Retroscena dal red carpet Cosa funziona (e cosa no) nel docufilm “Milano: The Inside Story of Italian Fashion”

Gianni Versace, Giorgio Armani e Maurizio Gucci sono solo alcuni dei protagonisti della pellicola diretta da John Maggio che ha chiuso la Fashion week donna e che tenta di rappresentare il made in Italy, a cavallo tra gli anni Ottanta e i giorni nostri, con qualche omissione di troppo, senza dare una visione articolata di un sistema che ha ancora molto da dire

Millenovecentottantacinque, guglie del Duomo sullo sfondo, in primo piano i giganti della moda dell’epoca: una foto divenuta santino votivo di un momento specifico nella storia del costume con i maggiori designer dell’epoca, all’alba di una stagione di successi. Un periodo florido che si propone di raccontare il docufilm Milano: The Inside Story of Italian Fashion, scritto e prodotto dal giornalista, autore e documentarista Alan Friedman (con Giuseppe Pedersoli come co-scrittore e produttore esecutivo), e presentato in anteprima in occasione della chiusura della Fashion week milanese, domenica 26 febbraio. 

Il lungometraggio diretto da John Maggio, regista da Emmy grazie al documentario Panic: the untold story of the 2008 financial crisis, concentra la narrazione su alcuni dei casi di cronaca nera che sconvolsero la moda, dall’assassinio di Maurizio Gucci a quello di Gianni Versace, e a come cambiarono gli equilibri già fragili di maison all’epoca “a gestione familiare”, prefigurando un mondo diverso.

Pretendere di riassumere in novanta minuti la moda italiana dagli anni Sessanta ad oggi è forse una richiesta eccessiva da parte dello spettatore. L’epopea di storie e personalità che hanno cambiato la società e il costume del nostro Paese abbisogna sicuramente di un tempo maggiore, e non si possono riporre le speranze in un unico prodotto laddove manca un’intera e coesa bibliografia. Ciò nonostante, la visione non ha ricevuto unanime plauso. 

Courtesy of Beaver Lake Pictures

Con una nota ufficiale, Maison Valentino – che al documentario ha partecipato con la presenza del direttore creativo Pierpaolo Piccioli e dell’amministratore delegato Jacopo Venturini – ha espresso un certo dispiacere per un risultato finale difforme da quanto immaginato.

«Siamo davvero dispiaciuti per il risultato finale del documentario, che pur essendo ben diretto, non rappresenta sino in fondo il progetto che ci era stato raccontato e che ci aspettavamo. Purtroppo non abbiamo avuto possibilità di visionarlo in anticipo, come invece ci era stato offerto. A nostro personale avviso la rappresentazione del Made in Italy è molto marginale, sia nel suo contemporaneo, che per il suo passato. Figure di grandissimo rilievo quali Albini, Krizia, Ferrè, Fiorucci e altri sono solo accennati o esclusi, così come i nostri fondatori Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti», scrive la maison. 

Di una «scelta narrativa e registica» ha parlato il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana (Cnmi), Carlo Capasa, che ci ha rilasciato via mail una sua dichiarazione sul film: «La storia della moda italiana è un fenomeno complesso, la raccolta di tantissime storie umane e professionali, di un contesto storico, politico, sociale e culturale sfaccettato. È una storia fatta di genio, creatività ed impegno, di grande lavoro, pragmatismo ed energia positiva», spiega Capasa.

«Questo film, per scelta narrativa e registica, racconta in un’ora e mezza solo una parte di questa storia e alcuni dei suoi protagonisti, saltando autori importanti e trattandone altri in maniera marginale. Speriamo che sia da stimolo ai giovani per approfondire e sia seguito da nuove produzioni che possano raccontare in maniera più specifica le tante storie che hanno contribuito a rendere straordinaria la Milano degli inizi e l’energia e i creativi del nuovo millennio che, supportati da un’industria unica al mondo, ne fanno oggi più che mai una delle più importanti capitali della moda», conclude. 

In effetti, il documentario cita Valentino Garavani e il suo partner di business e nella vita Giancarlo Giammetti, senza dilungarsi sul loro straordinario contributo a una narrazione italiana divenuta di rilevanza globale, l’affiliazione all’America di Hollywood, Elizabeth Taylor e Audrey Hepburn, e alla sua unica Royal family, i Kennedy. Un appunto, quello della Maison, al quale risponde Giuseppe Pedersoli. 

Sharon Stone (courtesy of Beaver Lake Pictures)

«Ci dispiace se la Maison Valentino o forse il signor Valentino Garavani, siano rimasti dispiaciuti giacché nel nostro film il valore e l’importanza del brand Valentino sono ben rappresentati dall’attuale Creative director Pierpaolo Piccioli, e dal CEO di Valentino, il signor Jacopo Venturini, con un’ampia valorizzazione anche rispetto a Valentino e Hollywood, e ben testimoniata dalla tre volte premio Oscar Frances McDormand», spiega lo sceneggiatore e produttore cinematografico che ha lavorato al film. 

Co-prodotto da Beaver Lake Pictures, Eagle Pictures e 3Mary Entertainment, insieme ad Ark Media, il titolo sarà distribuito nel 2023, al cinema e in streaming. Concepito in dieci capitoli che narrano altrettante fasi della storia della moda, tra le maggiori rivelazioni del film c’è quella che rappresenta un momento di sliding doors. Si parla qui del progetto di formare un gruppo del lusso italiano – riunendo Gucci e Versace – orchestrato da Santo Versace, Domenico De Sole e Tom Ford. 

L’idea che, probabilmente, avrebbe cambiato il corso della moda italiana come la conosciamo oggi, non si trasformò mai in realtà, a seguito della morte di Gianni Versace, che aveva approvato l’accordo qualche giorno prima del suo omicidio a Miami. E non succederà nulla neanche quando, nel 2004, Domenico De Sole, Tom Ford, Santo Versace e Leonardo Del Vecchio (proprietario di Luxottica, che possedeva la licenza degli occhiali Versace, ndr) ci riprovano. 

Una volta lasciato il Gucci Group, De Sole e Tom Ford sono infatti liberi di entrare nel brand. Il progetto, a cui mancano solo le firme, viene però fermato da Donatella Versace, che «minaccia di uccidersi se le verrà tolta la direzione creativa» (a dirlo è proprio Tom Ford). 

E, infatti, Versace è tra le designer che non hanno volutamente preso parte al progetto, che non racconta poi la sua storia di successo e rinascita: un miracolo operato da una donna che, nonostante la mancata formazione da designer (prima della morte di Gianni si occupava della comunicazione del brand), ha traghettato il brand in salute e con la sua rilevanza intatta, vendendolo a Capri Holdings, nel 2018, per 1,83 miliardi di euro, rimanendo direttore creativo. Un’operazione svolta anche con un certo grado di umiltà: «Non mi giudico, cercherò di fare del mio meglio», dice in un filmato d’archivio. La maison Versace, rispondendo alla nostra richiesta di commento, ha scritto che al momento non ha in programma di rilasciare dichiarazioni ufficiali in merito. 

Il “protagonista chiave” come spiega però lo stesso comunicato, è senza dubbio Giorgio Armani, in una delle interviste più intime che il riservato piacentino abbia mai concesso, e che ripercorre la sua carriera da quel 1975 degli inizi con la storica vendita del Maggiolino per auto-finanziarsi al rapporto con Sergio Galeotti, co-autore di quel miracolo italiano. Sulla morte di Galeotti (nel 1985, di Aids) si mostrano i giornali dell’epoca, che parlarono di infarto, per mantenere forse il riserbo sulla vicenda anche se, durante il film, lo stesso presidente della Camera della Moda italiana, Carlo Capasa, ammette: «Lo sapevano tutti».  

Che la pellicola sia un omaggio a Giorgio Armani è però lo stesso Friedman a dirlo: «Milano: The Inside story of Italian Fashion è il primo film indipendente, cioè non finanziato dal mondo della moda e non condizionato da nessuno, che cerca di raccontare in modo onesto e serio la vera storia della moda italiana. Il film è anche un omaggio al grande Giorgio Armani, e a quel matrimonio magico tra la creatività e l’industria che ha reso Milano la capitale della moda», ha dichiarato.

Giorgio Armani (LaPresse)

A confermare l’indipendenza del progetto ci ha pensato una nota della Camera Nazionale della Moda Italiana: «Non c’è stato nessun coinvolgimento di Cnmi nella selezione dei designer o delle personalità da intervistare. Il produttore e co-sceneggiatore del documentario Alan Friedman ha presentato il progetto a Cnmi nel 2020. Considerata la qualità del lavoro che aveva svolto per l’Associazione, intervistando alcuni dei protagonisti della moda italiana e delle istituzioni nazionali ed europee in occasione della Milano Digital Fashion Week, e considerata inoltre la qualità del regista, la Camera ha favorito il contatto tra la produzione e i propri Associati selezionati dalla produzione stessa», si legge nella nota.

«Il dialogo tra i soci e la produzione – continua – è proseguito in maniera indipendente, così come la selezione dei contenuti. La produzione ha inoltre richiesto di potere intervistare il presidente, Carlo Capasa: una richiesta che è stata accolta. L’intervista non è stata integralmente inserita. La Camera Nazionale della Moda Italiana ha visionato il documentario non nella sua versione definitiva, in quanto compaiono in più capitoli interventi del presidente Carlo Capasa». 

