Cerco e (ancora non) trovoTra licenziamenti e dimissioni, LinkedIn sta vivendo un momento d’oro

La piattaforma nata per sviluppare le reti professionali dei propri utenti è stata scaricata 58,4 milioni di volte nel mondo a causa del massiccio esodo di lavoratori tech e non solo

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Nato nel 2002 e aperto al pubblico a partire dall’anno seguente, LinkedIn vanta ormai una storia ventennale. Il social network ideato dall’imprenditore statunitense Reid Hoffman e acquistato da Microsoft nel 2016 per oltre 26 miliardi di dollari è cresciuto in maniera costante a partire dalla fine degli anni Duemila, continuando ad ampliare la sua base di utenti soprattutto nel corso dell’ultimo biennio, complici la pandemia e un mercato del lavoro sempre più volatile e smart.

I dati relativi al 2022 hanno consacrato definitivamente la piattaforma nata per sviluppare le reti professionali dei propri utenti. Secondo la società di ricerca Sensor Tower, nell’anno appena trascorso l’applicazione mobile di LinkedIn è stata scaricata 58,4 milioni di volte nel mondo, con un aumento del 10 per cento rispetto all’anno precedente. Stando ai dati forniti dal social stesso, a novembre 2022 il numero di post in cui si parla di “open to work” (disponibile a un impiego) è aumentato del 22 per cento ed è stato registrato un notevole aumento dell’attività nelle bacheche degli utenti. A ottobre la piattaforma ha segnato una crescita dei ricavi del 17 per cento e il Ceo di Microsoft, Satya Nadella, ha parlato di «impegno record» da parte dei suoi 875 milioni di membri, con un’accelerazione della crescita a livello internazionale.

Non si tratta di un exploit casuale. Negli Stati Uniti il periodo pandemico è stato caratterizzato da licenziamenti diffusi nel settore del commercio e dei servizi; successivamente si è assistito a un cambio di rotta e, dal crollo del 2020, l’economia e il mercato del lavoro americani hanno continuato a crescere. Da alcune settimane a questa parte però, lo spettro di una recessione economica ha iniziato ad aleggiare tra gli analisti e non solo è previsto un calo generale delle occupazioni per il 2023, ma di recente si è già verificata un’ondata di licenziamenti che ha toccato i settori della tecnologia e dei media. Che, guarda caso, costituiscono una parte fondamentale della base di utenza di LinkedIn. 

Come noto, a novembre Mark Zuckerberg ha ufficializzato il taglio del 13 per cento della forza lavoro di Meta (11mila dipendenti), Amazon ha lasciato a casa circa 18mila lavoratori ed Elon Musk, dopo aver preso il controllo di Twitter, ha liquidato quasi la metà del personale (3.700 persone, alcune delle quali se ne sono andate volontariamente). Stando al sito Layoffs.fyi, nel 2022 più di 152mila individui hanno perso la propria occupazione in oltre mille diverse aziende del settore tech statunitense (un record negativo per il comparto tecnologico dall’inizio degli anni Duemila, quando ci fu lo scoppio della bolla delle dotcom). Così, all’improvviso, la rete professionale di LinkedIn si è trasformata in un’opportunità per coloro i quali si sono ritrovati tagliati fuori dal circuito professionale di Big Tech e simili.

In Italia le cose vanno diversamente. Questo genere di figure professionali continuano a essere le più ricercate dato lo scarso bacino disponibile: l’ultima indagine sulle prospettive occupazionali di ManpowerGroup prevede una crescita italiana del 20 per cento nell’ambito IT (Information Technology) nel 2023, al netto di situazioni isolate che risentono dei licenziamenti dei grandi colossi americani (come i 22 esuberi della sede milanese di Facebook Italia). 

In questo scenario, LinkedIn ricopre un ruolo sempre più centrale anche all’interno del nostro mercato. «Prima veniva usato più come una vetrina per cambiare o cercare lavoro» Spiega a Linkiesta Cristiano Carriero, esperto di social media marketing e autore di “LinkedIn. Lavoro, carriera e nuovi clienti”. «Oggi invece è in primo luogo una leva usata dalle aziende per far parlare i propri dipendenti in maniera strutturata, dando dei tips – dei consigli – ai collaboratori per poter promuovere non tanto i propri servizi quanto i propri valori. In secondo luogo, è un social di personal branding, quindi viene utilizzato da molti individui per promuovere il proprio lavoro, per far capire quanto si è bravi a fare una determinata cosa».

Un tema importante per il successo della piattaforma è stato il lavoro da remoto. «È stato uno dei temi più dibattuti su LinkedIn, tra remotisti e antiremotisti. Si tratta di un dibattito che rispetto agli Stati Uniti è in ritardo di qualche anno, ma negli ultimi tempi è diventato anche nostro: c’è per esempio una rivalutazione del Sud e del south working che è iniziata con la pandemia». 

L’altra faccia della medaglia riguarda la cosiddetta great resignation, vale a dire il fenomeno delle grandi dimissioni: «In Italia più che a licenziamenti abbiamo assistito a un’ondata di dimissioni, soprattutto nel settore tech. Molte dovute soprattutto all’impossibilità, dopo la pandemia, di restare a lavorare nelle città. Con i lockdown molte persone si sono spostate da Milano – dove lavoravano – al loro paese natale. Dopo 5 o 6 mesi si sono fatti delle domande: “mi conviene tornare in una città dove il costo dell’affitto è molto più alto?”. Molti hanno avuto ripensamenti sulla propria vita. Alcuni hanno deciso di licenziarsi e diventare freelance e in questo caso è chiaro che LinkedIn è diventato il primo posto dove cercare nuovi lavori, nuovi clienti e nuovi progetti. A differenza degli Usa non stiamo ancora assistendo a tutti questi licenziamenti: paradossalmente è più la necessità delle persone di voler cambiare la propria situazione economica e di poter lavorare da un posto più gratificante».

L’ascesa di LinkedIn, a ogni modo, è stata agevolata da altri fattori. Il panorama dei social media ha attraversato un 2022 particolarmente turbolento, con Facebook e Instagram che sono state fortemente criticate per aver iniziato a copiare TikTok e quest’ultima tacciata dal Congresso degli Usa e dagli organi dell’Unione europea di aver rubato i dati degli utenti occidentali in favore del governo cinese. Inoltre, non vanno sottovalutati gli effetti dell’affaire Twitter di Elon Musk, con tutte le vicissitudini che hanno fatto seguito all’acquisizione della piattaforma dei cinguettii da parte del patron di Tesla. L’esodo che alcuni avevano profetizzato non si è verificato, ma il futuro immediato del social resta un’incognita e diversi utenti potrebbero decidere di “trasferirsi” su una piattaforma dove costruire e impegnarsi in comunità professionali diverse da Twitter, preferendo la solida base di LinkedIn a reti ancora “acerbe” come Mastodon.