Gandhi e il sultanoL’opposizione turca punta (in ritardo) su un candidato integerrimo per battere Erdogan

Una coalizione litigiosa sceglie l’ex burocrate Kılıçdaroğlu per il voto tra due mesi. I sondaggi dicono che al secondo turno ha una chance, ma non è chiaro quanto il programma (ritorno al regime parlamentare, adesione all’Ue e riposizionamento nella Nato) possa convincere fuori dalle città

Il leader dell'opposizione turca Kemal Kilicdaroglu
AP Photo/Burhan Ozbilici

Bah. I sondaggi dicono una cosa. La razionalità, l’esperienza e pure la scaramanzia ne dicono un’altra. Mancano poco più di due mesi alle elezioni in Turchia (Paese che tra l’altro un mese fa è stato colpito, nella sua zona più povera, da un terremoto devastante le cui conseguenze politiche sono ancora tutte da vedere) e davvero non si sa da che parte voltarsi.

Per la presidenza si sfideranno Recepp Tayyip Erdogan e Kemal Kılıçdaroğlu. Il primo abita le cronache politiche da vent’anni, ha modi e sostanza da aspirante dittatore, guida un governo opaco e, per quanto odioso sia, negli ultimi anni si è saputo ritagliare un ruolo chiave nei rapporti tra Europa e Asia centrale, diventando, di fatto, l’esecutore delle volontà di Bruxelles in quell’area del mondo («dittatore necessario» lo aveva non a caso definito Mario Draghi): di fatto Erdogan è l’uomo cui l’Unione europea ha appaltato (in cambio di svariati miliardi di euro) la gestione dei migranti in arrivo da Siria e Afghanistan.

Non solo. Poiché è uno dei pochi che ancora rivolge parola a Vladimir Putin è – piaccia o no – una pedina chiave nella soluzione del conflitto in Ucraina. Ha costumi istrionici e sfarzosi, una storia personale da film (ex poverissimo, ex calciatore, ex detenuto) ed è un abilissimo oratore e una macchina da campagna elettorale.

L’altro, Kemal Kılıçdaroğlu, è un burocrate di grande esperienza e fama. Noto per rigore, puntigliosità e un profilo integerrimo, quando è passato dalla burocrazia alla politica (nel 2002, più o meno lo stesso periodo nel quale Erdogan è diventato premier, prima di diventare super presidente), ha portato in aula con sé le stesse caratteristiche che lo avevano reso noto e temutissimo negli uffici.

Lo hanno soprannominato il «Gandhi turco», per la sua estrema frugalità e morigeratezza (vive in un bilocale con la moglie, Erdogan invece in una magione di mille stanze). Nel 2017, dopo l’ondata monstre di arresti seguita al (forse) golpe del 2016, ha organizzato una marcia di protesta da Ankara e Istanbul, intestandosi di fatto la leadership dell’opposizione a Erdogan e contro la svolta autoritaria della sua presidenza.

Un’opposizione, invero, assai complicata. Sia perché nel Paese non esiste praticamente più libertà di stampa, sia perché, in un posto nel quale gli oppositori politici vengono arrestati, organizzarsi in modo efficiente non è cosa facile. Inoltre, va detto, che per quanto debole (o forse proprio perché debole) l’opposizione a Erdogan, è molto varia (e dunque frammentata).

Così Kılıçdaroğlu si ritrova oggi a capo di una coalizione ampia e già litigiosa, della quale fanno parte partiti di centro sinistra (il Popolare Repubblicano del candidato presidente) insieme a gruppi di estrema destra, gruppi islamisti e laici e, persino, ex sostenitori di Erdogan.

Un calderone, insomma. Solo pochi giorni fa (e con enormi maldipancia, veti incrociati, minacce di far saltare il tavolo) la coalizione è riuscita a trovare una sintesi attorno al nome di Kılıçdaroğlu e a una bozza di programma condiviso.

Il programma prevede due cose su tutte: il ritorno al regime parlamentare (che Erdogan ha smantellato con la riforma in senso presidenziale della Costituzione) e la ripresa del processo di adesione all’Ue unita a un posizionamento più saldo all’interno della Nato.

In realtà però non è chiaro quanto, fuori dalle città (Istanbul e Ankara hanno già scelto a livello comunale la guida di due sindaci del partito Popolare e Repubblicano di Kılıçdaroğlu, entrambi, in corsa per la leadership) le questioni di democrazia, Europa e Nato siano sentite e urgenti.

L’inflazione, nel Paese negli ultimi mesi ha colpito durissimo (più ottantadue per cento) e il terremoto di febbraio ha lasciato ferite profonde. Ferite delle quali, per alcune settimane, l’opinione pubblica ha in un primo momento incolpato Erdogan, le maglie larghe della sua gestione, che ha consentito di costruire case non a norma, e i ritardi dei soccorsi.

Passate le prime settimane, però, Erdogan, con la sua gestione muscolare (ed ex post) della catastrofe e con i plateali arresti dei costruttori, sembra aver riconquistato il favore anche di chi lo aveva criticato. Non è chiaro neppure quanto e come saranno regolari le operazioni di propaganda e di voto.

Ad oggi i sondaggi danno Erdogan avanti al primo turno e sconfitto al secondo, con un margine di circa dieci punti (molti si presume in arrivo dalla minoranza curda). Le elezioni sono tra due mesi esatti. La campagna elettorale è appena iniziata.

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