Il cretto generazionaleLa Sicilia ha bisogno di una nuova e diversa antimafia che sia manifesto per lo sviluppo

A quasi un mese dall’arresto di Messina Denaro, stiamo perdendo l’occasione di far tornare lo Stato, troppo a lungo soppiantato da Cosa Nostra

Tra qualche giorno sarà passato un mese dalla cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro. Notizia scalcia notizia, e tra Sanremo, il terremoto in Siria e Turchia, il caso Cospito, il clamore e l’attenzione sull’arresto del capomafia più ricercato al mondo sta lentamente scemando. È giusto che sia così. È come una marea che si ritira, dopo una mareggiata travolgente.

Quello che resta, è il racconto, nei media nazionali, di un boss donnaiolo e dalla vita tranquilla, pure troppo, che amava il lusso e le cene eleganti (non è il primo, né sarà l’ultimo). Intorno a lui una comunità, quella del Belice, e più in generale della provincia di Trapani, che è indifferente, se non omertosa, o addirittura complice. Lo scrive pure la Procura di Palermo, nella richiesta di arresto per Alfonso Tumbarello, il medico che curava in gran segreto il boss.

Per gli investigatori è stato il clima di profonda omertà a consentire a Matteo Messina Denaro di condurre agevolmente la propria vita per trent’anni di latitanza, indisturbato sul suo territorio: «Tutte le indagini ancora in pienissimo e frenetico svolgimento sulla ricostruzione delle fasi che hanno preceduto la cattura di Messina Denaro hanno offerto uno spaccato dell’assordante silenzio dell’intera comunità di Campobello di Mazara che, evidentemente con diversi livelli di compiacenza, paura, o addirittura complicità, ha consentito impunemente al pericoloso stragista ricercato in tutto il mondo di affrontare almeno negli ultimi anni in totale libertà».

Insomma, si sta andando verso la combinazione che in tanti aspettano. Il lieto fine che tranquillizza e consola: la mafia come un problema locale, e sullo sfondo questa Sicilia arretrata e irredimibile, come d’altronde diceva Sciascia. E se lo scriveva lui, e se lo dice la Procura, e se lo ripete la tv, dove imperversano le interviste ai vecchietti con la coppola del «niente saccio e niente vitti».

In molti però non sanno, o dimenticano, che questo paesaggio umano, in realtà è stato già descritto, anzi codificato. Il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, infatti, è stato introdotto nel codice penale con il famoso articolo 416 bis nel 1982, e definisce proprio la mafia come una forma di criminalità che nasce dalla «condizione di assoggettamento e di omertà». Quindi di cosa ci meravigliamo? Vorremmo la mafia senza il contesto?

C’è poi un’altra immagine, che rafforza questo quadro. Quanti erano i giovani in piazza a Castelvetrano a esultare dopo l’arresto del boss? Dieci? Venti? E a Campobello? Erano più i giornalisti. Dov’è la gente perbene? Dove sono i giovani, perché non scendono in piazza contro la mafia? Non scendono in piazza i giovani a Castelvetrano come a Trapani o nelle altre città della Sicilia occidentale, semplicemente per un motivo. Non ci sono.

Non ci sono, i giovani. Non ci sono le mie sorelle, i miei compagni di scuola. Sono quasi tutti andati via. Questa è terra di emigrazione, fortissima. Sono duecentoventimila gli under-35 siciliani emigrati negli ultimi dieci anni, secondo gli ultimi dati Istat. È come se fosse andata via l’intera città di Messina.

E chi resta? Chi resta vive nel disorientamento. Cosa Nostra ha svolto in questa terra, negli anni, una funzione sussidiaria rispetto allo Stato. In una terra senza lavoro e senza ricchezza, ha creato un welfare distorto, per alimentare consenso, con lavoro sottopagato e soldi sporchi, in una sorta di economia parallela.

