Uguaglianza realePerché la Francia ha bisogno di un Osservatorio nazionale sulle discriminazioni

In “Misurare il razzismo”, Thomas Piketty spiega che è possibile discutere concretamente il modo migliore di combattere il razzismo e permettere la convivenza civile anche all’interno di un Paese multietnico e multiculturale

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Il problema è che non abbiamo un vero Osservatorio nazionale sulle discriminazioni, con il compito di rilevare e aggiornare ogni anno la situazione. Il Difensore dei diritti, che nel 2011 ha sostituito la Halde (Haute Autorité de lutte contre les discriminations et pour l’égalité), evidenzia nei suoi rapporti periodici l’ampiezza della discriminazione rispetto all’accesso al lavoro o all’abitazione basandosi proprio sulle ricerche svolte in tal senso. Purtroppo, questa autorità indipendente, che a seguito della riforma costituzionale del 2008 beneficia di uno status riconosciuto dalla Costituzione (art. 71), non dispone delle risorse materiali e umane che le permetterebbero di effettuare indagini in proprio e un monitoraggio sistematico e periodico della situazione.

Un Osservatorio nazionale sulle discriminazioni – che potrebbe essere posto sotto l’autorità del Difensore dei diritti – avrebbe come prima missione quella di analizzare in modo strutturato e con cadenza annuale in quale misura le percentuali di ottenimento di un colloquio di lavoro variano a seconda delle origini etniche presunte dei richiedenti (sulla base dei dati anagrafici e delle informazioni riportate nei curricula).

Si tratta di un quesito fondamentale e ben preciso, al quale è possibile rispondere solo organizzando sondaggi omogenei nel tempo e su campioni di adeguate dimensioni. Questi studi permetterebbero anche di conoscere in quale misura si concentri la discriminazione all’interno di un particolare segmento di datori di lavoro. Non tutte le imprese, e i responsabili delle risorse umane, hanno il medesimo comportamento: è importante saperlo e misurarlo oggettivamente. Ciò è possibile; tuttavia, garantire che i risultati ottenuti siano statisticamente attendibili su base annua richiederebbe un impegno oneroso e mezzi adeguati allo scopo.

Prima di attribuirgli compiti più complessi, è essenziale assicurare che l’Osservatorio sia in grado di centrare un tale obiettivo e di rispondere a questi interrogativi basilari. Oltre a questa attività iniziale, dovrebbero essere definite altre operazioni annuali di sondaggio. Una, particolarmente importante, riguarda i controlli de visu (au faciès) effettuati dalla polizia, difficili da rilevare in modo rigoroso. Nel 2012, un gruppo di ricercatori del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), specializzato in Istituzioni di diritto e procedura penale, ha sviluppato un protocollo che ha permesso di ordinare, in un abaco etnico strutturato in cinque tipologie (bianco, arabo, nero, indopakistano, asiatico), i circa 35.000 viaggiatori che in una giornata sono transitati nelle stazioni della metropolitana parigina di Gare-du-Nord e Châtelet-Les-Halles, per individuare quali tipologie siano state sottoposte a controllo negli oltre 500 accertamenti effettuati.

Il monitoraggio è stato effettuato all’insaputa dei presenti (viaggiatori e poliziotti) e in modo del tutto anonimo. I risultati hanno evidenziato una pratica massiccia dei controlli de visu, con una probabilità tra 5 e 10 volte superiore di essere fermati per i “neri” e gli “arabi” rispetto ai “bianchi”. Il divario aumenta per procedure come la perquisizione tramite palpazioni. Purtroppo, lo studio non è stato ripetuto con le stesse modalità, per cui non è possibile affermare se queste pratiche discriminatorie siano aumentate o diminuite a partire dal 2012.

Su questo l’Osservatorio nazionale sulle discriminazioni dovrebbe avere l’incarico di definire protocolli che permettano di effettuare indagini regolari e omogenee, per mettere a disposizione dati annuali affidabili e trasparenti. In assenza di questi, è impossibile chiedere una riforma delle procedure di polizia e valutare se i cambiamenti auspicati abbiano avuto luogo. L’Osservatorio potrebbe anche occuparsi di altri temi.

Nel 2021, l’associazione sos Racisme ha realizzato un’ampia campagna di sondaggi sulle dieci più importanti aziende di offerta di lavoro interinale, documentando che il 45% delle relative agenzie sul territorio era disposto ad accettare istruzioni inequivocabilmente discriminatorie rispetto ai propri clienti (a condizione che queste fossero date per telefono e non per iscritto), ad esempio dando la priorità ai “profili europei” a scapito delle altre “comunità”. Una indagine di questo tipo non era mai stata realizzata in precedenza, per cui è impossibile dire se dieci anni fa la situazione fosse peggiore o migliore.

Sempre nel 2021, il collettivo Cinégalités ha prodotto uno studio innovativo sui pregiudizi nella rappresentazione cinematografica in Francia, in relazione all’origine etnica e alle differenze di genere e di età. Non spetta a me stilare qui una lista completa delle campagne di indagine e dei sondaggi di cui dovrebbe farsi carico l’Osservatorio nazionale sulle discriminazioni. La questione, infatti, dovrebbe essere oggetto di un’ampia deliberazione democratica – soprattutto in occasione delle scadenze elettorali e dei dibattiti parlamentari – e di un’importante partecipazione collettiva da parte dell’associazionismo e dei sindacati. Ovviamente, l’attività dell’Osservatorio non impedirebbe in alcun modo il proseguimento dei lavori specialistici di ricercatori e associazioni né la nascita di esperienze locali, come l’Osservatorio sulle discriminazioni istituito nel 2021 dal Consiglio dipartimentale Seine-Saint-Denis.

Rispetto a questi, la prima funzione dell’Osservatorio nazionale dovrebbe essere quella di rilevare le discriminazioni su scala nazionale e comunicare ufficialmente e quantitativamente la loro crescita o diminuzione. In questo senso, è fondamentale che l’Osservatorio documenti le origini etniche e le caratteristiche culturali e religiose oggetto di possibili discriminazioni: razzismo anti-arabo o anti-africano, islamofobia, anti-semitismo ecc. Come hanno dimostrato gli studi effettuati, è possibile farlo variando i curricula in modo casuale e valutando l’effetto dei diversi contenuti di questi sui tassi di ottenimento di un colloquio di lavoro. Va notato come alcuni ricercatori non accettino il termine “islamofobia”, preferendo “razzismo anti-islamico” oppure “anti-musulmano”. Il dibattito sui termini è importante, ma a condizione che non si perda di vista la questione di fondo.

Inoltre, sarebbe utile che l’Osservatorio misurasse anche l’eventuale presenza di un “razzismo contro i bianchi”, che potrebbe benissimo esistere, anche se quasi impossibile da individuare dal punto di vista statistico in quanto marginale e localizzato solo in alcuni luoghi o territori. In ogni caso, è necessario che l’Osservatorio nazionale si ponga come obiettivo la quantificazione (e il confronto) delle diverse forme di discriminazione così come le si riscontra nella società, divenendo il barometro ufficiale e incontestabile delle pratiche discriminatorie.

Da “Misurare il razzismo. Vincere le discriminazioni”, di Thomas Piketty (La Nave di Teseo), 95 pagine, 9,50 euro

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