Nuovi confini artisticiPerché l’intelligenza artificiale non segnerà la fine della creatività umana

L’illustratore del futuro dovrà entrare in sintonia con le “macchine” grazie a inedite competenze linguistiche, visive, comunicative e iconografiche. Così come con la fotografia, solo in pochi saranno in grado di produrre immagini esteticamente notevoli. E ancora meno saranno fautori di reali opere d’arte

Autore Francesco D’Isa | Software utilizzato: Stable Diffusion

Il futuro dell’intelligenza artificiale è già qui, a portata di mano, e si sta prendendo tutto, anche le facoltà cognitive superiori finora considerate accessibili solo ad una mente umana. Spero non ve la prendiate se preferiamo sorvolare sui robot killer e le macchine super intelligenti del tipo Matrix o Terminator. Questi scenari vanno bene per produrre film e titoloni acchiappa-click, ma questo futuro distopico è talmente remoto e improbabile che parlarne ci distoglierebbe da sfide ben più immediate e interessanti. Molto più stimolante, specie per chi bazzica il mondo dell’arte, è osservare invece i giganteschi passi in avanti compiuti dai modelli di apprendimento automatico generatori di immagini. 

Programmi che, malgrado le sbalorditive capacità artistiche e creative, possono essere chiamati “intelligenti” solo nel senso molto ristretto di algoritmicamente in grado di svolgere specifici problemi cognitivi, dando l’impressione di pensare realmente. Alcuni chiamano questi software TTI, acronimo di Text-To-Image, e li considerano la vera avanguardia dell’arte digitale. 

Ognuno con caratteristiche differenti dagli altri e addestrati per essere più performanti in certi stili e generi, i più famosi sono Dall-e, sviluppato dalla laboratorio di machine learning sulla bocca di tutti OpenAI – qui c’è lo zampino anche di Elon Musk – (famoso per aver creato il chatbox più potente di sempre), Stable diffusion, tra i migliori open source in circolazione e Midjourney, considerato il più artistico degli algoritmi creativi. Si tratta di programmi capaci di creare immagini artistiche a partire da comandi testuali, che hanno dell’incredibile, opere che, in certi casi, eguagliano la bellezza dei lavori di artisti professionisti.

Ma come funzionano questi tanto discussi “programmi che fanno arte”? Come ha spiegato a Linkiesta Eccetera Francesco D’Isa, filosofo e illustratore, «sono motori statistici in grado di immagazzinare una quantità immensa di dati sotto forma di immagini e di etichettarle con dei nomi per indicare ciò che è rappresentato». Associano, ad esempio, tutte le immagini di gatti presenti nel database alla parola “gatto”. Fin qui tutto bene, ma ora arriva il bello. 

Grazie all’algoritmo stocastico che sfrutta un’importante potenza di calcolo, il software è in grado di fare il percorso opposto, «cioè riesce a passare dal testo “gatto” all’immagine corrispondente, senza recuperarla dal database, ma di fatto “plasmandola” a partire dall’ammasso di pixel che il sistema ha riconosciuto come appartenenti all’etichetta precedentemente denominata “gatto”». In pochi secondi avrete il vostro inedito capolavoro, senza neanche aver dovuto prendere in mano un pennello. Di fatto l’IA ha “creato” qualcosa di radicalmente nuovo, passando dalla vostra immaginazione allo schermo del vostro pc in un batter di ciglia. Potrete non chiamarla arte, ma quello è il termine che per ora più ci si avvicina. 

Autore Francesco D’Isa | Software utilizzato: Stable Diffusion

A questo punto le potenzialità di sperimentazione sono letteralmente infinite, tanto più che è possibile addestrare la macchina con diversi database specifici e, in un certo senso, cambiare la “personalità” al programma. Come hanno fatto Federico Bomba e Roberto Fassone, due artisti che, affascinati da questa innovativa tecnologia, hanno dato in pasto ad un’IA centinaia e centinaia di racconti lisergici di utenti trovati su internet, curiosi di sondarne i risultati (i lavori saranno in mostra a Bologna nell’esposizione And we thought, a cura di Sineglossa, a Palazzo Vizzani dal 28 gennaio al 26 febbraio). 

L’esito è anche in questo caso impressionante, oltre che molto divertente. Bomba, il curatore della mostra, ci ha spiegato che «i modelli linguistici di questi software sono “trainati” su miliardi di dati per essere capaci di parlare e di fare conversazioni generali su qualsiasi tema, poi si ha anche la possibilità di fare dei “fine tuning” (ritocchi, Ndr)», come è stato fatto con la sua IA (a cui ha anche dato un nome, AI Lai). «Durante quest’ultima ultima parte del percorso di allenamento si possono aggiungere database su degli argomenti specifici, in modo che il computer impari un certo stile di linguaggio o determinati concetti, o perfino, che ne dimentichi altri». 

Abbiamo perso il monopolio della creatività, le macchine conquistano l’ultimo baluardo del cervello umano (?). Questa rivoluzione non è cosa da poco, è già si prepara un terremoto che scuoterà le fondamenta del mondo, se non dell’arte tout court, almeno quelle dell’illustrazione, del fumetto e della grafica. La domanda che ci si pone, come per l’avvento di ogni tecnologia che soverchia i paradigmi che la precedono, è sempre la stessa. Quanti professionisti perderanno il lavoro, costretti a competere in vano contro macchine in grado di fare quanto essi facevano in minore tempo, con meno soldi e pure meglio? 