La vicenda più emblematica è quella del Gruppo 6 Gdo di Castelvetrano, catena di supermercati e centro per la grande distribuzione. Era la più grande azienda del settore in Sicilia. Apparteneva a Giuseppe Grigoli, che grazie a Messina Denaro ha costruito un impero partendo da un negozietto in cui vendeva detersivi. Arriva lo Stato nel 2007. Condanna per mafia Grigoli, sequestra tutto. Arrivano gli amministratori giudiziari, poi la confisca. In poco tempo l’azienda, che gestiva anche ventisei supermercati, fallisce. Trecento persone (senza considerare l’indotto, ad esempio le aziende fornitrici) si trovano senza lavoro. «La mafia ci dava lavoro, lo Stato ce lo ha tolto», era il titolo dello striscione con il quale aprivano i loro cortei di protesta. Il mega centro direzionale, abbandonato e vandalizzato, è un monumento al fallimento dell’antimafia.

Perché queste persone, abbandonate dallo Stato, oggi dovrebbero scendere in piazza per festeggiare la cattura di Matteo Messina Denaro?

L’omertà non è solo di chi ha paura o di chi è complice. L’omertà è anche di chi si sente abbandonato dallo Stato. I genitori non scendono in piazza, perché la loro cultura è intrisa di “mafiosità”, i figli non scendono in piazza perché sono andati via.

La cattura del boss è qualcosa di epocale. Ed è un’occasione che non si ripete. Sconfitta la mafia, affinché tutto ciò non rinasca, è necessario che torni lo Stato. Una comunità povera e marginalizzata è l’humus ideale per la criminalità.

Oggi più che mai, insomma, un manifesto per una nuova antimafia deve essere un manifesto per lo sviluppo, vero e serio, della Sicilia. Non ci sono più alibi. A cominciare dai trasporti. Il governo Meloni insiste per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Ma il vero problema non è collegare la Sicilia al continente, ma riuscire a collegare la Sicilia con sé stessa. Per andare da Marsala a Siracusa, da una parte all’altra dell’Isola, ci vogliono tredici ore. Sulla carta, perché poi tra frane, mezzi guasti, ritardi a catena sulla linea sono molti di più.

Ecco, la nuova lotta alla mafia potrebbe iniziare, adesso, da qui: date ai siciliani treni non veloci, per carità, ma magari normali, strade che non saltano alla prima pioggia, infrastrutture degne di questo nome. Niente più alibi. Non vogliamo essere nelle mani né di Dio né di Messina Denaro. Vogliamo lo Stato.

Ma questo è il posto dove lo Stato, ai sopravvissuti del terremoto del Belice del 1968, non offriva una casa e un lavoro, ma biglietti omaggio del treno per emigrare. Una sorta di Spoon River degli emigrati siciliani è quella composta da un grande scrittore, Stefano Vilardo, che racconta le esistenze precarie di un popolo costretto a cercare la vita altrove. “Tutti dicono Germania Germania” è il titolo della raccolta. Ecco, se dovessimo provare a invertire questa narrazione, il titolo potrebbe essere: “Tutti chiedono lo Stato lo Stato”.

A proposito di terremoto. Nel mio ultimo libro, “Matteo va alla guerra”, in cui ricostruisco l’ascesa criminale di Matteo Messina Denaro e l’organizzazione delle stragi del 1992 e 1993, ho scelto di mettere in copertina un’immagine del Cretto di Gibellina. È una magnifica opera d’arte, la più grande opera di land art d’Europa, visibile pure dal satellite, realizzata dal genio di Alberto Burri.

Invitato a Gibellina, rasa al suolo dopo il sisma del 1968, Burri decise che avrebbe ricoperto il paese distrutto e abbandonato, da una colata di cemento, che ne avrebbe replicato la topografia. Ne è venuta fuori un’opera commovente, monumentale, un sacrario. Come tutti capolavori, ognuno gli dà il significato che vuole, e a me ha ricordato sempre l’immagine del labirinto. Ecco perché l’ho messo in copertina: mi è sembrata l’immagine ideale per rappresentare il labirinto in cui ci siamo persi nella nostra caccia al grande fuggitivo, Messina Denaro.

Adesso Messina Denaro è stato catturato. Con lui finisce la stagione dei Corleonesi, quella di Cosa Nostra e una certa idea di mafia. Al posto del labirinto c’è un deserto. La cosa potrebbe consolarci, certo. Ma fino a un certo punto.

L’immagine del labirinto è centrale nella poetica di Jorge Luis Borges. È un’allegoria della complessità del mondo. Il labirinto per lo scrittore argentino è «un edificio costruito per confondere gli uomini».

Una volta gli chiesero: qual è il labirinto più grande del mondo? Rispose Borges: il deserto.

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