Leaving Milan, never easyCome sta andando il south working dei milanesi adottivi?

C’è chi ha scelto di abbandonare la città durante la pandemia per lavorare a distanza: il fenomeno nel 2020 ha permesso a 45mila lavoratori di proseguire la loro carriera dal Mezzogiorno. Voci e storie di persone in bilico tra il bisogno di ritmi più agili e il desiderio degli stimoli offerti dalla metropoli

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Milano non è una città semplice. E a maggior ragione non lo è durante un’emergenza sanitaria mondiale. Ma Milano, per tutti quelli che l’hanno scelta come casa, non è neanche così semplice da lasciare.

I motivi che hanno portato, in questi due anni di emergenza sanitaria, a un progressivo allontanamento dalla città, sono molti e tutti iper-giustificati. Milano è carissima e, fatta eccezione per qualche località vacanziera particolarmente vip, nel resto della penisola la vita costa considerevolmente meno, soprattutto man mano che ci si avvicina al Sud Italia.

Non solo: Milano è una città frenetica, competitiva, alienante finché non si riescono a mettere radici. Lavorare da una finestra vista spiaggia o affacciati sulle montagne sicuramente ha il potere di allentare il livello di stress: anche quando il lavoro va veloce, il contesto mantiene comunque i ritmi meno frenetici della provincia. Ancora: lo scenario di una pandemia mondiale rende le città molto popolose più soggette a chiusure e restrizioni rispetto ai piccoli centri o alle regioni più remote.

Il fenomeno di chi, grazie allo smart working, ha scelto di lasciare Milano, è stato nel 2020 talmente ampio che Treccani ha aggiornato il suo vocabolario con il neologismo south working: secondo i dati raccolti da Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), alla fine del 2020 a lavorare da remoto dalle regioni del Sud Italia sarebbero stati in 45mila.

Uno spostamento significativo supportato e incoraggiato da realtà come l’associazione South Working. Lavorare dal Sud Italia, realtà nata con l’obiettivo di creare una rete in grado di connettere i professionisti che hanno scelto di lasciare Milano, ma anche quelli che dalla terra d’origine non se ne sono mai andati. Tramite il sito i south worker si possono censire, cercare spazi di co-working e fare networking.

«Se vivere a Milano è difficile, anche il south working non è per tutti», puntualizza Giuseppe Cassarà, responsabile per la comunicazione di South Working. «Non basta tornare al Sud, ma bisogna rimboccarsi le maniche, perché l’Italia è una terra difficile: ci sono problemi di infrastrutture e di progresso digitale. Come associazione cerchiamo di risolverli facendo delle proposte attive di politiche pubbliche, ma il south worker dovrebbe essere qualcuno che si spende per il territorio in cui va a vivere. La nostra missione è quella di superare l’idea romantica del lavoratore con i piedi a mollo nell’acqua e il laptop: puntiamo a ingaggiare chi ha una professionalità e sceglie di stare in provincia come parte attiva dello sviluppo del territorio. Il nostro obiettivo primario è contribuire a ridurre il divario digitale, culturale, sociale ed economico tra Nord e Sud e tra i grandi centri urbani e tutte le aree più remote: di recente stiamo avendo contatti anche con comuni piemontesi e del Trentino».

Il punto è proprio questo: finché questo divario non sarà colmato, il vantaggio economico di vivere altrove rispetto a Milano è veramente sufficiente a strappare dalla città quelli che sono diventati i suoi cittadini adottivi? La fine della maggior parte delle restrizioni ha permesso di tornare a una sorta di normalità, Milano è tornata a essere Milano e, in parte, anche ad attrarre e ri-attrarre chi se n’era andato.

«Se decidi di vivere lontano dai luoghi in cui succedono le cose ti precludi molte possibilità, non espandi mai quello che hai. A conti fatti io voglio vivere in una città dinamica, dove sento che c’è più possibilità di crescere, dove se sei bravo puoi costruirti la tua strada: non puoi pensare di ottenere le stesse opportunità su Zoom, certe situazioni vanno per forza vissute di persona. E poi sono tornato anche perché banalmente mi mancava lo stadio: il Milan torna in Champions dopo 8 anni e io conto giorni che mi separano dalla prossima partita importante» è il punto di Nicola, 34 anni, giornalista freelance originario di Pisa.

Ludovica, 30 anni, napoletana, è manager in un grande gruppo editoriale: «Io sono tornata perché l’azienda ci ha richiamati in sede, se avessi avuto la possibilità di rimanere giù a tempo indeterminato sarei risalita con più calma, scegliendo io il momento, ma in ogni caso l’avrei fatto, magari all’inizio dell’inverno, quando si verifica un drastico abbattimento culturale».

«I mesi che ho passato a Napoli mi hanno consentito di risparmiare e mettere qualcosa da parte, sia perché la vita lì costa molto meno, a partire dalla banale spesa alimentare, e sia perché ho affittato per brevi periodi il mio appartamento milanese, ma anche di vivere la città da adulta, cosa che non avevo mai fatto essendomi trasferita a diciotto anni. Mi sono infatti chiesta come potrebbe essere vivere di nuovo a Napoli, dove avrei la possibilità di abitare in una casa più grande, magari con uno spazio all’aperto», continua Ludovica.

«Il punto però è che giù non potrei trovare l’indipendenza economica, sociale e lavorativa che mi sono creata a Milano, che è una città orientata al business, dove niente si fa per caso e dove entri in contatto con molte realtà diverse. Confrontarti costantemente con una città che corre a mille ti costringe a stare al passo. Milano accoglie tutti, ma non è per tutti: questa competizione ti fa crescere, anche economicamente. Napoli ti frega perché è bella e calorosa, ma il sacrificio che ti chiede è farti bastare la giornata di sole, il mare e il panorama».

Silvia, 36 anni, lavora come Pr freelance e consulente e si divide tra Milano e Cagliari: «Nel momento in cui a Milano tutto era chiuso e fermo, e avendo fatto la scelta di lasciare la vita di agenzia, ho fatto quello che avevo sempre sognato di fare: mi sono trasferita al mare. Mi sono cambiati i ritmi, mi alzo molto prima e inizio la giornata con una camminata nella natura, poi mi attacco al pc».

Spiega Silvia: «Il mio tipo di lavoro però impone tutta una serie di cose che per forza devo fare in presenza a Milano: appuntamenti, sopralluoghi, partecipazione agli eventi e alla vita della città. Quello che è veramente difficile trovare fuori da Milano, infatti, sono gli stimoli culturali e sociali che la città ti offre: se sei abituato a viverli, inevitabilmente dopo un po’ ti mancano, sia che tu ne abbia bisogno per il tuo lavoro, sia per il tuo equilibrio personale».

E allora? «Quindi per necessità, ma anche per volontà, credo di essere riuscita a trovare il giusto mezzo: ovvero avere una base a Milano per poi però ritagliarmi il più possibile la settimana o le due settimane al mese da trascorrere a Cagliari e avere così la qualità della vita che ho sempre sognato. Quando non sono in città mi manca da morire, poi arrivo e la prima ora nel traffico già mi fa cambiare idea. Ecco, so cosa non voglio più: la vita a Milano da dipendente, che ti costringe in ufficio dal lunedì al venerdì con degli orari rigidi, da computer. Potersi godere la città senza l’obbligo di vivere qui costantemente, e legata a degli orari fissi, è la condizione che ho sempre sognato».