ObiettiviMozzarella di bufala campana Dop, tra millennials e generazione X

Servono digitalizzazione e investimenti sulla tecnologia per arrivare alla sostenibilità. Ma il comparto è vitale e sta tenendo bene, nonostante la perdita di potere d’acquisto dei consumatori

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La crisi economica sta facedo perdere potere di acquisto ai consumatori, e lo scenario è sempre più problematico anche per i prodotti agroalimentari. Ma allo stesso tempo il trend dell’export del settore è di quasi 60 miliardi, e c’è stata una crescita del 15% sull’export 2021. I consumi sono cresciuti a valore, anche se in parte per via dell’inflazione dovuta a un aumento dei costi energetici e delle materie prime che hanno toccato la redditività delle aziende. Ma a solo dicembre la crescita è stata superiore al 13%, due punti in più dell’inflazione. C’è di sicuro un effetto di impoverimento sulla capacità di acquisto del consumatore, e l’inflazione mangia la sua capacità di spesa, ma chi compra prova a mantenere la sua spesa alimentare e le scelte di qualità. Indubbiamente cresce molto il comparto discount e gli iper, luoghi dove tradizionalmente c’è una maggiore scelta di prodotti anche con prezzi più bassi. Come reagirà il consumatore alla crescita dei prezzi? Eliminando il superfluo, cercando di ridurre il valore e non la qualità. Cercherà le promozioni e aumenterà il consumo di marchi private lable, e sceglierà il discount. I prodotti che compreremo meno: snack, bevande, carni rosse, salumi, pesce, vino.

E se parliamo di mozzarella di bufala Dop, in valore le cose vanno bene: siamo infatti a 530 milioni di euro nel 2022 e più di 55mila tonnellate prodotte, per una crescita ininterrotta da cinque anni.

La Mozzarella di Bufala Campana è il formaggio Dop che fa registrare la crescita di produzione più alta tra il 2016 e il 2022, mettendo a segno un aumento del 26%, a fronte di una crescita media del 10% della produzione certificata dei formaggi Dop. Nove italiani su dieci hanno consumato mozzarella di bufala nell’ultimo anno, il 25% almeno una volta a settimana, e il 20% è pronto a farlo anche a colazione. Parliamo di un settore che ha al suo attivo 1.201 allevamenti per 91 caseifici, che vende al mercato interno e che sui mercati esteri va forte in Francia e in Germania, mercato di vicinato e prossimità, ma sta performando bene anche negli Stati Uniti e in Giappone, dove la mozzarella arriva in aereo. C’è una crescita importante nei mercati di Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, anche se con percentuali basse, che comunque contribuiscono all’export. È la fotografia dello stato di salute scattata dal primo Osservatorio Economico sulla filiera della Mozzarella di Bufala Campana Dop, realizzato in partnership con UniCredit e Nomisma, presentato oggi a Milano nella Tree House di UniCredit.

Ma come è percepito questo prodotto dai consumatori del nostro Paese? Il consumatore italiano consuma la bufala una volta al mese, ma almeno uno su quattro la mangia una volta alla settimana. L’identikit del consumatore medio è chiaro: conosce la Dop, non è influenzato dal prezzo, ha un reddito alto, ha figli, abita nel centro e al sud, è uomo ed ha tra i 26 e i 55 anni. Il marchio del Consorzio di Tutela Mozzarella di Bufala Campana Dop è il più grande driver per l’acquisto. Senza, pensiamo che il prodotto sia meno sicuro, che tuteli meno il benessere animale e rispetti meno l’ambiente. La consumano al naturale, meno come ingrediente. Un italiano su cinque sarebbe tentato dal consumarla anche a colazione.

«Il percorso di valorizzazione della filiera si arricchisce di una tappa importante. È la prima volta che si mettono insieme sinergie così prestigiose per dare una direzione al futuro della filiera. I numeri della mozzarella Dop, seppure incoraggianti, vanno letti in una congiuntura davvero complessa, che ci preoccupa anche in questo 2023», ha sottolineato il presidente del Consorzio di Tutela, Domenico Raimondo. «Siamo convinti – ha proseguito – che le eccellenze agroalimentari del Paese vadano interpretate e analizzate come motore economico. Per diffondere una sempre maggiore consapevolezza di questo ruolo chiave, abbiamo dato vita all’Osservatorio, che è improntato alla valorizzazione del Made in Italy di qualità. La circostanza che questo progetto parta dal Sud è per tutti noi senza dubbio un valore aggiunto. Ringrazio UniCredit e Nomisma per una partnership che è anche una rete tra eccellenze».

Pier Maria Saccani, direttore generale del Consorzio, è soddisfatto dell’analisi, nata «per fornire ai singoli produttori i dati per approcciare i diversi mercati e combattere la crisi. Dobbiamo valorizzare la qualità, che deve essere pagata il giusto prezzo. E anche nei momenti di crisi non dobbiamo mai calare sul livello qualitativo ma spiegare bene al consumatore che cosa facciamo. Puntare sul legame con il territorio, sugli investimenti sulla filiera e sulla qualità, e sulla formazione degli addetti. Dobbiamo puntare a una maggiore diffusione del prodotto e all’innalzamento dei suoi livelli qualitativi».

Ma nel dibattito a seguito della ricerca, tanti sono gli spunti interessanti su cui riflettere, e da cui partire per un miglioramento, validi anche per altri prodotti agroalimentari. Come il suggerimento di rispondere all’italian sounding con l’italian feeling. Le sensazioni non tradiscono mai e i sensi recepiscono la realtà in maniera oggettiva: è importantissimo puntare su questi per portare l’italia all’estero e convincere più stranieri a visitare il nostro Paese. L’agroalimentare è una leva del turismo e dal turismo può avere grande visibilità, se siamo in grado di raccontare con sensibilità e coinvolgimento la dimensione italiana all’estero.

D’altro canto, gli sforzi devono andare sempre di più verso la sostenibilità energetica e ambientale, con l’agrisolare e la meccanizzazione del settore agricolo, ma anche con investimenti in biometano per far fronte alla crisi energetica.

Rispetto alle nuove generazioni, va fatto un investimento sulle piattaforme digitali: l’ecommerce vale ancora troppo poco rispetto al settore, e invece è lo strumento ideale per coinvolgere i giovani, con una disintermediazione importante.

Sul fronte estero, allo stesso tempo, con un prodotto fresco l’internazionalizzazione è faticosa: i costi di logistica sono superiori ai guadagni. Come le tecnologie possono aiutare nell’intercettare la domanda dei consumatori, anche sviluppare strumenti che permettano di allungare la shelf life del prodotto per farlo arrivare più lontano è indispensabile per la crescita. E poi, serve puntare su piattaforme commerciali per fare sinergia, ragionare sulle piattaforme produttive, ma anche trovare nuovi sbocchi su pizzerie gourmet horeca di alta qualità, con distributori nuovi: sono tutti possibili obiettivi da perseguire.

Di sicuro questa piccola grande eccellenza italiana si conferma parte una filiera molto vivace e vitale. La Dop è forte perché rappresenta un gruppo di piccole imprese che possono contare su un grande brand che appartiene a più imprese.

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