Fatevi in quattroUn ritrovato protagonismo del Pd sarebbe una pessima notizia per Conte (e quindi positiva per tutti)

Mettere ordine nel campo democratico ricostruirebbe una dialettica governo-opposizione e riaprirebbe il dialogo con il Terzo Polo, oltre a marginalizzare i Cinquestelle che da mesi lucrano sulle disgrazie del Nazareno. A patto di non cedere a un rinculo identitario «de sinistra» che sarebbe la fine del partito

I candidati alla segreteria del PD
Roberto Monaldo/ LaPresse

Dei quattro, Stefano Bonaccini sembra già il segretario del Pd: da come parla, da come si muove. Bastava vederlo sabato alla mesta Assemblea nazionale («un funerale», l’ha definito Claudio Tito su Repubblica), pareva come i vecchi segretari che «tiravano le conclusioni». Un non depresso in un mare di angoscia. Questione di carattere.

Da Lucia Annunziata poi ieri i fab four del Pd sono apparsi molto educati, bravini, solidali, ognuno ha fatto la parte sua, di Bonaccini s’è detto, Gianni Cuperlo ha fatto Gianni Cuperlo il forbito-pensoso che dice quello che pensa, Paola De Micheli ha fatto la battagliera, Elly Schlein la portatrice di novità (che però si ferma sempre prima, potrebbe per esempio rinfacciare ai competitor di essere più o meno tutti sul ponte di comando ma non lo ha fatto).

Quattro brave persone che sembravano venire dalla Luna, sono stati – tranne Elly, oggi appoggiata da Franceschini e Orlando – bersaniani, dalemiani, lettiani, zingarettiani, epifaniani, martiniani, qualcuno persino renziano: ma scurdammoce o’ passato.

In ogni caso chiunque vinca alcune cose si sono capite. In primo luogo che il Pd non farà sconti al governo Meloni sulle cose concrete. E non farà barricate nel caso Meloni ne proponga una giusta. Fisiologia democratica.

Si rimetterà un po’ d’ordine nella Bisanzio democratica pur senza annunciare la morte delle correnti come dice ogni segretario di turno salvo mai riuscirci perché riuscirci non è possibile, e tuttavia le correnti dovranno fare i conti con un segretario vero, cioè né chiamato dall’estero (Enrico Letta) né eletto perché non c’è n’era uno appena appena più forte (Nicola Zingaretti che prevalse sul timido Martina e il renziano – vade retro! – Giachetti).

Se vincerà, come pare molto probabile, Bonaccini unirà un partito isterico chiamando al vertice accanto a lui gli altri candidati, magari con Elly Schlein vicesegretaria. Insomma, le condizioni per tirare un po’ su il Pd dalle acque stagnanti in cui l’ha gettato Letta e i suoi seguaci il leader che uscirà dai gazebo ce l’avrà e d’altronde peggio di come sta andando è impossibile.

Quali effetti avrà la ripresa del Pd (vedremo quanto ampia) sul quadro politico? Innanzitutto si dovrebbe ricostruire un minimo di sana dialettica governo-opposizione che in questi mesi è assolutamente mancata, dialettica che non è solo confronto (Carlo Calenda ci ha provato ma si è visto che non è servito a nulla) ma è anche e forse soprattutto scontro, polemica, lotta, come avviene in tutti i Paesi democratici.

Un ritrovato protagonismo del Pd sarebbe poi una pessima notizia per Giuseppe Conte, leader di un post-M5s che concretamente da mesi non sta facendo niente – ma niente – limitandosi a lucrare sulle disgrazie del Nazareno e passando all’incasso grazie alla incapacità di quest’ultimo.

Ma appunto se Bonaccini e compagnia cominciassero a suonare la grancassa di un’opposizione seria, ecco che sull’avvocato cadrebbe automaticamente il velo dell’irrilevanza politica costringendolo in un angolo minoritario di ben poco fascino.

Un terzo effetto potrebbe essere nel rapporto tra Pd bonacciniano e Terzo Polo nel senso di un’evoluzione evidente: come minimo nella direzione della fine di un clima perennemente polemico alimentato dagli anatemi del passato e come massimo in quello dell’avvio di un confronto serio sulle questioni.

Certo, il cosiddetto «nuovo Pd» non avrà mai lo smalto del Lingotto e delle prime Leopolde; e però potrebbe riacquistare quel ruolo, smarrito dopo il 2018, che compete ad un partito che comunque sta tra il quindici e il venti per cento dei voti.

Le condizioni però sono toste. La prima è che a pagare il prezzo del disastro del 25 settembre non sia il solo Enrico Letta nelle vesti di San Sebastiano (o San Paolo come preferisce lui) ma il suo gruppo dirigente che dopo il 2018 le ha sbagliate tutte (tranne la posizione sull’Ucraina, perché la rielezione di Sergio Mattarella non è merito del vertice del Pd ma semmai del protagonismo di alcuni parlamentari che hanno trascinato poi il partito su quella ottima soluzione).

Inutile fare nomi. Ministri, sottosegretari, capigruppo: certi dirigenti facciano un passo indietro e soprattutto non ostacolino, grazie al fatto di essere tutti parlamentari, il nuovo corso. Secondo, c’è da sperare che non ci sia un rinculo identitario «de sinistra» su posizioni che nemmeno il Pci aveva.

Da questo punto di vista il ritorno della pattuglia di bersaniani può essere un problema. Quando uno di loro, Arturo Scotto, dalla tribuna dell’Assemblea critica la Nato (nel frangente della guerra di liberazione dell’Ucraina!) il segnale è pessimo. Abbiamo sentito Roberto Speranza fare un discorso per carità molto ordinato che poteva andar bene vent’anni fa. Si è vista Livia Turco commuoversi per il rientro dei compagni dalemiani.

Insomma, nella Bisanzio piddina si ode ancora tanto l’ululato del vento della sinistra che fu: lo si vede anche nel ritorno al manettarismo anni Novanta. È chiaro se le posizioni sulla politica estera o sulla giustizia o su scelte anti-sistema in politica economica e industriale dovessero virare verso l’antiamericanismo, l’anticapitalismo, il giustizialismo allora altro che «nuovo Pd»: sarebbe «addio Pd». Il pericolo è sempre lì, dietro l’angolo.