Seguiamo il ragionamento di D’isa che, per rispondere a questa complicata domanda ci invita a riflettere attraverso un semplice paragone proveniente dalla storia dell’arte. Possiamo pensare all’avvento delle TTI come alla nascita della fotografia – anch’essa, ai tempi, bersagliata da illustri critici, come Baudelaire che la considerava disumanizzante. Si diceva, così come la fotografia meccanica non ha estinto le illustrazioni umane un secolo fa, ma ha piuttosto ampliato in modo significativo i luoghi in cui le immagini appaiono, allo stesso modo i generatori di immagini IA aprono possibilità per più arte, non meno. 

«Anzi – dice D’Isa -, con la fotografia il ruolo umano sembrava ancora meno importante, bastava un clic; col tempo però si è reso evidente che per farlo in modo professionale ci volevano delle competenze e dei talenti specifici». Quindi così come con la fotografia, se è vero che tutti, adesso, tramite le tecnologie TTI possono dar sfogo alla propria immaginazione e creare immagini mai viste in una manciata di secondi, solo in pochi saranno in grado di fare belle immagini, e ancora meno saranno fautori di reali opere d’arte. 

Ma se davvero “non fa tutto il computer”, e l’IA non è nient’altro che uno strumento nelle mani dell’artista (secondo alcuni andrebbe considerato addirittura co-autore), quali capacità e talenti dovrà possedere l’artista digitale del futuro? Secondo D’Isa, innanzitutto, per padroneggiare l’uso dei software «si dovrà avere buona dimestichezza col tutto il mondo visivo e iconografico, perché i termini dell’algoritmo sono quelli legati a questo mondo». Ma questa capacità, comune a molti ambiti artistici, è accessoria ad una seconda molto più specifica. 

Autore Francesco D’Isa | Software utilizzato: Stable Diffusion

Si è detto che le immagini vengono generate dall’algoritmo attraverso dei comandi testuali, che in gergo sono definiti prompt. Ecco, quando si parla di “prompting” (l’azione di comunicare input testuali alla macchina) non si indica la mera compilazione di una lista di hashtag come si fa sui social, ma è un complesso ibrido tra programmazione e scrittura poetica. «Le competenze più importanti da considerare sono quelle che riguardano l’addestramento; abilità più vicine all’ambito sociale o psicologico», spiega il filosofo. 

L’illustratore del futuro dovrà «riuscire a entrare in sintonia con la macchina tramite competenze linguistiche e comunicative» e convincerlo, in un certo senso, ad agire come si vuole tramite una comunicazione efficace. Gli artisti che useranno i TTI dovranno imparare a fare una cosa a cui molti non sono abituati, ovvero verbalizzare l’immaginazione visiva. 

«Quando interagisci con questi software – continua D’Isa -, non ti esprimi come parleresti a una persona, ma come parleresti a un oggetto o un’altra forma di vita che è ancora sconosciuta: devi ottenere qualcosa da un oggetto creando un linguaggio mai del tutto definito, ma diverso di volta in volta in base a quello che vuoi ottenere, e in base al tipo di software con cui lavori». Di fatto poi, come per ogni interazione sociale, anche quella con i computer “intelligenti” è soggetta ad una certa dose di imprevedibilità, perciò il dare comandi  diventa un fattore quasi intuitivo. Se non è fare arte questo, cosa lo è allora.

L’intelligenza artificiale è la fine del mondo come lo conosciamo. Non perché è davvero senziente, nel senso che molti vorrebbero dargli. Ma per il suo modo radicale di cambiare le regole del gioco, di spostare il modo in cui si crea, totalmente in un altro contesto.

Come in tutte le cose, anche osservando lo sviluppo di queste nuove tecnologie si può essere ottimisti o pessimisti. Come insegna il campione di scacchi Garry Kasparov – autore del saggio “Deep Thinking: Dove finisce l’intelligenza artificiale, comincia la creatività umana” – l’ideale è pensare al futuro dell’arte con positività, auspicando una conciliazione tra il mondo dell’informatica e quello della creatività. 

Quando nel 1989 Kasparov, campione del mondo in carica e uomo dall’insuperato ingegno, perse un match ufficiale contro Deep Blue – un potente supercomputer scacchistico progettato appositamente dalla IBM – il mondo non fu più lo stesso. La macchina superò apertamente l’essere umano per intelligenza e acume, e all’uomo non rimase più alcun primato intellettivo. Tuttavia, Kasparov non si fece prendere dallo sconforto. 

In fondo potremmo pensare a questi programmi non più come delle intelligenze artificiali che sfidano le capacità cognitive umane, ma come un alleato che espande i nostri confini cognitivi. Un potenziamento del nostro cervello, una sorta di immaginazione aumentata – come ha suggerito Gregorio Magini in un articolo su Singola.net – che ci traghetterà al di là di noi stessi verso un nuovo, e ancora inesplorato, paradigma dell’intelligenza ibrida e della creatività artistica. In un luogo in cui uomo e macchina trovano una sintesi perfetta. 

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