La guerra civile che non c’èL’eterno ritorno dell’onda nera e la debolezza della retorica antifascista minoritaria

L’Italia è una una democrazia solida, non un Paese fascista. Nei suoi anni democratici ha saputo costringere i peggiori estremisti a un processo di revisione del proprio bagaglio ideologico (nonostante ci sia ancora qualche nostalgico di troppo)

Guido Calamosca/LaPresse

La deriva
Domenica scorsa Ezio Mauro ha scritto un ponderoso articolo per ricordarci che la storia d’Italia non è mai uscita dallo scontro fascismo/antifascismo: nelle ultime settimane hanno preso forma «due Paesi divaricati» dalla discriminante antifascista, perché Giorgia Meloni si rifiuta di fare «un gesto di chiarezza rispetto al mondo da cui proviene» mentre ordisce il disegno di «neutralizzare la memoria del fascismo» e di cancellare «l’antifascismo come cultura civile del Paese».

Mentre leggevo le parole di Mauro mi sono riecheggiate nella memoria le parole che il 2 giugno del 2018 pronunciò la allora presidente dell’Anpi: «C’è nel Paese – disse – una pericolosa deriva filonazifascista che ha caratteristiche di minoranza ma è dislocata in tante parti d’Italia». Da allora il ritorno dell’onda nera divenne la cifra interpretativa prevalente della situazione politica italiana, con una rincorsa a trasformare tutte le azioni del governo gialloverde di Giuseppe Conte e Matteo Salvini come calchi di tutti gli stereotipi del fascismo.

Con la vittoria della destra sovranista cinque anni dopo, l’onda nera in pochi mesi si è già trasformata nel ritorno della sempiterna «deriva fascista» che si sta impossessando dello spazio pubblico per distruggere l’antifascismo a segnalare purtroppo solo ed esclusivamente un tragico riflesso condizionato della sinistra: evocare l’eterno ritorno del fascismo quale unica chiave di lettura di ogni processo politico che riguardi la destra.

Era «ritorno del fascismo» il centrismo di Alcide De Gasperi e Mario Scelba, il Piano Solo e il «tintinnar di manette» all’epoca del centrosinistra, il «fanfascismo» nei primi anni settanta nella tragica epoca dell’antifascismo militante extraparlamentare, Bettino Craxi e la «grande riforma» nel decennio successivo, ovviamente Silvio Berlusconi e il suo prepotente ingresso sulla scena politica nel 1994, fino a Matteo Renzi, per il quale il termine «fascistoide» è stato utilizzato reiteratamente da alcuni esponenti della sua minoranza interna per definire l’estraneità del suo progetto politico alla tradizione della sinistra italiana.

Nonostante molti studi politologici e sociologici sull’estrema destra in Europa negli ultimi vent’anni abbiano messo in luce sia l’eterogeneità ideologica di quel campo di forze, sia la sua distanza da quel complesso di movimenti e di culture politiche definite con il termine di fascismo, in Italia queste cautele hanno fatto scarsa breccia nella riflessione pubblica; al contrario si è messa in movimento una rincorsa, promossa soprattutto dai militanti dell’estrema sinistra dai suoi intellettuali e dai giornalisti, a coniare neologismi che evocassero lo spettro di Mussolini per definire la nuova maggioranza governativa: oltre al classico nazifascismo prima citato, si è imposto il «fasciogrilloleghismo» fino alla caduta del governo Conte I – poi abbandonato quando Conte è stato arruolato dalla sinistra nell’antifascismo a sua insaputa – ora ritorna in auge sotto forma di «nuovo fascismo».

Questa tumultuosa rincorsa fa venire in mente una affermazione di George Orwell contenuta in suo articolo pubblicato nel 1946: «La parola fascismo ormai ha perso ogni significato e designa semplicemente qualcosa di indesiderabile».

Il ritorno dell’indesiderabile
In effetti «l’indesiderabile» che ritorna, secondo la vulgata a cui si rifà Mauro – è lo sforzo delle destre al potere non solo di interpretare le pulsioni illiberali e antipolitiche di una permanente maggioranza silenziosa che campeggiano nella coscienza pubblica, mai piegata definitivamente ai valori della costituzione democratica, e permanentemente disponibile verso l’antipolitica e verso soluzioni politiche illiberali il cui fondamento è la rimozione – potremmo dire, attiva – del passato fascista della nazione, con l’obiettivo di realizzare la «pacificazione» degli italiani, disancorando la Repubblica dall’antifascismo e dalla Resistenza.

