Rosato del mondoL’anima globetrotter del Chiaretto di Bardolino, che varca i confini per tornare alle origini

Dieci anni fa il vino in rosa del lago di Garda ha avviato la “Rosé Revolution”, un percorso di rinnovamento attraverso il confronto con gli altri grandi rosati europei e lo studio per valorizzare la propria identità

Foto da CS Corvina Manifesto 2023

Alle volte per crescere bisogna partire, uscire dai propri confini e andare a vedere cosa succede nel resto del mondo. È una regola che vale per le persone, ma sulle rive del Lago di Garda, accade che questo valga un po’ anche per il vino. È il caso del Chiaretto di Bardolino, rosato Doc prodotto sul fianco veronese del lago, dove le viti affondano le radici nei terreni di origine morenica e respirano un clima mediterraneo.
Non c’è da preoccuparsi, i vigneti di un vino Doc non possono salire su un treno e partire. Viaggiare, studiare e confrontarsi con altre realtà è quello che hanno fatto i produttori di Bardolino che, spronati dal Consorzio e spinti dalla necessità di innovare e migliorare il proprio rosato, hanno iniziato a visitare Francia, Spagna e non solo, degustandone i vini, per poi tornare e lavorare sui propri.
Così, come per quei figli che partono e poi tornano, conoscere il resto del mondo permette di guardare con occhi nuovi quello che a casa si dava per scontato e di lavorare, valorizzando specificità che meritavano una maggiore attenzione.

Incontro con i grandi, Tavel
Si parte per la Francia, Valle del Rodano. Qui, all’incirca tra Avignone, Nîmes e Orange, a ovest del fiume, Tavel è la più anziana Aoc in rosa del Paese e anche del mondo intero. Ottiene il riconoscimento nel 1936, ma la sua storia è molto più antica. È una delle poche denominazioni a prevedere esclusivamente vini rosé nel proprio disciplinare, perché qui il rosé non è una variante del vino principale, è “il vino”. Quelli di Tavel sono vini di un rosa intenso, che traggono struttura dalle uve coltivate nel territorio, Syrah, Mourvèdre, Cinsault e ancora Clairette, Grenache, Bourboulenc, Carignan e altre. Sorsi carnosi e speziati, molto diversi da quelli che regala il Chiaretto gardesano, sapidi e agrumati. Allora perché andare a cercare Tavel? Perché non la più conosciuta Provenza? In questo caso l’obiettivo era creare un’alleanza strategica e capire come il rosato più antico del mondo valorizzi le caratteristiche delle proprie uve e del proprio territorio.

Così, da ormai diversi anni, tra il lago di Garda e la valle del Rodano i vignaioli viaggiano con idee e bottiglie, tra degustazioni incrociate, visite a vigneti e a cantine. «Alcuni produttori sono andati a visitare la zona di Tavel e i produttori di Tavel hanno visitato alcune aziende del nostro territorio», racconta Franco Cristoforetti, presidente del Consorzio di Tutela Chiaretto e Bardolino, che riguardo i vini della più antica Aoc rosata della Francia afferma: «Il loro è uno stile molto diverso, ma con gli stili diversi stiamo appunto cercando di confrontarci, per rafforzare sempre di più il concetto di identità. Ci interessa poco omologarci con la Provenza o con altri territori, anche se molto famosi. Non è copiando che si può attirare il consumatore. La chiave è creare un prodotto altrettanto buono ma con un’identità distinta, che possa rappresentare un’alternativa in tutti i sensi, non solo di nome ma anche di fatto”, conclude il presidente, mentre sono già pronti i biglietti per nuove destinazioni straniere.

Franco Cristoforetti

Impara l’arte… e punta su ciò che ti rende unico
Il Consorzio l’ha chiamata “Rosé Revolution” e in effetti il percorso intrapreso nel 2014 per rimettere a fuoco l’identità e la riconoscibilità del Chiaretto di Bardolino è stato una piccola rivoluzione, che non chiama in gioco soltanto il confronto con i vini d’oltre confine. Lo stile del vino è stato pian piano ripensato, in modo da valorizzare le uve autoctone che lo caratterizzavano e che lo rendono unico, perché si trovano solo qui. Con l’ultima modifica del disciplinare, la Corvina, vitigno a bacca rossa veronese per eccellenza, è entrata a far parte dell’uvaggio fino a una percentuale del 95%. «Quasi tutti i produttori stanno abbandonando oggi la percentuale di uve internazionali che non entrano più a far parte del blend, questo – afferma il presidente Cristoforetti – ci ha aiutati molto a trovare un’identità più precisa per la Corvina del lago di Garda”. E in questo senso si è lavorato anche con un approccio scientifico, facendo ricerca sui lieviti da impiegare in fermentazione, per valorizzare al meglio le caratteristiche del vitigno.
Pure il nome del vino è cambiato: da Bardolino Chiaretto a Chiaretto di Bardolino. Pare niente, ma è un passo che sposta il Chiaretto dal ruolo di alfiere del vino Bardolino – il rosso del territorio – a una posizione di maggiore rilievo. Secondo Cristoforetti: «È stato fatto un passaggio culturale importantissimo da parte della filiera produttiva, nel capire che il Chiaretto è forse il nostro miglior ambasciatore ed è anche quello che il consumatore può capire meglio. Non è assolutamente un vino di seconda fascia o complementare».

Tra Provenza, Mosella e Rioja
Quindi, dopo la Rosé Revolution, a che punto siamo? Pensate di avere di fronte dodici calici di vini rosati tutti diversi. Sapete soltanto che in mezzo ce ne sono alcuni di Chiaretto di Bardolino, altri che provengono dalla Provenza, altri ancora dalla teutonica Mosella e infine alcuni dalla Rioja, in terra spagnola. Ai degustatori più esperti i Chiaretto si riveleranno al sorso per quella sapidità gradevole e distintiva che deriva loro dal territorio, ma a livello qualitativo non arretreranno di un passo rispetto agli altri. Anzi, se tra i calici capiterà qualche Chiaretto con un anno in più di invecchiamento sarà difficile scovarlo. Perché una delle novità è anche che il Chiaretto è diventato più longevo e che non è più pronto nei calici qualche mese dopo la vendemmia. Andare a ritroso tra le annate per credere. È quello che è successo durante Corvina Manifesto, l’evento di debutto della nuova annata di Chiaretto, ed è quello che succede oramai sempre più spesso sulla sponda orientale del lago di Garda, perché i produttori continuano a viaggiare, tra i calici e non solo, un po’ verso altri Paesi, un po’ anche nel tempo, capendo pian piano come riposizionare il proprio vino. L’obiettivo è quello di iniziare a proporre referenze che si piazzino a un prezzo più alto, alla ricerca di nuove tavole e target di consumo. Un cambiamento che è già iniziato.
Quella del Chiaretto di Bardolino non è certo la storia di un fine wine, ma quella di una strategia di territorio, studiata e applicata con costanza, che dopo dieci anni inizia a mostrare i primi risultati. Scusate se è poco.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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