Fuga negli UsaLa transizione europea all’auto elettrica non dipende solo dalla Cina

Dal 2027, secondo le ultime previsioni, non avremo bisogno delle batterie agli ioni di litio di Pechino: una buona notizia. Nel breve periodo, però, preoccupano gli Stati Uniti, che offrono alle imprese più agevolazioni e hanno prezzi dell’energia bassi. Ecco perché il Net-zero industry act della Commissione Ue necessita di un’accelerazione

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La batteria che alimenta l’auto elettrica è il simbolo per eccellenza della rivoluzione industriale innescata dalla transizione ecologica, un percorso che non si limiterà a modificare la composizione dei mix energetici ma andrà a sconvolgere interi settori e filiere, obbligando a ripensare i processi produttivi e i modelli di organizzazione del lavoro. 

Se le industrie del futuro saranno quelle della sostenibilità, allora la capacità di controllarne i materiali di base (i cosiddetti “metalli critici”) e le tecnologie diventa fondamentale per garantire la competitività economica e la rilevanza politica di una nazione. Non a caso, la transizione verde è al primo posto nella lista delle priorità strategiche della Commissione europea.

Proprio sulle batterie, indispensabili per i veicoli elettrici e per lo stoccaggio dell’energia rinnovabile intermittente, l’Europa è in una situazione di dipendenza tecnologica dalla Cina. Stando ai calcoli di BloombergNEF, Pechino ha nelle sue mani il settantacinque per cento della capacità manifatturiera globale di celle di batterie agli ioni di litio (la tipologia dominante a livello commerciale) e il novanta per cento della produzione di anodi (gli elettrodi negativi) e di elettroliti (le sostanze liquide che permettono il passaggio della corrente elettrica nei dispositivi). 

Uno studio di SNE Research aggiunge che due sole società cinesi, CATL e BYD, possiedono insieme una quota superiore al cinquanta per cento del mercato mondiale delle batterie. La Cina, inoltre, vale più della metà della capacità di raffinazione globale di litio, cobalto e grafite.

Ma c’è ancora una speranza per il nostro continente. Secondo una nuova analisi di Transport & Environment (T&E), l’Unione europea ridurrà drasticamente la sua dipendenza dalla Cina per le batterie agli ioni di litio entro il 2027. Per quell’anno, stando alle previsioni, Bruxelles potrebbe soddisfare internamente tutta la sua domanda di celle di batterie e il sessantasette per cento di quella di catodi. 

Al momento, va specificato, non ci sono raffinerie di litio sul territorio comunitario, ma T&E stima che al 2030 più del cinquanta per cento del fabbisogno del metallo lavorato sarà prodotto nell’Unione europea. Quanto invece al recupero dei “critical raw materials” dai dispositivi esausti – su cui Bruxelles sta puntando molto per limitare l’apertura di miniere – T&E dice che i progetti europei di riciclo riusciranno a coprire il dieci per cento della richiesta domestica di cobalto, il sette per cento di quella di nichel e il sei per cento di quella di litio entro la fine del decennio.

Un simile e roseo scenario di lungo termine è tuttavia possibile solo in presenza di una politica industriale capace di sostenere le aziende europee del settore – come la svedese Northvolt, la belga Umicore e la tedesca BASF – in un contesto internazionale estremamente complicato e sfidante. 

Non c’è solo Pechino da raggiungere, infatti. C’è anche Washington, a cui va data una risposta. Lo scorso agosto, il presidente statunitense Joe Biden ha firmato l’Inflation reduction act, una legge da 369 miliardi di dollari contenente incentivi generosi alla produzione statunitense di tecnologie per le energie pulite: pannelli solari, turbine eoliche, idrogeno verde, auto elettriche, batterie. L’obiettivo della Casa Bianca consiste nel restituire potenza manifatturiera agli Usa, in modo che possa superare la Cina nella corsa per il futuro.

L’Inflation reduction act, sotto certi aspetti, è una minaccia per l’Unione europea, che rispetto agli Stati Uniti ha due svantaggi competitivi: non offre alle imprese aiuti voluminosi quanto quelli della Casa Bianca; ha prezzi alti dell’energia che appesantiscono i costi di produzione. In cerca di condizioni migliori, molte società europee strategiche per la transizione ecologica stanno dunque dando priorità agli investimenti negli Stati Uniti.

È il caso di Enel per la componentistica solare, di Iberdrola per l’idrogeno verde e della già citata Northvolt, la grande speranza dell’Europa sulle batterie. La casa automobilistica Ford, che solo l’anno scorso aveva annunciato un piano per la manifattura di veicoli elettrici e batterie in Europa, adesso taglierà tremiladuecento posti di lavoro nel continente – specialmente in Germania – per spostarne una parte negli Stati Uniti. 

«Già oggi metà delle celle per batterie agli ioni di litio utilizzate nell’Ue è prodotta nel continente», ha spiegato Veronica Aneris, direttrice di T&E Italia. «L’Inflation reduction act ha però cambiato le regole del gioco: per questo l’Europa deve garantire maggiori risorse se non vuole rischiare di perdere gli impianti produttivi già previsti e i relativi nuovi posti di lavoro a favore degli Stati Uniti».

La Commissione sta effettivamente lavorando a un piano di risposta all’Inflation reduction act, di cui la presidente Ursula von der Leyen ha esposto i punti generali al forum di Davos: «per mantenere attrattiva l’industria europea, c’è bisogno di essere competitivi con le offerte e gli incentivi attualmente disponibili al di fuori dell’UE», ha detto. 

I primi passi del Net-zero industry act – questo il nome dell’iniziativa – saranno la semplificazione delle autorizzazioni per i progetti legati alle tecnologie pulite e l’allentamento della normativa comunitaria sugli aiuti di stato. Successivamente, per evitare squilibri sul mercato unico, verrà istituito un fondo sovrano europeo, dalle dimensioni però ancora ignote.

Secondo Aneris, «un fondo sovrano europeo sarebbe in grado di sostenere una strategia industriale comune per tutti i Paesi del continente, non solo i più ricchi». Tuttavia, «non dovrà essere per l’Italia un’occasione persa in materia di mobilità elettrica come lo è stato il Pnrr. I fondi», spiega, «dovranno essere indirizzati a quei settori strategici realmente capaci di salvaguardare il futuro dei posti di lavoro e la competitività industriale nazionale: veicoli elettrici, batterie ed energie rinnovabili.

L’analisi di T&E, insomma, dimostra che «c’è ancora molto potenziale da catturare nella costruzione della nuova filiera automotive europea». A questo proposito, la Commissione europea vuole vietare la vendita nell’Unione di nuove vetture a benzina o gasolio dal 2035.

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