Anticamera perenneI due fattori che bloccano l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue

La determinazione di Kyjiv a entrare a far parte pienamente della famiglia europea è encomiabile, ma tutto dipenderà dai tempi e dalle modalità dei negoziati con i paesi dei Balcani Occidentali e l’imprescindibile necessità di un’ampia riforma del sistema europeo

Pixabay

Come avviene sempre a conclusione delle riunioni del Consiglio europeo i Capi di Stato e di governo si rivolgono alle loro opinioni pubbliche nazionali da Bruxelles, ciascuno di fronte a un gruppo ristretto di corrispondenti della carta stampata e dei media, per esprimere la loro personale soddisfazione sui risultati raggiunti. In un rapporto di “eurosaggi” elaborato nel 2017 su incarico della Camera dei deputati sullo «stato e le prospettive dell’Unione europea», i relatori avevano suggerito di «facilitare lo sviluppo di un’opinione pubblica europea con un’informazione e media sensibili alle notizie “europee”.

In quest’ottica, sarebbe fortemente simbolico se le conclusioni di ogni Consiglio Europeo e dei Consigli UE fossero presentate in un’unica conferenza stampa congiunta dei vertici delle Istituzioni UE. Questo darebbe ai giornalisti e quindi alle opinioni pubbliche una visione davvero europea di quanto discusso e deciso dall’insieme dei governi, riducendo gli spazi per le unilaterali narrazioni d’impronta nazionale.

Da allora le narrazioni nazionali sono aumentate invece di ridursi e il Consiglio europeo del 9 febbraio 2023 non ha fatto eccezione a questa prassi di dannosa frammentazione dell’immagine dell’Unione europea. La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, si è ancor più distinta in quest’esercizio di rivendicazione del ruolo della “nazione” attribuendo spudoratamente all’Italia meriti e influenze che non le appartenevano come il fatto che nelle conclusioni del Vertice era stato scritto per la prima volta su sua richiesta che «la politica migratoria è un problema europeo che esige una soluzione europea».

La lettera inviata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al Consiglio europeo il 26 gennaio 2023 – che commenteremo più avanti – iniziava invece affermando che «Migration is a European challenge for which we must provide a European response» con un approccio introdotto nella narrazione europea dalla Commissione Juncker fin dal 2015 poi ripreso regolarmente dal Consiglio europeo che si è occupato di questo tema anche se nulla è avvenuto di concreto per adottare una risposta europea a cominciare dalla mancata revisione del “Regolamento di Dublino” e di tutte le nove proposte legislative che da esso conseguono, una revisione rinviata per ora alla primavera del 2024.

Come sappiamo il Consiglio europeo straordinario del 9 febbraio 2023, inizialmente convocato per essere dedicato solo alla risposta europea al controllo dei flussi migratori, è stato mediaticamente vissuto per l’incontro fra il presidente Volodymyr Zelensky con i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea a cui si sono aggiunti i temi dell’economia, del dialogo fra la Serbia e il Kosovo e del terremoto in Turchia e Serbia.

L’economia europea nella nuova realtà geopolitica
I temi economici, divenuti più urgenti di fronte alla nuova realtà geopolitica ed ai rischi per la competitività europea nel quadro della transizione verde e digitale, sono apparsi ancora più sensibili  di fronte alla sfida dei duemila miliardi di dollari in sussidi all’industria offerti dall’amministrazione Biden con i piani sulle infrastrutture (Build Back Better), sui semiconduttori (Chips Act) e soprattutto sulle tecnologie verdi (Inflation Reduction Act- IRA) che hanno spinto il 6 febbraio i ministri dell’economia tedesco Robert Habeck e francese Bruno Le Maire a un singolare viaggio a Washington – ben più inopportuno della cena all’Eliseo fra Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Volodymyr Zelensky dell’8 febbraio – da cui sono tornati a mani vuote con il solo effetto fortemente negativo di violare il potere esclusivo della Commissione europea sulla politica commerciale.

