani donne italiane che, se si vedono riflesse in uno specchio, chiamano i gendarmi. Il che è comprensibile per chiunque sia stata una giovane donna: anch’io ogni tanto penso che ci sarebbe voluto un codice penale che m’impedisse d’essere scema, purtroppo l’ontologia della gioventù quella è: poi passa.

La cosa più interessante che ho scoperto lo scorso fine settimana è che sull’instagram ci sono giovani donne italiane i cui unici consumi culturali passano per l’instagram: solo così si spiega il loro lessico fatto di calchi in doppiaggese (gente che dice brand e non marchio, slur e non insulto); ma soprattutto il loro trasecolare ogni volta (accade circa ogni sei mesi) che passano davanti alla tv e ci vedono qualcosa di secondo loro impresentabile. Cioè: loro stesse.

Loro stesse se non avessero intravisto nell’instagram la possibilità di fatturare la militanza femminista, loro stesse se avessero assecondato la cugina di provincia che dorme un sonno leggerissimo dentro di loro, loro stesse se si fossero date la possibilità di partecipare a miss in gambissima, invece di far sfoggio di pretese intellettuali la cui espressione massima è non radersi le ascelle.

È accaduto che sabato, come ogni sabato d’ogni inverno d’ogni nostro discontento, Maria De Filippi conducesse “C’è posta per te”. Che è – lo spiego per chi passa di qui dall’instagram ma non ha consumi culturali che qualcuno fuori dall’internet capisca e condivida – un programma in cui qualcuno vuole recuperare il rapporto con qualcun altro, e allora racconta la sua in genere patetica storia alla redazione, e poi Maria De Filippi la riferirà al pubblico con tono da narratore di fiabe, e poi arriverà la persona convocata, e inizierà un tiremmolla «io ti rivoglio», «eh ma io no».

Sabato colei che implorava il ritorno era una tal Valentina, una trentenne scema quale siamo state tutte (le più sfortunate lo sono ancora). Valentina ha un marito che dalla descrizione dovrebbe essere come minimo Jeremy Irons (il Jeremy Irons cinquantenne: trentenne era cibo per gatti pure lui). Valentina – per bocca di Maria De Filippi, che il dio della sapienza televisiva ce la conservi a lungo – descrive i comportamenti di questo figuro, e noialtre che conosciamo un pochettino la vita annuiamo forte.

L’episodio forte (vabbè) nella descrizione della di lui inadeguatezza di marito moderno (di marito che lava i piatti lui, quale brama l’instagram), un episodio che fa sembrare gravissima la cameretta più grande di William rispetto a quella di Harry nell’autobiografia del momento, è quello delle patatine. Hanno amici a cena, cadono delle patatine, lui le dice di raccoglierle, lei dice raccoglile tu, lui le sbriciola e poi le dice: adesso le raccogli. Histoire d’O, ma ambientato al Lidl.

Lei lo rivuole a tutti i costi. Perché rivuoi uno schiacciatore di patatine? Perché la scemitudine della venti e trentennitudine non ha confini, perché le donne pur di non essere la zitella al pranzo di Natale si terrebbero in casa proprio chiunque, perché lui è uguale preciso al Mickey Rourke trentacinquenne e non ti vuoi perdere i migliori anni prima che si sfasci.

Quest’ultima ipotesi, indovinate un po’, è infondata. Il marito di Valentina entra in studio ed è, come d’altra parte lei, un uomo senza qualità. Senza qualità e col codino. Senza qualità e con le sopracciglia orrendamente disegnate tali e quali a quelle di Valentina. Senza qualità e senza contrizione: quando la De Filippi gli dice che, se ogni volta che va a trovare i bambini si scopa Valentina, evidentemente prova qualcosa (viene da ridere pure a lei, ma non lo dà a vedere), lui dice «e infatti cosa ti dico ogni volta?», e Valentina pronta: «Tanto non cambia niente».

Lei rivuole a tutti i costi un attrezzo col codino la cui idea di umiliazione simbolica è farle raccogliere le patatine e la cui idea di ambiguità seduttiva è dirle: guarda che anche se ti scopo non ti rivoglio come moglie. Lei, quando alla fine lo abbraccia e la De Filippi fa notare che gli ha sporcato di fondotinta la camicia, deve trattenersi per non dire: «La lavo io, a mano». E noi (noi trentenni dell’instagram), invece di togliere a lei il diritto di voto, chiediamo per lui il tribunale.

Giuro, c’era gente che invocava un tribunale che giudicasse non ho capito se Codino o Mediaset, e non ho capito per quali reati: sbriciolamento di patatine? Assenza di lessico da alcova adeguatamente seduttivo? Trasmissione di paeserealismo in fascia protetta? Sopracciglismo gabbianato?

Il dettaglio interessante è che la ragione per cui i due si sono lasciati è che lei l’ha tradito. A dimostrazione d’una cosa che gli adulti sanno e le trentenni dell’instagram no (e Codino neanche): che copulare con terzi la maggior parte delle volte non vuol dir niente, e quando vuol dire qualcosa non è certo che lo sbilanciamento degli equilibri di coppia è in tuo favore. (In questo caso vuol dire anche: stanno insieme da quando avevano sedici anni, la trentenne è ontologicamente scema ma avrà pure degli ormoni, dei desideri, delle curiosità; il trentenne pure, ma lui i tradimenti mica è stato così scemo da confessarli colmando il di lei apparente svantaggio etico).

Le trentenni semianalfabete con velleità culturali questo discorso lo chiamano victim blaming (colpevolizzare la vittima, ma in inglese chissà perché a queste benedette ragazze sembra suoni meglio). Quella di lui è violenza, diamine. «Raccogli le patatine» è violenza? Forse, se lei non le raccogliesse, lui le darebbe due schiaffi e avremmo finalmente un reato e qualcosa su cui agitarci davvero. Invece lei lo supplica di tornare: non vede l’ora di riprendere a raccogliere patatine da lui appositamente calpestate. Piange, implora, supplica di venire trattata come una sguattera un altro po’. È una pervertita? Certo. Non è intelligentissima? Certo. Il codice penale può proteggerla? Non mi pare: se è vietato stare con uomini banalmente stronzi, abbiamo tutte violato la legge perpetuamente tra i quindici e i trentacinque anni (incidentalmente: i più spassosi delle nostre vite sentimentali).

Ci sono tre notizie, care ragazze, una brutta e due belle. Quella brutta è che non dovete stare attente a non avere la vostra (inevitabile) fase di raccoglitrice di briciole. Dovete, e se vivete in provincia è un rischio più insidioso, evitare di fare di quella fase una vita: non sposarvi il tizio con cui state a sedici minuscoli e scemissimi anni, non farci dei figli legandovi a vita a un attrezzo col codino. 

Una bella notizia è che si può imparare, da subito, a non scambiare le storie per esempi: ho avuto trent’anni sotto l’egida di “Sex and the city”, ci vestivamo tutte come delle deficienti. Poi si cresce, si capisce la differenza tra satira e modello comportamentale, tra vicenda da stigmatizzare e vicenda da emulare; invece di pensare che le storie nere non vadano raccontate sennò le imitiamo.

L’altra bella notizia è che si cresce quasi tutte. Valentina sicuro, noialtre pure. Quelle dell’instagram, loro non sono mica sicura: inizio a sospettare che la militanza fatta coi cuoricini blocchi lo sviluppo. 

 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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