Lattanzi c’est moi“Cose che non si raccontano” non è un libro sul volere un figlio, è il manifesto di una generazione

Un romanzo che fa male leggerlo perché descrive così bene la condizione di tante donne ambiziose, testarde e indecise che scelgono di diventare madri a un’età più matura. Perché non ne abbiamo parlato prima?

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Non vuole essere una recensione, questa. Quanto la testimonianza di una lettura. Se stessi scrivendo la recensione di Cose che non si raccontano, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi (Einaudi), partirei dal tema: la storia di una donna contemporanea con la sua libertà, con le sue ambizioni e le sue incertezze, una donna che fronteggia ora le conseguenze angoscianti di ciò che sarebbe potuto essere – avrebbe dovuto essere –, ma non è stato. Il desiderio della donna era, è, quello di un figlio. A partire da questa tensione, la mancanza di possesso di quanto si vorrebbe così fortemente ma non avviene, crea una parabola narrativa con un solo movimento, cupo e tragico, il succedersi di una replica. La ripetizione claustrofobica di qualcosa che si spera possa finalmente aprirsi, finalmente sbloccarsi, convergere verso il punto di rottura, invece niente. Nulla cambia. E tutto resta a dare voce a quest’assenza. Nessun lieto fine. Quanto, a livello drammaturgico, la costruzione dell’indicibile.

Ciò che con gli altri si è tenuto segreto per pudore, scaramanzia, vergogna. Per rabbia, dolore, per sgomento. Le parole di certi racconti “sono scogli nel mare”, scrive Lattanzi. Dire a voce alta, oppure scrivere, significa dare forma all’evento, scegliere un punto di vista e a partire da questa prospettiva rievocare i frammenti, dissotterrare i ricordi, metterli uno dietro l’altro in una sequenza che abbia un senso, dare un ordine alla massa contrastante di dettagli. E poi? Poi tirare una linea. Raggiungere la conclusione. Ma è una storia che realmente finisce, quella della protagonista? Termina il romanzo, certo. Non la storia che la voce narrante, voce della stessa autrice, rievoca fino a lì. La parabola della donna esiste nella ripetizione mentre si dà come racconto, e continua a esistere quando Lattanzi scrive la parola: fine.

E allora ho smesso di leggere. Ero a una cinquantina di pagine. Basta, mi sono detta, troppo dolore e troppo tormento, il suo, il mio, il suo che parla così spudoratamente a me. Non lo finisco questo libro. Pur non volendo, per salvarmi dal desiderio incompiuto di un figlio, anch’io come Lattanzi, ho dismesso i panni della donna e mi sono riparata sotto la gonna della professionista. Ho iniziato a ragionare sul romanzo “tecnicamente”. Un impianto narrativo a cui, data la materia (pensala così, tu: non farti coinvolgere), non è permesso di essere lineare o conciliante. L’impossibilità di dire che dice attraverso brandelli di racconto, stringati, fulminei, poi sequenze più narrative e di nuovo frammenti. L’uso frequente delle parentesi a sottintendere un livello ancora più inaccessibile di condivisione, lo stesso che Virginia Woolf aveva fatto suo in Gita al Faro: messa a fuoco improvvisa sull’interiorità. È un romanzo, quello di Lattanzi, che recupera la tradizione modernista e che concede spazio solo al mondo interiore della protagonista, che tesse le sue fantasie coi ricordi e i ricordi con il senso di colpa e il senso di colpa con i meccanismi di difesa. La voce nasce da una profonda necessità di liberazione ma, al contempo, si scontra con l’incapacità di alleggerire fino in fondo questo nucleo di dolore. Appunto: il dolore.

