Delle due l’una Se volete le coalizioni maggioritarie, almeno risparmiateci il dibattito sull’identità dei partiti

Non ha alcun senso continuare a discutere accanitamente di scelte, posizioni, principi che saranno inevitabilmente spazzati via in campagna elettorale, al primo tavolo di coalizione

Assemblea costituente del Pd
LaPresse / Roberto Monaldo

L’assemblea con cui venerdì si è chiusa – o forse aperta, vai a capire – la famigerata «fase costituente» del Partito democratico ha rilanciato ancora una volta l’infinito dibattito sull’identità della sinistra, dibattito tanto privo di senso quanto la procedura burocratica che ne offriva l’occasione. Vale a dire, in parole povere, il voto su una serie di documenti che andranno ad «affiancare» il manifesto del partito, per giustificare con una inesistente svolta ideologica il rientro degli ex scissionisti di Articolo Uno. Rientro peraltro già avvenuto, di fatto, con il loro inserimento in lista sotto il simbolo «Partito Democratico – Italia Democratica e Progressista» alle ultime elezioni.

L’insensatezza dell’attuale dibattito sull’identità della sinistra non deriva però soltanto dalla scarsa consistenza del dato di cronaca da cui tante analisi e commenti hanno preso spunto. Il problema è a monte.

Se infatti in Italia vi fosse un vero sistema elettorale proporzionale – sistema che pressoché tutti i commentatori di cui sopra rifiutano e demonizzano a priori, da trent’anni, come un inaccettabile ritorno al passato, al consociativismo, alla partitocrazia – simili discussioni avrebbero effettivamente un senso e persino una qualche utilità pratica.

L’elettore saprebbe che votare il partito più statalista, o più pacifista, o più centralista, o più libertaria, all’indomani delle elezioni, darebbe maggior forza a quelle posizioni nella formazione della coalizione di governo e dunque nel futuro esecutivo.

Discutere e azzuffarsi per far sì che all’interno di un singolo partito si affermasse una precisa identità, scrivendo nel suo manifesto, nei suoi documenti interni e infine nei suoi programmi elettorali parole chiare e impegnative, avrebbe dunque perfettamente senso: sarebbe il modo più semplice e diretto di intervenire sul primo anello di quella catena che finisce con il condizionare il governo del paese e quindi il futuro di tutti noi.

Ma in un sistema in cui le coalizioni si formano prima del voto, a un tavolo tra i leader di partito su cui praticamente nessun altro ha modo di incidere minimamente, che senso ha perdere tanto tempo in simili discussioni?

Alle ultime elezioni il Pd di Enrico Letta, dopo aver passato anni a coltivare l’alleanza con il Movimento 5 stelle (e relative convergenze politico-programmatiche), ha cominciato la campagna elettorale presentando un’alleanza con Azione e Più Europa, con un manifesto programmatico scritto da Carlo Calenda, per stringere pochi giorni dopo un’alleanza con la sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, con ulteriore, e diverso, accordo programmatico, motivo per cui Calenda ha rotto con il Pd ed è andato in coalizione con Italia Viva. Tutto questo nel giro di pochi giorni.

Ma se così vanno le cose in un sistema in cui le coalizioni si formano prima del voto – e in cui, di conseguenza, è solo in vista della campagna elettorale che si compiono le scelte politiche dirimenti – per quale ragione al mondo iscritti ed elettori dovrebbero perdere ore preziose della loro vita a discettare di principi, posizioni e idee che non troveranno alcuna pratica applicazione, né influenzeranno minimamente alcuna scelta concreta, esattamente come il manifesto del 2007 e tutti i successivi documenti, nel Pd, non hanno pesato di un grammo sulla scelta di allearsi prima con Calenda (con relativo programma calendiano) e poi con Fratoianni e Bonelli (con relativo programma fratoian-bonelliano)?

Tutta questa enfasi sulla costituente, i documenti, l’identità del Pd non ha semplicemente alcun contatto con la realtà. Il fatto che Roberto Speranza e i suoi compagni siano dentro il Partito democratico oppure fuori dal partito ma dentro le sue liste oppure fuori dal partito ma coalizzati con una lista propria, dal punto di vista pratico, cambia soltanto una cosa: chi tra loro e gli altri dirigenti del Pd avrà più probabilità di ottenere il seggio. Problema certamente importante, per loro. Assai meno, obiettivamente, per chiunque altro.

Per tutti gli altri – giornalisti, commentatori, iscritti ed elettori – si tratta dunque semplicemente di decidersi. Se pensate che l’identità e i programmi dei singoli partiti siano una cosa importante e meritevole di discussioni, analisi e lotte accanite, cominciate a battervi per un sistema proporzionale, senza coalizioni pre-elettorali. Altrimenti, risparmiateci almeno questo inutile supplizio.