Low GunLa spesa militare degli Stati Uniti è di 816 miliardi di dollari all’anno, ma l’esercito è sempre più sguarnito

Durante la guerra fredda il prodotto interno lordo destinato alla difesa superava l’8 per cento, oggi è al 3,7 per cento. Washington non ha più la flotta per prevalere contro la Cina nel caso di un attacco contro Taiwan, né può aumentare in modo significativo l’afflusso di armamenti per sostenere l’Ucraina

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Alla fine del 2022 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato il National Defense Authorization Act, la legge di spesa per la difesa, rendendola così esecutiva. Per l’anno in corso il governo federale americano spenderà 816 miliardi di dollari per il Pentagono. Una cifra per molti sbalorditiva. E tuttavia le forze armate americane sono sempre più piccole e più sguarnite. Meno aerei da combattimento; meno navi, meno carri armati, meno Marines. E la base industriale del settore difesa si restringe sempre di più, il che rende impossibile una rapida crescita della produzione di armamenti in caso di crisi. Ma come è possibile tutto questo con un bilancio difesa apparentemente stratosferico? Se facciamo paragoni, Francia, Regno Unito e Germania, prese insieme, spendono circa 165 miliardi di dollari. Nemmeno un quarto di quello che spenderà l’America.

Ma, paradossalmente, se guardiamo alla storia della spesa militare americana, gli 816 miliardi di oggi non sono un gran cifra. Come percentuale della ricchezza nazionale la spesa americana per la difesa, pari a circa il 3.7 per cento del Prodotto Nazionale Lordo, è in realtà in calo. Durante la guerra fredda il bilancio difesa superava regolarmente l’8 per cento del Pnl, cioè più del doppio in percentuale di quello che si spende oggi. Dopo anni di calo negli anni 70, il riarmo voluto dal presidente Ronald Reagan per fronteggiare la crescente minaccia sovietica, per un paio di anni riportò la spesa militare al 6.8 per cento del Pnl. Ma questo riarmo durò poco. Dopo pochi anni le percentuali sono tornate a calare.

Quindi calo netto delle spese per la difesa come percentuale del Pnl. E, quello che è peggio, con questi soldi si compra sempre di meno, in quanto i costi degli armamenti moderni sono stratosferici. E non dimentichiamo poi che i militari americani sono tutti volontari. Quindi, una grossa parte del bilancio della difesa va per pagare stipendi, vitto ed alloggio a quasi un milione di persone più le loro famiglie. E un’altra grande percentuale va per pagare i costi operativi quotidiani (Operations and Maintenance, O&M) di questa grande macchina bellica. Manovre, addestramento, esercitazioni, ore di volo per i piloti. E poi costruzioni, riparazioni alle installazioni militari, fiumi di carburante per autocarri, navi, aerei da trasporto e da combattimento, e così via. Il Pentagono è il più grosso consumatore di energia del mondo. E questa costa.

Faccio un esempio. Un carrier group, una squadra navale che ha una super portaerei al suo nucleo centrale, è composta dalla portaerei stessa che ha a bordo 2600 tra marinai, piloti e personale sussidiario, un complemento di sessanta velivoli, e poi 2 incrociatori lanciamissili, 2 navi per difesa antiaerea, 2 fregate o cacciatorpedinieri. (Poi c’è sempre almeno un sottomarino. Ma la US Navy non annuncia mai la posizione dei suoi sottomarini). Quando il carrier group è in navigazione, tra carburante, cibo, acqua, cure mediche e tutto il resto, questo dislocamento costa in media sei milioni e mezzo di dollari al giorno. Già, al giorno. E questo è per ogni carrier group. La US Navy ne ha 11.

Guardiamo i costi degli armamenti. Le nuove super portaerei costano 12 miliardi e 800 milioni di dollari per unità. I previsti 12 nuovi sommergibili nucleari classe Columbia dotati di missili intercontinentali, la forza invulnerabile di rappresaglia che rappresenta il nerbo del deterrente nucleare statunitense, costeranno complessivamente 112 miliardi di dollari. (E questa è solo una stima. Sicuramente i costi effettivi saranno molto più alti). L’F-35 prodotto dalla Lockheed Martin, indubbiamente il miglior aereo da combattimento del mondo, costa adesso 78 milioni per unità.

Credo sia più chiaro adesso che con queste enormi spese operative, indispensabili per mantenere le forze armate in condizioni di buon funzionamento, e i costi stratosferici per i nuovi armamenti, si fa presto a spendere 816 miliardi di dollari all’anno.

E non è tutto. Per quanto l’America rimanga all’avanguardia in molte tecnologie militari, ci sono sempre meno imprese nel settore dell’industria per la difesa. E questo per varie ragioni. Se una grande impresa vince un grosso contratto, gli altri concorrenti che hanno speso cifre enormi per realizzare studi e prototipi per poter partecipare alla gara d’appalto non prendono niente. Quindi perdite finanziarie, licenziamenti, e perdita di personale specializzato. Molte imprese non hanno la resilienza finanziaria per fronteggiare un andamento ciclico di alti e bassi. E quindi hanno chiuso, o sono state comprate da un concorrente. Per cui la base industriale si restringe.

Le grandi industrie militari americane, per quanto illustri, sono poche. Oggi rimangono la Lockheed Martin, seguita da Raytheon, Boeing, General Dynamics, Northrop Grumman e BAE Systems. Poi molte altre medie e piccole imprese. Ci sono solo quattro cantieri in America che producono navi per la marina militare. Solo quattro! È evidente che una base industriale ridotta non consente l’espansione rapida. Se si vogliono più missili bisogna costruire un’altra fabbrica, con costi proibitivi. E nessuna impresa investe nell’allargamento della base produttiva senza una garanzia di commesse sicure per molti anni a venire. E questo presumerebbe un bilancio difesa in grande e continua espansione. Ma questo è impossibile in un quadro fiscale americano molto deteriorato, caratterizzato da enormi deficit strutturali del bilancio federale.