Dal Consiglio europeo straordinario del 9 febbraio Olaf Scholz è tornato a Berlino e Emmanuel Macron è tornato a Parigi con un momentaneo successo sul tema degli aiuti di Stato – che interessano soprattutto le industrie tedesche della chimica, dell’automobile e dei semiconduttori – perché i Capi di Stato e i governo hanno autorizzato la Commissione europea ad accettare sostegni nazionali «mirati, temporanei e proporzionati anche mediante crediti di imposta nei settori strategici per la transizione verde che subiscono l’impatto negativo delle sovvenzioni estere e degli elevati prezzi dell’energia» sapendo che i due terzi di questi aiuti sono concessi alle industrie tedesche e francesi.

Giorgia Meloni, che era volata a Bruxelles per ottenere soprattutto una doppia flessibilità sui tempi e sulle condizioni dell’uso dei fondi europei (coesione e Pnrr), è tornata invece a Roma con una disponibilità solo teorica che dovrà essere negoziata prima con la Commissione europea e poi con il Consiglio sapendo che la flessibilità riguarderà esclusivamente i progetti che agevoleranno la transizione verde (e non quella digitale e gli investimenti nella politica energetica) e che essa sarà condizionata comunque al ritmo di attuazione delle riforme interne.

Il successo franco-tedesco rende irrilevante e puramente retorica l’affermazione dello stesso Consiglio europeo e l’appello della Commissione europea per «mantenere l’integrità del mercato unico e le parità di condizioni al suo interno» e la necessità di «prestare grande attenzione al mantenimento della competitività delle piccole e medie imprese» ma questo successo è una vittoria di Pirro perché le industrie dalle due parti del Reno non sono in grado di competere da sole contro le grandi potenze industriali americane e cinesi.

Le profonde trasformazioni dell’economia mondiale (dispersione globale della produzione, automazione e robotizzazione, competizione con le economie emergenti, superamento della distinzione fra manifattura e servizi) impongono da tempo un cambiamento di rotta alla politica industriale europea. 

Non si tratta più di valutare «l’addizionalità» di politiche europee rispetto a quelle messe in campo dagli Stati membri dell’Unione europea; piuttosto, è il momento di dare forma a una politica comune che parta dalla dimensione europea e che definisca, a cascata, gli spazi d’intervento per i livelli di governo nazionali e regionali. 

È necessaria una politica industriale europea innovativa, che incoraggi pienamente e favorisca l’efficienza energetica, l’economia circolare, la digitalizzazione e lo sviluppo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale compatibile con l’obiettivo della piena occupazione. 

È a livello europeo che le frammentazioni del mercato unico a trent’anni dalla sua introduzione producono costi maggiori ed è a tale livello che la necessità di un partenariato pubblico/privato capace di “creare i mercati” si fa più forte. 

Non si tratta principalmente di creare adeguate capabilities, com’è imprescindibile in contesti in via di sviluppo, ma di risolvere il coordination problem che nasce nel tentativo di organizzare la specializzazione produttiva e innovativa di un intero continente. 

L’Unione europea deve in primo luogo lavorare a fianco delle industrie europee, tenendo conto del suo tessuto produttivo composto essenzialmente da piccole e medie imprese (99,8 per cento) per sostenerle nella trasformazione digitale e per costituire il corretto quadro di riferimento nonché le condizioni per promuovere l’innovazione, gli investimenti e gli strumenti finanziari e fiscali che consentano loro di crescere e di espandersi. 

L’Unione europea dovrebbe prevedere politiche di sviluppo dell’innovazione tecnologica, con una cabina di regia europea che sia in grado di indicare strategie da seguire e coordini il lavoro dei partecipanti facendo attenzione a che le ricadute industriali siano quanto più diffuse sul territorio europeo in un’ottica di aumento della quota percentuale del prodotto industriale sul Pil. 

