Alla canna del gasI dati falsati del Cremlino e il reale impatto delle sanzioni occidentali sull’economia russa

Nella “Mappa dei rischi 2023” di Sace si spiega che un indicatore utile è l’andamento delle importazioni dall’estero, che si sono ridotte di un quarto rispetto a prima dell’invasione ucraina. Improbabile che la disoccupazione sia al 4 per cento, così come i dati su redditi e spesa al dettaglio

Un Paese con un’«economia irrimediabilmente deteriorata» e un rischio di insolvenza al livello massimo. Gli effetti delle sanzioni occidentali contro la Russia, a quasi un anno dall’invasione dell’Ucraina, si fanno sentire sul tessuto economico di Mosca, nonostante i dati ufficiali del Cremlino siano tutt’altro che trasparenti. La fotografia si trova nella “Mappa dei rischi 2023” di Sace – presentata oggi all’evento “Stabile Fragilità. Le vie di crescita sostenibile” – che delinea un contesto di «stabile fragilità» globale, elencando quest’anno anche i dati che certificano l’efficacia delle sanzioni e la pressione che esercitano sull’economia russa, nonostante gli effetti non siano immediati e alcune cifre ufficiali non vengano ormai più diffuse dal Cremlino.

Certo, spiega Alessandro Terzulli, capo economista di Sace, «l’incremento dei prezzi di petrolio e gas inizialmente ha portato a rafforzare la posizione russa e a volte le sanzioni vengono eluse con triangolazioni attraverso Paesi terzi per cui alcuni beni sanzionati raggiungono comunque Mosca».

Il mappamondo interattivo online che Sace aggiorna ogni anno delinea i profili di rischio per le imprese che esportano e investono nel mondo in circa duecento mercati esteri, con un set aggiornato di indicatori che valutano il rischio di credito, il rischio politico e aspetti di sostenibilità ormai inderogabili.

La Mappa dei Rischi parte da un assunto centrale, e cioè che negli ultimi tre anni il contesto mondiale è stato caratterizzato da tre shock di portata straordinaria: emergenza pandemica, invasione russa dell’Ucraina con conseguente crisi energetica e alimentare, ritorno dell’inflazione sostenuta e fine delle politiche monetarie ultra-espansive; senza dimenticare i sempre più frequenti eventi naturali estremi legati al cambiamento climatico.

All’indomani dell’invasione russa sono circolate molte previsioni sull’impatto economico delle sanzioni sul Pil russo, con contrazioni anche superiori al dieci per cento per il 2022. Ma le ultime stime diffuse indicano un calo molto meno marcato: -3,4 per cento secondo il Fondo monetario internazionale a ottobre e -3,5 per cento secondo la Banca mondiale a gennaio 2023. In ogni caso, il livello di rischio di credito della Russia nella mappa di Sace è al massimo (cento), sottolineando quanto sia alta l’eventualità che Mosca non sia in grado di onorare il pagamento del debito.

Da Sace spiegano che un indicatore affidabile per capire lo stato di salute dell’economia russa è l’andamento delle importazioni dall’estero, che si sono ridotte di un quarto rispetto a prima dell’invasione ucraina. Sebbene la Banca centrale russa non pubblichi più i dati sull’import, il think tank Bruegel ha ricostruito un dataset per trentaquattro Paesi che rappresentavano il settantacinque per cento dei fornitori russi nel 2019. In base a questi dati, viene fuori che le importazioni in Russia di beni da Europa, Stati Uniti e Regno Unito sono crollate dal marzo 2022. Quelle da Giappone, e soprattutto Corea del Sud, hanno registrato una lieve ripresa dall’estate in poi. Ma questi cali dell’import sono stati, almeno parzialmente, compensati dalla Cina, India e Turchia. Con le prime due tornate ai livelli di domanda pre-invasione e la Turchia che si posiziona oggi addirittura sopra i livelli pre-pandemia.

Altro dato significativo dello stato di salute dell’economia è quello sulla disoccupazione, ufficialmente sotto il quattro per cento. Ma – fa notare Sace – questo dato non risulta verosimile. È lecito domandarsi se nei dati ufficiali del Cremlino venga tenuta in considerazione la riduzione della forza lavoro, ovvero se siano stati conteggiati tutti i lavoratori che hanno lasciato il Paese prima dello scoppio della guerra e all’arrivo delle sanzioni e poi al giungere della coscrizione. Inoltre, il numero è fuorviante perché tratta proprio i coscritti rimasti nel Paese come occupati.

Un’altra incongruenza arriva dai dati ufficiali relativi ai redditi reali e alla spesa al dettaglio. Nel corso del 2022 il primo sembra essersi contratto molto meno del secondo: 2-4 per cento contro il nove per cento.

In ogni caso, la rilevanza di Mosca per l’approvvigionamento energetico europeo ha sostenuto l’economia russa e costituito fonte di valuta forte dopo il congelamento delle riserve internazionali detenute dalla Banca centrale russa all’estero (643,2 miliardi di dollari a fine febbraio). Nel corso dei mesi, però, l’import di gas naturale dei ventisette Paesi Ue è calato a picco, con la chiusura del gasdotto Yamal e di Nord Stream 1 (inutilizzabile da fine agosto). Rimangono operativi i gasdotti Turkstream e Brotherhood, che però hanno una portata totale inferiore a novanta milioni di metri cubi di gas e quindi ben lontani dai centocinquantacinque del 2021.

Sull’effettiva efficacia del price cap su petrolio e di quello «dinamico» sul gas, «ci vorrà tempo per esprimersi», dicono da Sace. Intanto, però, le sanzioni hanno messo pressione anche su tutti i Paesi nella sua orbita. In Asia centrale, ad esempio, Uzbekistan e Kazakistan hanno preso leggermente le distanze dalle scelte del Cremlino, con l’obiettivo di non allontanare gli interessi Occidentali che possono sostenere la crescita di questi territori.

In questo contesto, nella mappa di Sace ci sono Paesi che hanno tenuto bene, grazie anche alle iniziative intraprese per contrastare l’inflazione e i rincari energetici. Nel 2022, la crescita del Pil mondiale è stata pari al tre per cento, circa un punto percentuale inferiore rispetto alle previsioni formulate prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Mentre emergono Paesi che stanno mostrando grande resilienza nel mondo post Covid. In particolare l’India, che potrebbe presto sottoscrivere un accordo commerciale con l’Ue. E il Vietnam, che ha visto addirittura ridurre l’entità del debito sul Pil, grazie alla crescita della settore manifatturiero.

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