Seguendo l’esempio europeo, l’America ha perso il controllo della spesa pubblica, soprattutto a causa dell’aumento inesorabile del costo delle spese sociali, (più del 60 per cento del totale della spesa federale), finanziate da una forza lavoro attiva in rapido calo rispetto al numero crescente dei pensionati. I deficit federali annuali sono in crescita. Da qui la crescita del debito pubblico.

Di male in peggio, nei recenti anni del covid, Washington, temendo il collasso economico del paese quando era tutto chiuso, ha distribuito centinaia di miliardi di dollari ai cittadini. Il risultato di queste enormi spese è che oggi il debito pubblico è più elevato dell’epoca della Seconda guerra mondiale. In questo quadro fiscale così deteriorato, l’idea che ci sia margine politico per significativi aumenti di spesa per il Pentagono, per quanto questi siano veramente necessari, è politicamente non proponibile.

Ma cosa significa tutto questo in pratica? Significa che la Pax Americana, per più di mezzo secolo mantenuta da una democrazia egemone ultra-armata, in quanto molto ricca, non esiste più. L’America non ha più le risorse per finanziarla.

All’atto pratico, la mancanza di soldi ha ritardato il necessario ammodernamento degli arsenali nucleari. E non è tutto. Nel dicembre 2022 il Pentagono ha svelato un prototipo del B-21 Raider. Questo è il primo nuovo bombardiere strategico in 30 anni. Ci vorranno anni prima che questi velivoli veramente avveniristici entrino in servizio. Ma intanto, in mancanza d’altro, la US Air Force continua a far volare vetusti bombardieri strategici B-52, alcuni dei quali in servizio dal 1960.

Sul piano operativo, non avendo forze sufficienti dislocate nella regione, l’America non ha potuto prevenire l’occupazione e la conseguente militarizzazione del tutto illegale da parte cinese di vari atolli nel Mar della Cina del Sud. Con questa occupazione, la Cina ha creato – con assoluta impunità – un vero e proprio lago cinese in acque internazionali. L’America ha protestato. Ma la occupazione illegale continua.

Ed ormai è assodato che Washington non ha più la flotta che le consentirebbe di prevalere contro la Cina nel caso di un attacco contro Taiwan. La marina cinese ha 340 vascelli, con il vantaggio, nel caso di Taiwan, di avere la flotta vicino casa. L’America ha solo 280 navi, dislocate in tutto il mondo. Nel caso di guerra per Taiwan, Washington dovrebbe mandare scarsi rinforzi dal Giappone, da Pearl Harbor o da San Diego.

All’epoca del riarmo di Reagan, l’obbiettivo era una flotta con 600 navi. Oggi le 280 navi (la US Navy ne vorrebbe perlomeno 300) hanno il compito di difendere la libera navigazione in tutto il mondo. È chiaro che non bastano per questa missione tutto campo. Quello che è successo è che, volendo fare di più con mezzi ridotti, le missioni navali della US Navy sono sempre più lunghe. Il che significa equipaggi logorati e stanchi. Negli ultimi anni c’è stata una serie di incidenti navali veramente imbarazzanti, (navi finite in secco, collisioni in porto), causati da ufficiali stanchi e distratti. Per cui, o si aumenta il numero delle navi, o si ridefinisce la missione. In poche parole, ci si ritira per mancanza di mezzi.

E non è tutto. Questa base industriale ridotta significa che gli Stati Uniti non sono in grado di aumentare in modo significativo l’afflusso di armamenti per sostenere l’Ucraina, perché le industrie non possono incrementare più di tanto la produzione. Per mandare le armi anticarro a Kyiv, il Pentagono ha dovuto svuotare i suoi magazzini, creando vuoti pericolosi per le forze armate americane. 

Tutto questo è molto preoccupante. Si vis pacem, para bellum. Il modo migliore per preservare la pace è essere sempre pronti per la guerra. Il vero deterrente risiede in una forza militare preponderante che scoraggia gli avversari con cattive intenzioni, e nella chiara volontà politica di usarla in caso di aggressione. Nonostante la crisi della finanza pubblica, l’America rimane una grande potenza militare. Ma non è più la forza militare preponderante. Il che significa che la sua capacità di dissuasione è in calo.

Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nell’Agosto del 1990, il presidente George H. W. Bush, dopo varie consultazioni con gli alleati, mandò in Arabia Saudita una forza militare americana di 697.000. Oggi l’intero esercito americano ha solo 482.000 effettivi. (Al paragone, l’esercito turco ne ha 425.000). il che significa che una operazione militare come Desert Storm, con i numeri di oggi, sarebbe impossibile.

Con tutti i suoi acciacchi, l’America rimane una grande potenza militare. Ma storicamente la forza militare americana è sempre stata il prodotto di una grande economia di scala continentale, dinamica, innovativa, sempre in crescita. Oggi la crescita è modesta, mentre la spesa pubblica è fuori controllo. I crescenti deficit di bilancio, con la conseguente esplosione del debito pubblico, non creano lo spazio per significativi aumenti del bilancio difesa. O l’America risana la sua economia e le sue finanze pubbliche, o Washington dovrà rassegnarsi ad un ruolo meno significativo sulla scena mondiale. 

Paolo von Schirach è presidente del Global Policy Institute; Professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Bay Atlantic University, Washington, DC

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