In questo quadro il processo di automazione che coinvolgerà anche l’industria manifatturiera e che richiederà misure di sostegno anche a livello europeo dovrà essere accompagnato da cambiamenti radicali nella formazione dei lavoratori ripensando programmi e metodologie didattiche e utilizzando la robotica come stimolo alle capacità cognitive e alla creazione di lavori di alta qualità.

La politica industriale europea deve essere fondata su una strategia globale che comprenda misure finanziarie, legislative e non legislative nei settori della digitalizzazione, della sostenibilità, dell’economia circolare, dell’efficienza energetica ma anche delle imprese di economia sociale. 

In questo spirito la proposta della Commissione europea per un Green Deal Industrial Plan for the Net-Zero Age presentata il 1° febbraio 2023 e il progetto di un Fondo Sovrano Europeo per l’Industria come bene pubblico europeo lanciato da Thierry Breton e Paolo Gentiloni il 3 ottobre 2022 torneranno inevitabilmente di attualità quando si aprirà nel prossimo giugno la discussione sulla revisione del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027.

In questo quadro, il Movimento europeo ha presentato una serie di proposte articolate sullo sviluppo di beni pubblici europei che riguardano sia la politica economica che quella fiscale e intende rilanciare la proposta avanzata dal premio Nobel dell’economia Robert Shiller e poi del governo spagnolo di Pedro Sanchez per titoli europei perpetui come forma innovativa di azionariato dell’Unione europea.

L’Unione che respinge e che esclude
Come abbiamo scritto più sopra, la revisione del Regolamento di Dublino è stata rinviata di comune accordo dal Parlamento europeo e dal Consiglio alla primavera del 2024 durante la presidenza belga del Consiglio con l’impegno di concludere i negoziati prima della fine dell’attuale legislatura.

Legittimati dalla sorprendente lettera della presidente della Commissione europea del 26 gennaio 2023 – che annuncia un mutamento di approccio dell’esecutivo europeo rispetto al Migration Pact del settembre 2020 passando dalla priorità del diritto internazionale, dei principi e dei valori dell’Unione europea e della tutela dei diritti fondamentali all’Europa che respinge e che esclude – e sospinti dalle richieste di Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia.

Malta e Austria su ispirazione del cancelliere austriaco Karl Nehammer con la complicità di Italia e Paesi Bassi, i capi di Stato e di governo dei Ventisette hanno deciso di concentrarsi sul rafforzamento dell’azione esterna, sulla cooperazione in materia di rimpatrio e di riammissione, sul controllo delle frontiere esterne, sulla strumentalizzazione dei migranti a fini politici e sulla cooperazione con Europol, Frontex e Eurojust confermando il principio secondo cui il controllo dei flussi di migranti è essenzialmente un problema di sicurezza.

Nulla è stato detto sulle ragioni dei movimenti di popolazioni, che avvengono in larga parte all’interno dei paesi di origine, fra paesi dell’Africa sub-sahariana e verso paesi in via di sviluppo, sul fatto che il cosiddetto pull factor non deriva dalla mancanza di respingimenti e di rimpatri dei migranti irregolari ma dalla fuga inarrestabile dai conflitti interni, dalle guerre interstatali, dalla fame, dai disastri ambientali e dall’espropriazione delle terre, che i rimpatri sono in molti casi impossibili per l’impossibilità di sottoscrivere accordi con paesi terzi, che molti rimpatri avranno come conseguenza la morte o la schiavitù dei migranti definiti irregolari e che l’Unione europea avrebbe dovuto adottare da tempo un piano per lo sviluppo dell’Africa.

Nulla è detto sul valore aggiunto per le economie europee e per la ricchezza delle nostre culture dall’accoglienza dei migranti economici e sulla necessità di mobilitare risorse umane e finanziarie da mettere a disposizione in particolare dei poteri locali per garantire politiche di inclusione considerandole come gli unici strumenti efficaci per garantire la sicurezza di chi arriva e la sicurezza di chi accoglie.