Allora ho smesso non solo di leggere, ma anche di pensare al romanzo. E tuttavia non riuscivo a fare lo stesso con le immagini che intanto mi scorrevano nella testa. Il giorno in cui, mesi fa, ho terminato il secondo ciclo della stimolazione ovarica (il primo era andato così così) per preservare, a un passo dai quaranta, il mio desiderio di essere madre. Lattanzi c’est moi, ho pensato mentre leggevo queste sue pagine così urticanti, così penose, così mie, tranne che per un dettaglio: io le punture da sola non riesco a farle. Non ho mai imparato, sono terrorizzata, una frana, niente, mi blocco. L’ultima iniezione dell’ultimo ciclo prima del pick up, me l’ha fatta un’infermiera a domicilio. Chissà poi se era fifa, o sfinimento, ma non l’ho neanche sentita perché sono piombata di colpo sul parquet. Quando mi sono risvegliata sul mio divano, l’infermiera mi aveva messo a gambe in su. Sentivo i battiti sferrare calci al petto, sentivo montare dentro di me quest’ansia terribile di separazione, non te ne andare, avrei voluto dirle, mentre lei mi accarezzava la fronte, resta qui, ti prego, una ragazza di vent’anni che biologicamente avrebbe potuto essere perfino mia figlia, una ragazza piena di accortezze che mi guardava spaventata. Ce la faccio, ho detto. Ho preso i soldi che le dovevo e l’ho detestata perché, a differenza mia, era giovane e fertile.

Scrive Lattanzi: “Una donna che non esce più dall’unico pensiero di fare un figlio. Una donna che guarda le donne incinte con invidia. (Sii sincera quando scrivi). Va bene, sono sincera. Io le guardo con odio.”

Prima di tornare a leggere il romanzo, ho fatto una ricerca su internet per scoprire se non fosse, questa, una storia di finzione. Lattanzi magari ha un figlio, mi sono detta, magari ce l’ha fatta (pensiero magico, scriverebbe lei fra parentesi). Poi a un passo dalla fine, ho mollato di nuovo il romanzo. Era domenica, sono andata fuori città e ci siamo fermati su uno spiazzo dove troneggiava un negozio della Prenatal (proprio qui ci siamo fermati? è un augurio? un segno?). La persona che era con me doveva usare il bagno, sono entrata insieme a lei e ho dato uno sguardo ai passeggini (1700 euro? siamo impazziti? non potrò mai permettermelo un figlio da sola), poi gli occhi sono caduti su uno più piccolo e meno equipaggiato (450 euro, ce la faccio, domani prendo appuntamento, vado in Spagna). Ed è stato lì ho capito.

Non può limitarsi a uno sguardo critico o semplicemente letterario, il discorso su questo romanzo. Né alla testimonianza privata di una lettura. Il discorso dovrebbe essere più generale, oserei dire politico. Perché mai non ce le siamo raccontate prima queste cose che non si raccontano? Perché mai ostinarsi a correggere una desinenza – dubito incida davvero sulla vita di una sindaca o di un’architetta –, se nel frattempo non avevamo il coraggio di dire: hai la tua libertà, finalmente. Bene. Sappi che la libertà è una vertigine di angoscia e sappi che puoi decidere per te ciò che vuoi, ma a patto di conoscere i limiti e i rischi. Ora per favore organizzati insieme alle altre – organizziamoci – e dopo questa sensibilizzazione sul tema, sempre più frequente, ragioniamo anche su quanto costi “preservare la maternità” pur di scongiurare il rischio di un desiderio mancato; su come sia ampia la forbice fra chi può permetterselo e chi invece no. Questa è ciò che chiamiamo realtà, cara, sta a ognuna affidarcisi oppure no, tanto, poco, sempre, mai, ma basta vergogna basta censure: che la diga si rompa.

Chiosa Lattanzi: “Mi sono decisa a fare un figlio a quasi trentotto anni – ahi, ahi, ahi, sento le voci di mia sorella e di alcune donne che conosco, perché ti sei decisa così tardi?, e poi sento le voci delle altre donne che mi dicevano ma nooo, sei giovane, hai tutto il tempo davanti, e anche loro le odio.”

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