Bloccare invece di gestireLa nuova rotta dell’Ue sui migranti che piace al governo Meloni

Controlli più rigidi alle frontiere, rimpatri più efficienti e accordi con i Paesi d’origine: la Commissione si focalizza sulla dimensione esterna della migrazione, come chiede l’Italia

Una pattuglia di militari al confine tra Polonia e Bielorussia
AP Photo/Maciek Luczniewski

Il campanello d’allarme che suona a Bruxelles è lo stesso avvertito in molte capitali europee: il 2022 è stato un anno di crescita dell’immigrazione irregolare nell’Unione europea e il 2023 sembra avviarsi sulla stessa strada. Con il Pact on Migration ancora in stallo, e i buoni propositi di redistribuzione dei richiedenti asilo rimasti al palo, sia la Commissione che i governi sembrano concentrarsi sulla «dimensione esterna» del fenomeno, cioè le strategie utilizzate per impedire l’ingresso delle persone migranti piuttosto che la loro gestione all’interno dei confini comunitari.

Muri fisici e metaforici
L’agenzia Frontex, incaricata di sorvegliare le frontiere esterne dell’Unione, segnala circa 330mila attraversamenti irregolari l’anno scorso: il 64 per cento in più rispetto al precedente e il numero più alto dal 2016.

Dopo gli anni della pandemia, che hanno visto flussi meno intensi, tornano a gonfiarsi le principali rotte migratorie del continente: +51 per cento il Mediterraneo centrale, +108 percento quello orientale, +136 per cento la cosiddetta «rotta balcanica», che passa attraverso i territori di Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Albania, Macedonia del Nord e Montenegro. Anche se altre direttrici fanno registrare una diminuzione (Mediterraneo occidentale, Canarie e confini dei Paesi baltici), il saldo totale vede un incremento significativo.

Nello stesso periodo di tempo, i Paesi dell’Unione hanno ricevuto circa 924mila domande di asilo, il cinquanta per cento in più rispetto al 2021, stando ai dati enunciati dalla Commissione. Vista la netta differenza tra ingressi irregolari e domande di asilo (che vengono presentate perlopiù da cittadini stranieri in condizione di irregolarità sul territorio di uno Stato membro), è probabile che molti di loro arrivino in modo legale nell’Unione e poi si fermino più del consentito, oppure che sfuggano alle registrazioni iniziali per poi muoversi fra i Ventisette.

Conclusioni a cui è arrivata la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson nella sua ultima apparizione pubblica, e che spingono l’esecutivo comunitario a lavorare in due direzioni: rinforzare i controlli ai confini e accelerare i rimpatri. In entrambi i casi, le politiche in atto dipendono dagli Stati membri, ma la Commissione può offrire coordinamento e supporto, oltre a modificare i quadri regolatori.

Ad esempio, la presidente Ursula von der Leyen sembra aver mostrato apertura all’idea, da tempo discussa in ambito comunitario, di finanziare con fondi europei la costruzione di muri alle frontiere esterne. Una recente lettera inviata ai governi nazionali parlava di «mobilitare risorse per supportare gli Stati membri nel rinforzo delle strutture frontaliere di controllo». Espressione piuttosto ambigua, poi chiarita da von der Leyen nel suo ultimo intervento al Parlamento europeo: «Possiamo rinforzare i confini migliorando le capacità gestionali. Possiamo fornire infrastrutture ed equipaggiamenti come i droni, i radar, e altri mezzi di sorveglianza».

Forse con i soldi europei non si pagherà un muro di frontiera, ma tutto quello che vi utilizza per renderlo impenetrabile. A spingere per soluzioni drastiche, del resto, sono dodici Paesi dell’Ue, tra i quali l’Austria: il cancelliere Karl Nehammer ha appena invitato la Commissione a finanziare con due miliardi europei una barriera al confine tra Bulgaria e Turchia.

Rimpatri ad ogni costo
Sul versante rimpatri, la Commissione ha fatto capire di voler incrementare un tasso di efficacia delle decisioni di allontanamento oggi molto basso. «La maggior parte di coloro che chiedono asilo non hanno diritto a riceverlo. Ma la percentuale dei rimpatri effettivi è al ventidue per cento», ha ricordato Ursula von der Leyen all’assemblea comunitaria.

A fronte di oltre 342mila decisioni emesse dai Paesi dell’Ue nel 2021, solo 82.700mila soggetti coinvolti hanno effettivamente abbandonato il territorio europeo, secondo i dati Eurostat. E la media annuale abituale scende a settantamila, come ha affermato la presidente della Commissione.

Anche in questo caso, il problema è in parte nazionale e in parte europeo. Gli Stati dovrebbero far seguire immediatamente a ogni ordine di allontanamento una richiesta di riammissione al Paese di origine, mentre l’Unione punta soprattutto a una maggiore cooperazione con questi Stati e anche tra gli stessi governi dell’Ue.

Da marzo, infatti, una decisione di rimpatrio emessa da un Paese sarà valida anche in tutti gli altri dell’Ue. «Se una persona che ha ricevuto il foglio di via in Italia viene fermata in Francia, potrà essere rimandata direttamente nel Paese d’origine», ha affermato von der Leyen, incitando i governi nazionali ad avvalersi di questa possibilità.

Ma sul tema, il nodo principale rimangono sempre gli accordi con i Paesi d’origine, che sono siglati bilateralmente, ma su cui vuole intervenire anche l’Ue. Un documento programmatico con alcune proposte per migliorarli, elaborato dalla Commissione insieme alla coordinatrice delle politiche europee di rimpatrio Mari Juritsch, è stato discusso a Stoccolma nell’ultimo consiglio dei ministri dell’Interno. Che sembrano d’accordo sulla strada da seguire: utilizzare come leva negoziale «tutti gli strumenti e le politiche europee» a disposizione, dalla strategia sui visti a quella commerciale.

Secondo il quotidiano Politico, una pista potrebbe essere quella di intervenire sul Sistema europeo di preferenze tariffarie, che consente a Paesi invia di sviluppo come Afghanistan o Bangladesh di commerciare con l’Unione a prezzi agevolati. Se in futuro questi Stati non collaboreranno abbastanza nell’accogliere i loro cittadini espulsi dall’Ue, potrebbero perdere i vantaggi commerciali.

L’apprezzamento italiano
Un approccio di questo tipo non può che riscuotere l’apprezzamento del governo italiano, che della regolamentazione e diminuzione dei flussi migratori fa uno dei propri cavalli di battaglia.

Dal suo insediamento, l’esecutivo di Giorgia Meloni si è concentrato molto di più sulla limitazione degli arrivi, con regole di condotta imposte alle Ong operanti nel Mediterraneo e tentativi di rinforzare i legami con i governi del Nord Africa, che sulla redistribuzione delle persone migranti all’interno dell’Ue: ipotesi per altro fieramente avversata da molti alleati europei di Fratelli d’Italia, a partire dal PiS (Diritto e giustizia) al potere in Polonia.

Ora anche la Commissione sembra puntare sugli aspetti «esterni», pur ricordando quanto sia importante progredire sul Pact on Migration, il pacchetto di riforme delle politica migratoria, e assicurare che almeno il meccanismo volontario di solidarietà concordato a giugno 2022 tra alcuni Stati si traduca in ricollocazioni effettive.

Come svelato a Linkiesta da fonti comunitarie, il governo di Roma vede il Consiglio europeo del prossimo 9-10 febbraio come un appuntamento cruciale per avanzare nella cosiddetta «europeizzazione» delle politiche migratorie. Non tanto sul versante della condivisione delle responsabilità, quanto su quello delle sinergie per tenere i migranti lontani dal continente.

A livello formale, si punta a ottenere nel testo finale alcuni richiami alle necessità italiane, come «una risposta europea alla questione migratoria» e «una gestione ordinata e coordinata della zona Search and Rescue (Sar)» di ogni Stato: punto peraltro già presente nel «Piano d’azione per il Mediterraneo centrale» elaborato dalla Commissione lo scorso novembre.

Trovare queste parole nelle conclusioni del Consiglio sarebbe una vittoria mediatica per Meloni, che potrebbe rivendicare una coincidenza tra la propria linea sul tema migratorio e quella dell’Unione. E sul piano pratico aprirebbe le porte a una serie di scenari auspicati dal suo governo: gli accordi europei con i Paesi di origine e di transito, il coinvolgimento di Frontex nelle operazioni di rimpatrio, forse perfino l’agognato «codice di condotta europeo per le Ong». Tutte richieste pressanti dell’Italia, che l’Ue sembra oggi più vicina ad esaudire.

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