Quel che deve suscitare una fortissima reazione da parte delle organizzazioni non governative e delle associazioni rappresentative della società civile – al fine di spingere il Parlamento europeo a rifiutare le conclusioni del Consiglio europeo usando tutti gli strumenti istituzionali di cui l’assemblea dispone – è il paragrafo 23.e (scusate il linguaggio burocratico) delle conclusioni in cui si dice senza vergogna: «chiede alla Commissione europea di mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi dell’Unione europea per sostenere gli Stati membri nel rafforzamento delle capacità e delle infrastrutture di protezione delle frontiere, dei mezzi di sorveglianza – compresa la sorveglianza aerea – e delle attrezzature. In tale contesto, il Consiglio europeo invita la Commissione (che si era già auto-invitata nella lettera della presidente Ursula von der Leyen del 26 gennaio 2023, n.d.r.) a mettere a punto rapidamente la strategia di gestione europea integrata delle frontiere». 

Pudicamente, Ursula von der Leyen ha specificato in conferenza stampa che il controllo delle frontiere esterne sarà garantito da telecamere, sorveglianza elettronica, strade, torri, veicoli e personale evitando di contraddire se stessa quando aveva detto che l’Unione europea non avrebbe finanziato né muri né fili spinati.

Poiché gli ingenti fondi dovranno essere prelevati dal bilancio dell’Unione europea, che è finanziato dalle cittadine e dai cittadini europei, il Movimento europeo intende inviare una petizione al Parlamento europeo per sapere – in quanto movimento di cittadini-contribuenti – su quale linea di bilancio saranno prelevati, se sarà necessario un bilancio suppletivo e rettificativo su cui l’assemblea avrà l’ultima parola e se saranno esclusi finanziamenti per muri e fili spinati.

L’Ucraina e l’Unione europea
Il Consiglio europeo ha ribadito tutti gli impegni assunti dall’Unione europea fin dall’inizio dell’aggressione russa del 24 febbraio 2022 che si possono leggere nelle conclusioni ma non ha ritenuto opportuno rispondere alla richiesta del presidente Zelensky di inviare a Kyjiv aerei da combattimento oltre che carri armati.

Nessun impegno è stato preso sui tempi dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea (che Kyjiv vorrebbe fissare entro il 2026) limitandosi a riconoscere «la determinazione dell’Ucraina a soddisfare i requisiti necessari al fine di avviare quanto prima i negoziati di adesione» e «il potenziale dell’accordo di associazione, compresa la zona di libero scambio globale e approfondita, in modo da creare le condizioni per il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali in vista dell’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico dell’Unione europea».

Appare evidente che i tempi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea saranno strettamente legati a due fattori che prescindono dalla determinazione di Kyjiv a entrare a far parte pienamente della famiglia europea: i tempi e le modalità dei negoziati con i paesi dei Balcani Occidentali che attendono da anni sulle porte dell’Unione europea e l’imprescindibile necessità di un’ampia riforma del sistema europeo le cui inefficienze sono già evidenti in una unione a ventisette e che diventerebbero insopportabili in una unione che sarebbe chiamata a integrare fino a trentacinque paesi membri.

Questo stato di cose rafforza la posizione del Movimento europeo secondo cui la legislatura che inizierà a luglio 2024 dovrà avere una dimensione costituente sotto la guida del nuovo Parlamento eletto – ispirandosi al metodo e al contenuto del progetto adottato dall’assemblea il 14 febbraio 1984 – al fine di dotare l’Unione europea di un nuovo trattato di natura federale, fondato sui principi di una sovranità condivisa e non sulla somma di sovranità nazionali, sul rispetto dello stato di diritto, sul primato del diritto europeo e su una democrazia sovranazionale rappresentativa, partecipativa, paritaria e di prossimità

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter