Ancora Dup?La zona economica che esalta Sunak era proprio l’Ue e il dilemma degli unionisti nordirlandesi

Il primo ministro elogia una condizione «unica al mondo» che coincide con il mercato unico europeo abbandonato a causa della Brexit. È pronto ad andare avanti senza il consenso del partito di Donaldson, al bivio tra interrompere la secessione parlamentare e una battaglia identitaria sui «sette test»

Un murales a Belfast con il primo ministro inglese Rishi Sunak
Foto di Peter Morrison/AP

«La zona economica più eccitante al mondo». La chiama così il primo ministro britannico Rishi Sunak. Fa strano sentirlo dire della provincia più penalizzata dalla Brexit, che ha lasciato l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, ma ha – anzi, aveva, perché Bruxelles e Londra hanno trovato un correttivo – strangolato le importazioni dalla madrepatria, imbrigliate nei controlli doganali, presto alleviati. Dietro di lui, le lattine di Coca Cola impacchettate dello stabilimento di Lisburn. Lì lavorano più di metà dei settecento dipendenti che il colosso del beverage annovera sull’isola, dove è sbarcato nel 1938.

«Nessuno al mondo ha qualcosa di simile», spiega il premier, visibilmente entusiasta. «Solo voi, solo qui. Se implementiamo correttamente (gli ultimi accordi con l’Unione europea, ndr), l’Irlanda del Nord sarà nell’incredibile posizione, unica al mondo, di avere un accesso privilegiato non solo al mercato domestico del Regno Unito, che è enorme, il quinto più grande al mondo, ma anche al mercato unico europeo». Quella «posizione incredibile» era la stessa di cui la Gran Bretagna ha beneficiato fino alla Brexit.

Sono proprio gli artefici della Global Britain a riconoscere inconsciamente i benefici dell’Unione rinnegata. Poche settimane fa, Boris Johnson – che differenza di Sunak, ha scelto quale editoriale consegnare al Telegraph, e quindi dove schierarsi tra «Leave» e «Remain», per mero calcolo politico e non per convinzione – durante un panel dell’Atlantic Council consigliava candidamente all’Ucraina di entrare nell’Ue. È una specie di auto-debunking a quanto ripetuto per anni al pubblico inglese sulle magnifiche sorti e progressive dopo il referendum.

Se stare nell’area di libero scambio più vasta al mondo (quattrocentocinquanta milioni di consumatori, il quindici per cento del Pil globale) è così «eccitante», non si capisce perché Londra se ne tenga alla larga, per di più compiacendosene. Nello scroscio social, a Sunak hanno fatto notare che la sua euforia sulle zone economiche starebbe bene in una bio su Tinder. Ora che i media generalisti hanno frettolosamente celebrato la pace fatta tra le due sponde della Manica, però, siamo di nuovo in quella fase, ad alto tasso di déjà-vu, in cui il destino di un trattato tra una potenza del G7 e l’Europa a ventisette sembra appeso agli umori di un partito con appena otto deputati a Westminster.

«Dup» sta per Democratic Unionist Party. I feticisti della saga ricorderanno che alla pattuglia degli unionisti, con i loro dieci parlamentari (oggi sono due in meno), si era appoggiata Theresa May dopo essere uscita azzoppata alle elezioni del 2017. Quella stampella, con i suoi ricatti, avrebbe contribuito alla sua caduta nell’umiliante serie di «meaningful votes» del 2019 in cui si era sfibrata una maggioranza scopertasi minoranza. Era diventato di uso comune il termine «backstop», cioè il meccanismo per evitare il ritorno di un confine fisico tra le due Irlande. Johnson si era impadronito del partito proprio millantando di poter risolvere lo stallo.

Ma è da quando è stata realizzata la Brexit che la politica inglese cerca di aggiustarla. La regione di Belfast è rimasta dentro il mercato comunitario: la frontiera doganale non poteva separarla dalla repubblica di Dublino, così è sorta di fatto in mezzo al mare. Da allora, moratoria dopo moratoria, per Londra commerciare con l’Ulster era come farlo con la Francia o un qualsiasi Stato membro. Servivano centinaia di documenti per spedire le merci, nuovi certificati per i generi alimentari (emblematiche le salsicce, protagoniste di una «guerra»), e poi i carichi venivano controllati nei porti.

Porto Irlanda del Nord
Foto: AP

Il Dup si è intestato il malcontento dei cittadini. Non in nome del pragmatismo – almeno, non finora – ma cavalcando una battaglia identitaria. Gli unionisti temono che le condizioni così particolari della nazione (tale è lo status, come per Scozia e Galles) la allontanino inesorabilmente dalla madrepatria, avvicinandola invece a Dublino. Quando a maggio a Belfast hanno vinto le elezioni gli indipendentisti di Sinn Féin con il ventinove per cento dei voti, gli unionisti democratici (secondi al ventuno per cento) hanno boicottato il governo collegiale, previsto dall’Accordo del Venerdì santo di cui ad aprile ricorrono i venticinque anni.

Il rifiuto di partecipare alla coabitazione al potere, pensata proprio per ispirare collaborazione istituzionale tra gli eredi delle fazioni dei Troubles trentennali, ha paralizzato l’esecutivo. Storicamente il Dup ha costruito il suo primo blocco di consenso proprio contestando il Good Friday Agreement. È stato la forza egemone dell’Ulster dal 1998 fino al voto del 2017, quando i nazionalisti hanno sfiorato il sorpasso, realizzato nel 2022. Da maggio, impediscono di nominare il first minister, la carica che spetterebbe al primo partito (Sinn Féin), mentre al secondo (a loro) andrebbe il deputy minister. Con l’eccezione del titolare della Giustizia, scelto con un accordo bipartisan, gli altri sette ministri dell’esecutivo di dieci membri sono spartiti in base ai seggi conquistati.

La scusa ufficiale era protestare contro il «protocollo» malfunzionante sull’Irlanda del Nord. Ora Sunak mette sul piatto la possibile soluzione, il Framework annunciato a Windsor prima del tè di Ursula von der Leyen con Re Carlo III. L’architettura prevede una clausola di salvaguardia che sembra scritta apposta per costringere gli unionisti a interrompere la secessione parlamentare. È «il freno d’emergenza di Stormont», dal nome del palazzo che ospita l’assemblea nordirlandese. Perché sia attivato devono richiederlo trenta deputati (un terzo del totale) appartenenti almeno a due partiti: a quel punto Downing Street può bloccare l’applicazione delle leggi europee alla regione.

Tra l’altro, a restare in vigore in Irlanda del Nord non sarà l’intero impianto normativo europeo, ma solo la parte strettamente necessaria a consentirle di stare nel mercato unico. Fonti governative inglesi hanno calcolato una percentuale nell’ordine di grandezza del tre per cento. Su questa frazione, è vero, l’arbitro finale rimane la Corte di giustizia dell’Unione europea, spauracchio degli unionisti. Il loro leader Jeffrey Donaldson ha comprato tempo: ci sono «progressi significativi», ma vanno esaminati a fondo i dettagli. In effetti, per la stessa esigenza di vagliare il testo, neppure la Camera dei Comuni voterà questa settimana; Stormont non lo farà prima dell’anno prossimo.

A Westminster non saranno i laburisti a fare opposizione. Keir Starmer ha promesso sostegno, ne va dell’«interesse nazionale». La paventata ribellione tra i Tories non ci sarà, o sarà molto contenuta. Proprio per questo – cioè risparmiarsi la figura d’essere finito in minoranza, a capeggiare un’esigua corrente – l’ex premier Johnson pare aver rinunciato a sabotare l’intesa, a cui il suo sfratto da Downing Street ha contribuito in modo decisivo (Politico l’ha ricostruito con la consueta profondità). Intanto, Sunak è andato in tour a Belfast a vendere il suo accordo.

Il leader del DUP Jeffrey Donaldson
Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson (foto AP/Lapresse)

Con l’eccezione di una frangia (citofonare European Research Group) dei conservatori, tribali per natura, al primo ministro resta da convincere solo il Democratic Unionist Party. Neppure tutto, in realtà. Un deputato autorevole come Sammy Wilson, intervistato dal Times, ha criticato il nuovo patto. Se i media inglesi si sono sorpresi per una concessione, da parte europea, come il cosiddetto «Stormont brake», Wilson teme che Downing Street esiterà a impiegarlo. E il resto del Dup? Si inchioda ai propri «sette test». Sunak ha già chiarito di essere pronto ad andare avanti lo stesso, con o senza l’assenso del Dup.

With or Without You, insomma, ma cosa sono i sette test? Si tratta di una serie di criteri, adottati all’ultimo congresso come metro di giudizio di qualsiasi revisione dei protocolli, che sono formulati con abbastanza vaghezza e ambiguità da essere interpretabili in più di un modo. Per dire, la famigerata Corte di Giustizia dell’Ue non viene menzionata. Non esplicitamente. Sempre il Times ha confrontato i sette punti con le nuove regole. Li riassumiamo qui sotto, per le conclusioni saltate le emoji.

1️⃣ Evitare deviazioni del commercio
📦 Il Framework istituisce una «corsia verde», preferenziale, per tutte le merci inviate alla sola Irlanda del Nord, con tanto di apposita etichetta e controlli quasi azzerati. Sugli scaffali dei supermercati saranno disponibili gli stessi prodotti di quelli del resto del Regno Unito. Per le spedizioni destinate anche all’Ue, o che potrebbero finirci, restano in vigore le vecchie condizioni («corsia rossa»).

2️⃣ Cancellare il confine sul mare d’Irlanda
🚢 «Non ne resterà alcuna traccia», ha scandito Sunak a riguardo. Verranno rimosse millesettecento leggi europee, ma non è chiaro quanto vincolanti saranno quelle ancora in vigore. Questa è una delle principali preoccupazioni del Dup.

3️⃣ Coinvolgere i cittadini nel processo legislativo che li riguarda
🛑 Il «freno d’emergenza» punta a soddisfare questa richiesta, coinvolgendo Stormont, che può indirizzare una petizione al governo centrale. All’Ulster si applicheranno pure le leggi future sul mercato unico, anche se il territorio non parteciperà (il Regno Unito è ovviamente fuori dalle istituzioni comunitarie) alla loro stesura. Il veto di Downing Street non sarà totale: la Commissione europea potrà impugnarlo di fronte all’arbitrato internazionale.

4️⃣ Niente controlli doganali alle merci britanniche
✅ Il sistema a due corsie risolve la stortura (anche se le aziende, specie nella prima fase, potrebbero incontrare qualche difficoltà nel dimostrare di avere i requisiti).

5️⃣ Prevenire confini normativi con il resto del Regno
🇬🇧 Come visto al terzo punto, sulla regione ricadranno anche le nuove leggi europee – e il Parlamento può bloccarle. Non è chiaro, però, cosa accadrà a quelle varate dalla madrepatria. Il disallineamento, insomma, potrebbe risentire delle iniziative di Londra più di quelle di Bruxelles e Strasburgo.

6️⃣ Rispettare il sesto articolo dell’Act of Union del 1800
📜In sostanza, si tratta di garantire ai sudditi nordirlandesi gli stessi benefici di quelli inglesi. Nonostante lo “statuto speciale”, il governo ha chiarito di poter fissare la tassazione, per esempio abbassando l’Iva sugli alcolici (che però non potrà scendere sotto il minimo europeo). Il ruolo della Corte di Giustizia dell’Ue, come detto, è circoscritto.

7️⃣ Osservare la forma e la sostanza delle garanzie dell’Accordo del Venerdì santo
🤝È uno dei punti più delicati. Riguarda la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito. Il trend storico e demografico è la crescita della popolazione cattolica, a favore della riunificazione irlandese, ma perché si possa ritoccare lo status della regione serve il consenso della maggioranza degli abitanti.

Sunak ha promesso che sottoporrà il compromesso a Stormont, dove il Dup ha venticinque voti. Gli altri gruppi politici, come Sinn Féin (27 deputati) e i laici di Alliance (15), hanno accolto con sollievo lo Windsor Framework. Il Dup accusa la concorrenza a destra di Traditional Unionist Voice, ora deve decidere cosa fare. Potrebbe ritenere i sette test disattesi in blocco, oppure potrebbe stilare una “pagella”. L’attendismo, sul lungo periodo, non paga. Sarebbe poco comprensibile per l’opinione pubblica, che è interessata – legittimamente – a risolvere i problemi concreti e vede nell’accordo un’occasione per farlo.

«Né positivo né negativo». Per ora il giudizio è sospeso. Il test più pesante, forse, è quello sulla leadership di Donaldson. La scelta è binaria: accettare la svolta e sbrogliare la paralisi dell’esecutivo, oppure continuare a boicottarlo, rischiando di perdere consensi e di ritrovarsi fuori dai giochi. La seconda via sarebbe irresponsabile, perché destabilizzante al cuore di una regione con occasionali e non trascurabili rigurgiti della lotta armata. Emarginare il campo unionista dal processo post Brexit favorirebbe, invece, i rivali di sempre, gli indipendentisti che sognano un referendum. Una questione di se, non (più) di quando.

Donaldson ha una fama da pragmatico. Dall’altro lato del mare ha assistito all’esempio del maggiore partito unionista del Regno lacerato da anni di faide intestine, quello conservatore. Il Dup ha la chance di non essere il proverbiale bicchiere d’acqua in cui si ripete la tempesta.

Questo articolo è tratto dalla newsletter di “Linkiesta europea”, ci si iscrive qui.

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