La nuova alleanzaIl futuro del nucleare europeo e il dietrofront del governo Meloni

L’atomo è stato uno dei pilastri della campagna elettorale del centrodestra, ma l’esecutivo ha deciso di non partecipare al tavolo organizzato da Parigi. La Francia vuole che Bruxelles dedichi più spazio a questa fonte di energia nel quadro della sua azione climatica, e ha il supporto di dieci Stati

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Un’alleanza pro-nucleare dentro l’Unione europea, per respingere le posizioni contrarie della Germania (soprattutto) e della Spagna e per sostenere la propria industria atomica. È questo l’obiettivo della Francia, che il 27 febbraio – ai margini della riunione dei ventisette ministri dell’Energia a Stoccolma, convocata per discutere della riforma del mercato elettrico – si è riunita con i rappresentanti di dieci Paesi membri, più quelli della Commissione.

Parigi vuole che Bruxelles dedichi maggiori attenzioni e spazi al nucleare dentro la sua strategia per l’azione climatica e la sicurezza energetica: è una fonte a emissioni zero, che non dipende dal meteo e dalle batterie come l’eolico e il solare, e che può aiutare a risolvere il problema della subordinazione all’estero (agli idrocarburi russi e ai dispositivi cinesi per le rinnovabili); il prezzo da pagare sono però gli scarti radioattivi.

La riunione è stata organizzata dalla ministra francese per la Transizione ecologica, Agnès Pannier-Runacher. Hanno partecipato Bulgaria, Croazia, Finlandia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Inizialmente sembrava che ci sarebbero state anche la Svezia e l’Italia, che il nucleare l’ha abbandonato dopo il referendum del 1987. Il ministero dell’Ambiente ha tuttavia smentito la presenza. 

In un comunicato è stato affermato che il ministro Gilberto Pichetto Fratin «ritiene che l’Italia non possa sedersi a un tavolo sul nucleare, prima di aver affrontato e risolto a livello parlamentare e giuridico il divieto di generare energia nucleare nel territorio nazionale sancito e ribadito dalla volontà popolare».

Diversi, invece, sono stati i toni della viceministra leghista Vannia Gava, che ha parlato di «scellerate scelte del passato» e definito «interessante» il tavolo di Pannier-Runacher: «Ho confermato che l’Italia guarda con grande attenzione a questa scelta strategica, parte integrante peraltro del nostro programma elettorale». Similmente, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha dichiarato che «investire sul nucleare pulito e sicuro di ultima generazione è un dovere sociale, economico e ambientale». «Roma è sempre la benvenuta, ma sta al governo decidere», hanno detto fonti governative francesi all’Ansa

Come scrive su Twitter il giornalista David Carretta, «l’Italia è stata inserita nella lista dell’alleanza per il nucleare per un errore dei francesi». E in una telefonata con il ministro francese, Pichetto avrebbe detto: «Beati voi che avete il nucleare», senza però comunicare l’adesione dell’Italia. 

Alla riunione dei “nuclearisti” si è discusso di tematiche relative alla ricerca, agli approvvigionamenti e ai rifiuti. Ma l’incontro è servito soprattutto a «inviare un segnale forte nei vari colloqui europei», anticipava la Francia, facendo riferimento alle discussioni sull’idrogeno. 

Parigi genera gran parte della sua elettricità dalle centrali nucleari (il settanta per cento, storicamente), e un domani vuole sfruttarle per produrre anche combustibile “pulito”: l’idrogeno da nucleare è chiamato viola; l’idrogeno verde è quello ottenuto dagli impianti rinnovabili. Nonostante provengano entrambi da fonti a zero emissioni, la Commissione europea considera “pulito” a tutti gli effetti solo l’idrogeno da rinnovabili, mentre classifica quello da nucleare come low-carbon. È una distinzione rilevantissima per Parigi, che ha bisogno della certificazione “verde” per accedere agli incentivi e rivendere sul mercato europeo un combustibile perfettamente coerente con i piani di decarbonizzazione.

Qualche successo iniziale, comunque, la Francia lo ha ottenuto. Come rivelato da Euractiv, il 10 febbraio scorso la Commissione ha stabilito che, in caso di idrogeno prodotto con l’elettricità prelevata dalla rete invece che da impianti addizionali, il combustibile potrà considerarsi rinnovabile se le emissioni del sistema sono inferiori a diciotto grammi di CO2 equivalente per megajoule, o a sessantacinque grammi di CO2 equivalente per kilowattora. È un criterio che i produttori francesi, grazie ai reattori, rispettano (cinquantasei grammi per KWh), e che dovranno certificare attraverso dei PPA.

Le discussioni adesso si concentreranno sulla direttiva sulle energie rinnovabili (RED III, in gergo), che secondo Parigi dovrà contenere termini chiari di sostegno all’idrogeno da nucleare. A tirare in direzione contraria c’è però la Germania, che si oppone all’energia atomica – vi rinuncerà completamente: a breve chiuderà gli ultimi tre reattori rimasti – e all’idea di metterla alla pari con le fonti rinnovabili. 

La Spagna, forte del suo potenziale fotovoltaico, la pensa suppergiù allo stesso modo, e questa divergenza di vedute con l’Eliseo potrebbe mettere a rischio il progetto dell’H2Med, la condotta da due o tre miliardi di euro per il trasporto di idrogeno tra Barcellona e Marsiglia, e poi fino in territorio tedesco. Il tubo vorrebbe trasportare il dieci per cento del fabbisogno comunitario di idrogeno al 2030: per quella data l’Unione prevede di produrre dieci milioni di tonnellate del combustibile, e di acquistarne altrettante dall’estero.

Ma anche all’interno dell’alleanza pro-nucleare francese, in realtà, ci sono delle differenze. I Paesi Bassi non sono ostili al nucleare per principio, però pensano che l’Unione europea debba dare la priorità all’idrogeno verde su quello viola.

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