Windsor FrameworkSunak ha un accordo con l’Ue sull’Irlanda del Nord, adesso deve farlo digerire agli unionisti

Le nuove regole prevedono un canale preferenziale, e controlli doganali quasi azzerati, per le merci destinate solo alla regione. Viene conferito un «freno d’emergenza» al Parlamento di Belfast, ancora boicottato dal partito a cui il primo ministro sottoporrà l’intesa

Il primo ministro inglese Rishi Sunak stringe la mano alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
Foto: Dan Kitwood/Pool via AP

Una pila di salsicce. Per annunciare l’accordo con l’Unione europea che allevierà le frizioni commerciali con l’Irlanda del Nord, il primo ministro britannico Rishi Sunak ha twittato una pila di salsicce. Gli insaccati erano diventati il simbolo del principale stallo innescato dalla Brexit: Belfast nel 2019 è rimasta dentro il mercato unico comunitario, i controlli doganali hanno strozzato le importazioni dalla madrepatria e, nonostante le moratorie, gli standard sulla sicurezza alimentare e le troppe scartoffie avevano colpito soprattutto il cibo. Ora sugli scaffali della provincia si troveranno gli stessi prodotti del resto del Regno Unito, annuncia trionfalmente Sunak.

Accanto a lui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen concorda su «un nuovo capitolo» nei rapporti tra Londra e Bruxelles. Per Sunak, però, il difficile viene ora. Come insegna il premierato di Theresa May, arenatosi proprio sul dossier dell’isola gemella, non basta chiudere con l’Ue un patto: dopo bisogna farlo digerire all’opinione pubblica e, soprattutto, alla maggioranza parlamentare. A Westminster non si voterà questa settimana, serve tempo per studiare a fondo le condizioni.

Il primo ministro, a differenza di May, non deve appoggiarsi agli unionisti irlandesi del Dup per governare, ma è a loro – e alla lobby più euroscettica dei conservatori, lo European research group (Ecr) – che dovrà vendere le nuove regole. Sulle truppe alla Camera dei Comuni, poi, esercita ancora una certa influenza Boris Johnson. L’ex premier saboterebbe volentieri l’intesa, anche perché è una sconfessione indiretta alla sua tattica ostruzionista, e infatti insiste sul Northern Ireland Protocol Bill.

Il disegno di legge risale all’estate, puntava a riscrivere unilateralmente lo status quo. La delegazione europea la riteneva «una pistola sul tavolo» durante i negoziati. Viene cestinato dal lieto fine di ieri. È poco probabile che le dimensioni di un’eventuale ribellione fra i Tories raggiungano il centinaio di deputati paventato dall’ala dura: è la stessa cifra che Johnson aveva millantato di poter coalizzare quando accarezzava l’idea di candidarsi alla successione di Liz Truss. Anche se mancassero i numeri a Westminster, il leader laburista Keir Starmer ha già promesso sostegno in nome dell’interesse nazionale.

Il Dup è cauto. Riconosce «progressi significativi», ma nella stessa nota enuncia alcune «preoccupazioni». Una delle clausole del «Windsor Framework», come lo chiamano sia Sunak sia von der Leyen, è un «freno d’emergenza» riservato a Stormont, l’assemblea nordirlandese a cui il Dup rifiuta di partecipare da quando, lo scorso maggio, ha perso le elezioni, vinte dai repubblicani di Sinn Féin. La loro presidente Mary Lou McDonald ha celebrato un «punto di svolta», mentre il Dup vaglierà il testo alla luce delle sette condizioni fissate nel 2021.

Il meccanismo, se invocato, consentirà al Parlamento locale di fermare e impedire l’applicazione delle leggi europee, conferendo a Downing Street il potere di esercitare un veto con la controparte. Questa «salvaguardia della sovranità», così la battezza il primo ministro, è una delle principali novità. Il nuovo protocollo sbloccherà i flussi commerciali. Per una ditta inglese esportare lì, a Calais o verso gli Stati membri dell’Ue era la stessa cosa. Da ottobre di quest’anno non sarà più così.

Verranno istituite due corsie per le merci e altrettante etichette. In quella «verde», agevolata, transiteranno i prodotti destinati alla sola Irlanda del Nord. Per questa categoria non serviranno più centinaia di certificati e i controlli doganali quasi si azzereranno (riguarderanno, si stima, il cinque per cento dei casi). Pacchi postali e spedizioni dell’e-commerce beneficeranno delle stesse esenzioni. In quella «rossa», invece, passeranno i carichi destinati alla Repubblica d’Irlanda, o che potrebbero finirvi. Per questa seconda fattispecie, continueranno a valere le vecchie condizioni, con le ispezioni fisiche.

«Abbiamo rimosso ogni traccia di un confine sul mare d’Irlanda», scandisce Sunak. Le leggi comunitarie che continueranno ad applicarsi, ha aggiunto, sono quelle indispensabili a evitare il ritorno di una frontiera rigida con Dublino. I giornali inglesi hanno calcolato una percentuale attorno al tre percento dell’impianto normativo. La Corte di Giustizia dell’Unione europea, spauracchio dei Brexiteers, manterrà un potere d’arbitrato – e «l’ultima parola», per citare von der Leyen – esclusivamente su questa frazione di regole, quelle necessarie a restare nel mercato unico.

Entrambi i leader insistono sull’approccio pragmatico alla base della trattativa. Sunak può continuare a presentarsi come un problem solver, incassando un risultato e un accordo pesante dopo poco più di cento giorni di mandato. Von der Leyen può sperare di archiviare una disputa protrattasi troppo a lungo. «Siamo stati onesti sulle difficoltà nelle nostre relazioni bilaterali», dice la presidente, che elogia lo spirito di Kyjiv. Essersi trovati sulla stessa barricata – quella giusta della Storia – per sostenere l’Ucraina ha ricordato a Londra e Bruxelles la solida necessità di un’alleanza tra le due sponde della Manica.

È un «pacchetto» di «soluzioni di lunga durata», assicura von der Leyen. Si baserà sul monitoraggio in tempo reale dei dati condivisi sulle spedizioni. Sincronizzerà le autorizzazioni dei farmaci alle tempistiche della Gran Bretagna e, tra le altre cose, permetterà agli inglesi di viaggiare nell’Ulster con i loro cani, anche senza passaporto o microchip. L’intesa apre la via a un ritorno nel programma di collaborazione scientifica Horizon Europe, che vale novantacinque miliardi di euro.

Più che sull’architettura del Framework, le prime critiche si sono finora concentrate sull’incontro (patrocinato dal governo) tra von der Leyen e Re Carlo III. Non è inusuale che il sovrano incontri i capi di Stato in visita e il vertice dell’esecutivo comunitario non fa eccezione. È falso scorgere – come fa Nigel Farage, ex patrono dei peggiori partiti euroscettici – in quella stretta di mano un tentativo di coinvolgere Sua Maestà. O, peggio, di fargli sponsorizzare l’accordo, come in realtà si era ipotizzato venerdì.

Sono passati dieci anni, e cinque primi ministri, dalla promessa di David Cameron di un referendum sull’uscita dall’Unione. Una scommessa che gli è costata la carriera, ma che ai cittadini, soprattutto quelli nordirlandesi, è costata molto di più. La politica sta ancora cercando di raccogliere i cocci. Dal «Get Brexit done» di Boris a un più realistico «Get Brexit fixed».

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