Arabia Saudita delle rinnovabiliL’Australia potrebbe diventare l’hub energetico verde dell’Unione europea

Canberra non mette sul piatto solo le risorse pulite, ma anche la garanzia di essere un “like-minded partner”, ossia una Nazione di cui ci si può fidare davvero. A preoccupare Bruxelles, però, sono i prezzi di vendita potenzialmente elevati

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, quasi un anno fa, in Europa è tutto un discutere di sicurezza energetica e di diversificazione degli approvvigionamenti. Le attenzioni si sono riversate sul gas naturale, dato il suo peso nei mix del continente, ma la vera transizione ecologica prevede una sostituzione delle fonti fossili. 

Andranno dunque selezionati dei fornitori affidabili, per volumi e per sintonia politica, dai quali acquistare l’energia pulita che gli impianti comunitari non riusciranno a generare. Sull’idrogeno verde, per esempio, un combustibile a emissioni zero che può decarbonizzare industrie e trasporti pesanti, l’Unione europea si è data l’obiettivo di produrne internamente dieci milioni di tonnellate entro il 2030, e di importarne altrettante. Da dove?

Dall’Egitto, dal Kazakistan e dalla Namibia, ad esempio, stando alle partnership firmate lo scorso novembre dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ma anche, forse, dall’Australia, che di recente si è proposta come alleata «al cento per cento al fianco dell’Europa in questa transizione».

A fine gennaio il ministro australiano per il Cambiamento climatico e l’Energia Chris Bowen ha detto infatti a Bloomberg che Canberra «può essere una superpotenza nell’esportazione di energia rinnovabile e l’Europa è affamata di energia». Il primo febbraio ha tenuto un discorso al think tank CEPS per pubblicizzare il potenziale del suo Paese – rinnovabili, idrogeno, minerali critici come il litio e le terre rare – e promuovere i negoziati per un accordo di libero scambio. 

L’Australia non mette sul piatto solo le risorse, ma anche la garanzia di un “like-minded partner”, ossia di una Nazione di cui ci si può fidare davvero, che condivide lo stesso impianto istituzionale e gli stessi valori democratici europei. In modo da non ripetere l’errore commesso con la Russia, magari finendo a dipendere dalla Cina per le tecnologie pulite.

Bowen ha già siglato un memorandum d’intesa con i Paesi Bassi sulla promozione di una filiera dell’idrogeno verde e un accordo con la Germania per il finanziamento di progetti su questo combustibile. Il ministro assicura che «l’energia rinnovabile dell’Australia potrebbe generare più di otto volte tanto l’attuale domanda energetica globale». 

È una stima forse troppo ottimistica, ma è vero che il Paese ha le caratteristiche giuste per essere una powerhouse della transizione ecologica: elevato potenziale eolico e soprattutto fotovoltaico; riserve importanti di litio (ne è il maggiore produttore al mondo) e cobalto per le batterie, e quantità significative di grafite e terre rare; vastissimi e disabitati territori interni dove aprire miniere e installare parchi solari; un governo che sostiene tutto questo con gli investimenti e con la giusta narrazione.

A differenza del suo scettico predecessore, il nuovo primo ministro laburista Anthony Albanese ha infatti preso l’impegno di tagliare le emissioni del quarantatré per cento entro il 2030 e di portare la quota delle energie rinnovabili nel mix all’ottantadue per cento. Oggi, però, l’Australia ancora dipende dal carbone per quasi il sessanta per cento della generazione elettrica ed è la prima emettitrice pro-capite di carbonio tra i Paesi sviluppati.

Tra le qualità che potrebbero trasformare l’Australia nella “Arabia Saudita dell’energia pulita”, come si sente spesso ripetere, c’è infine la presenza di una forte base industriale nei combustibili fossili e nei minerali. Canberra è una massiccia esportatrice globale di carbone, di gas naturale liquefatto (GNL) e di minerale di ferro, che le garantisce competenze e infrastrutture pronte da utilizzare, riadattandole, nei comparti della sostenibilità. 

E lo sta già facendo. L’anno scorso il Giappone ha ricevuto il primo carico di idrogeno ottenuto dalla gassificazione del carbone australiano. Fortescue Future Industries, divisione della compagnia mineraria Fortescue Metals, vuole produrre quindici milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno entro il 2030. La regione di Pilbara, famosa per l’estrazione del ferro, ambisce a diventare un polo per l’export di combustibile rinnovabile. Il Paese oceanico dispone poi di tante formazioni geologiche – giacimenti di idrocarburi esauriti, principalmente – da sfruttare per lo stoccaggio della CO2 catturata: ad esempio i bacini di Cooper e di Surat.

Il governo australiano investirà quarantanove milioni di dollari per un hub dell’idrogeno verde nel carbonifero Queensland, e oltre cinque miliardi in linee di trasmissione per collegare gli impianti rinnovabili alla rete elettrica. Possibilità e volontà non mancano, ma resta da vedere se sapranno realizzarsi. In Europa, ad esempio, ci si domanda se l’idrogeno australiano potrà mai essere conveniente, visto che dovrà attraversare mezzo mondo per giungere a destinazione.

Il ministro Bowen pensa che non sia un problema. A far alzare il prezzo di vendita sono le spese di produzione del combustibile e di imbarco sulle navi, dice, non quelle di trasporto. E aggiunge che l’Australia ha già dimostrato di saper esportare energia su lunghe distanze: lo sa bene la Germania, che ha proprio in Canberra una delle sue principali fornitrici di carbone. 

Lo stesso non si può dire però per il GNL australiano, che si rivolge di preferenza all’Asia: a spartirsi il mercato europeo nel 2022 sono state l’America, la Russia e il Qatar. Ma con le forniture russe destinate ad azzerarsi, potrebbero aprirsi degli spazi anche per l’Australia: ad agosto, per la prima volta in almeno sei anni, il Regno Unito ha ricevuto un carico di GNL dalla lontana “terra giù sotto”. 

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