EntomofagiMangiavamo insetti già dal paleolitico e nel mondo classico erano prelibatezze

Un excursus storico sulla presenza di locuste, grilli e larve nell’alimentazione dei secoli passati. Tanto per cambiare, non ci siamo inventati nulla

Foto di Wolfgang Hasselmann su Unsplash

«Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico». Così si legge nel Vangelo di Marco a proposito del Battista. Un Santo che abbiamo sempre immaginato non solo come un asceta, ma anche un po’ hippie, trasgressivo, proprio per queste sue scelte di vita, e per quella dieta così curiosa. In realtà la sua alimentazione era perfettamente in linea con le prescrizioni bibliche, era esattamente quella di un ebreo osservante. Nel Levitico, infatti, insieme ad altre norme che regolavano la vita quotidiana, si legge: «Sarà per voi in abominio anche ogni insetto alato, che cammina su quattro piedi. Però fra tutti gli insetti alati che camminano su quattro piedi, potrete mangiare quelli che hanno due zampe sopra i piedi, per saltare sulla terra. Perciò potrete mangiare i seguenti: ogni specie di cavalletta, ogni specie di locusta, ogni specie di acrìdi e ogni specie di grillo. Ogni altro insetto alato che ha quattro piedi lo terrete in abominio!». Bisogna però tenere presente che all’epoca del Battista le locuste erano considerate un cibo da penitenti, quindi sicuramente non una leccornia.

La presenza degli insetti nell’alimentazione umana è però ancora più antica: sicuramente nel Paleolitico i nostri progenitori non disdegnavano larve e altre creature per noi poco appetitose, ma quando nel Neolitico (a partire cioè dal 10.000 a.C.) l’agricoltura e l’allevamento fecero la loro comparsa nell’economia umana, lentamente l’entomofagia andò scomparendo. Ma non si perse completamente, anche se nell’antichità classica divenne una pratica rara e considerata curiosa. Erodoto, grande storico e geografo, nel quinto secolo racconta come i Nasamoni, abitanti di terre che corrispondono all’attuale Libia, «danno la caccia alle locuste e, disseccatele al sole, le pestano e poi le bevono gettandovi sopra latte».

Più tardi, nel primo secolo a.C., il geografo Strabone racconta di come in Africa alcune popolazioni vivessero di cavallette, «cacciate in quei luoghi dal forte soffiare dei venti di primavera e di settentrione. Per prenderle gettano nei burroni dei tipi di legna che bruciando fanno molto fumo e vi appiccano sotto il fuoco: le cavallette sorvolando quei burroni cadono acciecate dal fumo; ed essi allora le pestano con farina e ne fanno una specie di polenta della quale si nutrono». Per i Greci dell’antichità gli insetti erano qualcosa di esotico e curioso, oggetto di racconti al limite del fantastico. Ma non per tutti: secondo Aristofane nella civilissima Atene del quarto secolo i più poveri potevano acquistare al mercato «gallinacei con quattro ali», che secondo gli studiosi non erano che cavallette, vendute a basso prezzo. Aristotele, alla sua maniera, ne dà una descrizione scientifica, che rende ragione del sapore di questi insetti: «La larva della cicala se dovesse raggiungere la naturale grandezza sul terreno diventa una ninfa; allora ha un sapore migliore, prima che il guscio sia rotto. All’inizio i maschi sono più buoni da mangiare, ma le femmine, dopo aver copulato, sono ancora più buone perché sono piene di uova bianche». Questione di gusti, certo, ma non solo: allora come oggi l’opportunità di consumare insetti era oggetto di dibattito, tanto che Plutarco condanna chi mangia le cicale, che riteneva sacre per il loro bel canto, e che invece Ateneo di Naucrati considerava una prelibatezza.

E a Roma? Ancora nel primo secolo dopo Cristo, Plinio il Vecchio racconta come le locuste venissero cacciate e mangiate dai Parti e come molti insetti entrassero nell’alimentazione di alcuni popoli africani, mentre nella Capitale erano apprezzate le larve di un grosso insetto (cassus veniva chiamato), ingrassate con farina e vino. Ma i riferimenti all’uso degli insetti come cibo sono ormai rarissimi: se ne trovano tracce qua e là, come in Eliano, autore del terzo secolo che non ha parole lusinghiere nei confronti del consumo di cavallette.  L’abitudine di mangiare insetti, almeno in Europa, sembrava scomparsa. Ma nella storia, si sa, niente è per sempre.

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