Per quanto riguarda il processo creativo che ha portato al risultato finale, è lo stesso Friedman a illustrarlo: «Abbiamo intervistato quarantanove persone per il film durante un periodo di oltre diciotto mesi. Poi, basandosi sulle logiche e sulle esigenze dell’arco narrativo della storia della moda italiana, il regista John Maggio ha scelto ventisei personalità per il film, iniziando con Giorgio Armani, Sharon Stone e Tom Ford».

Il progetto, realizzato con il patrocinio della Camera della moda, vede tra i principali sponsor Intesa Sanpaolo e Campari. Cnmi, va specificato, non ha finanziato in nessun modo la produzione. Il viaggio cinematografico di Milano: the inside story of Italian fashion è in effetti un racconto che riflette su un’età dell’oro che, a sentire i protagonisti del documentario, sembra sul viale del tramonto. «Oggi la moda è guidata dal marketing» spiega Armani. Dichiarazioni di certo condivisibili, a cui però, per via delle scelte stilistiche e delle tempistiche, manca un adeguato controcanto. 

L’ingresso dei conglomerati francesi nel Made in Italy ha cambiato le carte in tavola, lasciando pochissimi brand davvero indipendenti: «Siamo rimasti noi e il signor Armani», riflette con tristezza Stefano Gabbana, il designer che con Domenico Dolce ha creato il brand Dolce&Gabbana, unendo acume milanese per gli affari e afflato estetico siculo. 

Tom Ford (Courtesy of Beaver Lake Pictures)

Per quanto sia impossibile in novanta minuti dare uno sguardo esaustivo sul passato e offrire anche prospettive presenti, è innegabile la potenza attuale di un brand come Prada, che – secondo il Lyst index dell’ultimo trimestre 2022 – è il brand più cercato al mondo. Ancora di proprietà della famiglia fondatrice – che possiede anche Miu Miu e i brand di calzature Church’s e Car Shoe – la sua evoluzione in un brand desiderato a livello globale eppure orgogliosamente milanese e identitario trova poco spazio nel documentario. L’azienda, così come Ermenegildo Zegna, raggiunta via mail, non ha voluto commentare.

Capace di guardare consapevolmente al futuro, Prada è risultata al primo posto per ricavi tra le aziende di moda italiane (3,4 miliardi). I dati, condivisi una settimana fa, provengono da un report di Area Studi Mediobanca, che ha aggregato i risultati finanziari di centocinquantadue società della moda con sede in Italia e fatturato individuale superiore ai cento milioni di euro. Un futuro che interessa meno a Giorgio Armani, che nel film ammette di «non essere eterno». Al momento, continua lo stilista, «il mio impegno è quello di gestire la compagnia per i restanti anni della mia vita». 

Poco spazio è riservato anche al Gucci post Tom Ford, tra le voci narranti del documentario e dispensatore di aneddoti tra i più divertenti della pellicola: il brand fa ad oggi parte del conglomerato Kering e nel documentario compare l’amministratore delegato Marco Bizzarri, ma la sua evoluzione in gigante del sistema mondiale della moda – grazie alla guida dell’ex direttore creativo Alessandro Michele – è taciuta. 

Il documentario si ferma al 2020 della pandemia, anno nel quale Michele era ancora saldo nel suo ruolo. Un ruolo che, nel suo settennato, è stato fondamentale per far entrare il brand in un immaginario culturale, e non solo ristretto agli addetti ai lavori. Gucci ci ha risposto di non voler commentare la vicenda.  

Non mancano invece i divi di Hollywood, che raccontano le loro esperienze con creatori e abiti che li hanno resi celebri sui red carpet, da Sharon Stone a Samuel L. Jackson, passando per Helen Mirren, Lauren Hutton e Frances McDormand. In effetti, il prodotto ha uno sguardo probabilmente più rivolto al pubblico internazionale che tricolore.

La nostalgia dei protagonisti e il loro pessimismo sullo stato attuale del mercato, uniti al gusto per la cronaca nera, hanno forse avuto la meglio sui desideri di chi, tra designer e addetti ai lavori, auspicava un racconto più articolato, completo, capace di codificare le innumerevoli iterazioni della nostra attitudine creativa, che danno senso (ancora oggi) alla locuzione “made in Italy”. Un alfabeto ancora sconosciuto al mondo esterno, e che ci vorranno diversi documentari, per imparare a raccontare. Come forse avremmo dovuto fare, già molto tempo fa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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