Il tempo è un valore gastronomicoOrologi culinari

Il tempo non è solo una dimensione misurabile della realtà, è la variabile secondo la quale interpretare i cambiamenti sociali e culturali, e il cibo è uno dei principali e più sensibili contatori di questi aspetti

Foto di Ales Krivec su Unsplash

Oltre a essere parte della storia, e a determinare decisioni e geografie, il cibo riesce ad avere in qualche modo anche una sua dimensione metafisica, che prescinde dal suo valore di nutrimento. E su questo, ormai, siamo tutti d’accordo. Ogni volta che ci fermiamo a riflettere, scopriamo quanto il nostro modo di mangiare o di preparare i nostri pasti determini ben più che la nostra soddisfazione del palato. Sia ben più dell’appagamento dei sensi, o del bisogno di calorie.

È desiderio ma anche socialità, è amore e passione, è impegno nella scelta e ha una chiara valenza religiosa. Ci identifica come persone, ma è anche in grado di definire la nostra nazionalità, il nostro passato e la nostra storia personale e sociale.

Ma abbiamo mai davvero riflettuto sull’importanza che ha avuto il cibo nel misurare il tempo?

Il valore del cibo passa anche dal tempo che ne determina la preparazione. Le ricette tradizionali ebraiche, per esempio, cadenzano la settimana. E quando è Pesach, la Pasqua ebraica, la sensazione di questo orologio culinario si fa più intensa, perché arrivano alle scadenze della lievitazione, il susseguirsi delle preparazioni, le attese necessarie tra una parte e un’altra di una ricetta. È la stessa cosa che avviene con il vino: quando arriva settembre la vita di chi lo produce è sospesa, perché la natura non aspetta, e per ottenere il nettare più buono bisogna vendemmiare quando è tempo di farlo, e non si può perderlo, quel tempo, aspettando. Mentre occorre invece aspettare, e molto, subito dopo: un flusso di stop and go che è parte determinante di una produzione che richiede enorme pazienza, ma allo stesso tempo grande reattività. E si può fare una sola volta all’anno: non c’è un’altra occasione possibile.

Ma c’è anche un altro tempo, legato al cibo: è quello che si passa a consumarlo. E può essere un tempo slow, per assaporare con calma le cose buone che qualcuno ha preparato con amore per noi, da condividere mentre parliamo (spesso proprio di cibo!). Ma può anche essere un tempo fast, con il pasto consumato tra un impegno e l’altro, di corsa: fugace ma indispensabile intermezzo tra le varie attività.

E poi c’è il tempo giusto per fare le cose: andiamo al bar la mattina, beviamo l’aperitivo alle 19, più o meno, e ceniamo subito dopo. A volte gli orari determinano la latitudine a cui siamo, spesso sono dettati anche da abitudini e convenzioni sociali, e si modificano, nel tempo. Perché anche il quando mangiamo è soggetto a cambiamento, e si adegua alla storia e alle contingenze. Dopo il lockdown abbiamo anticipato molto le nostre uscite al ristorante, e se prima sarebbe stato improbabile cenare alle 19 in una città come Milano, oggi è assolutamente normale, complici anche i doppi turni dei ristoranti per produrre più fatturato e provare a contrastare la crisi.

Analizzare il tempo del cibo è un modo per leggere la società, capirne i mutamenti e svelarne la struttura: un’ennesima dimostrazione di come mangiare, produrre e comunicare questo argomento siano operazioni che vanno ben al di là di parlare di ricette e ristoranti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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