Ma per fortuna – dice Mauro – che c’è l’antifascismo, tornato militante, che impedirà che questa operazione politico-ideologica promossa dal sommerso fascista della Repubblica, ora arrivato al governo, spacchi il Paese in nome di una revisione radicale della storia italiana del ventesimo secolo e del rifiuto del patriottismo costituzionale.

Ma sfugge a Mauro che la debolezza del patriottismo costituzionale non alligna solo a destra per l’irrisolto rapporto con le sue eredità neofasciste, ma purtroppo affonda le sue radici anche nelle culture politiche della sinistra che al grido di «ora e sempre resistenza» ha costruito una retorica politica nella quale la democrazia italiana appare sempre sull’orlo di un rinculo nella guerra civile mai conclusa del ’43-’45 e abbia bisogno di un costante “in più” etico-politico garantito rappresentato dall’antifascismo per reggere l’urto delle destre radicali e illiberali, come non accade nei Paesi che hanno una tradizione democratica più matura e compiuta.

Non c’è bisogno di nessun «in più» antifascista in Germania, in Francia o negli Stati Uniti per combattere l’onda montante del populismo nazionalista e xenofobo, perché basta il radicamento del «paradigma democratico» a mobilitare la partecipazione politica dei cittadini contro Donald Trump o Marine Le Pen o il partito Alternativa per la Germania.

Un «di più» metapolitico, dunque, che copre in Italia un «di meno» storico, quasi antropologico, relativo alla debolezza dell’insediamento della cultura democratica nei «costumi» degli italiani e la permanenza delle tradizionali «malattie» dello spirito pubblico che sono sempre le stesse da quelle denunciate un secolo fa da Piero Gobetti prima che la violenza fascista lo mettesse a tacere per sempre e che sintetizzano il “fascismo eterno” della storia italiana. Un «di più» che è nella disponibilità politica di una presunta “altra Italia” depositaria di tutte le virtù pubbliche, del patrimonio valoriale della costituzione ma permanentemente “inapplicata” e che deriva la sua forza di avere per sé “il senso della storia”.

Libertà o liberazione?
Spia di questa concezione politica è il commento di Mauro allo striscione che gli studenti di destra avevamo issato davanti alla scuola in risposta a quello degli studenti di sinistra: «La scuola non è antifascista, è libera».

Secondo Mauro i giovani del Blocco studentesco avevano contrapposto libertà a liberazione, a riprova dell’estraneità dei giovani di estrema destra alla “patria antifascista”. In realtà – al netto delle violenze inammissibili di Azione studentesca al Liceo Michelangelo di Firenze – dentro l’evocazione della libertà emerge un domanda di agibilità politica e di riconoscimento culturale da parte dei giovani di destra che l’antifascismo militante presente nelle scuole e nelle università ha sempre rifiutato, per un giudizio di indegnità morale di quei giovani.

Mauro non a caso non parla della manifestazione di Firenze dove come in tutte le manifestazioni antifasciste aleggia un «in piu» inaccettabile di violenza verbale contro il nemico – «uccidere un fascista non è reato» urlavano quegli studenti riprendendo uno slogan degli anni ’70, quando giovani fascisti e giovani antifascisti si ammazzavano davvero. Aggiungendo una novità: «Tito ce lo ha insegnato» che evoca un’ esaltazione delle foibe recuperata dai recessi più melmosi e orribili della tradizione comunista.

Esaltare le foibe come patrimonio dell’antifascismo non è casuale: è il risultato di una continua opera di delegittimazione degli sforzi che la cultura democratica – non quella fascista – sta compiendo da molti anni per accogliere le vittime e le loro memorie nella storia nazionale, screditando il “giorno del ricordo” dell’11 febbraio come opera di revisionismo di stato messo in atto dalle destre, occultando scientemente il ruolo che il comunismo jugoslavo ha avuto nei crimini contro gli italiani tra il ’43 e il ’47 e nell’esodo istriano.

Ma qual è la nostra patria
Senza saperlo e senza accorgersene per opera di cattivi maestri quei giovani antifascisti hanno riaperto una frattura profonda nella stessa idea di nazione, tra quella, mai pienamente sconfitta, dei cultori della “patria del socialismo” – il filoputinismo di tanta sinistra radicale affonda qui le sue radici – e la patria democratica, che ha attraversato prepotentemente la stessa Resistenza antifascista, contribuendo a indebolire l’identità nazionale e rendendo flebile proprio il patriottismo costituzionale perché privato di una “forza simbolica” espressione di una comune idea di nuova nazione nata dal crollo di quella del fascismo.

Tra Tito e la democrazia vi è un abisso, che riguarda anche la natura e la tavola dei valori dell’antifascismo: quello comunista di matrice totalitaria, che sovrapponeva la rivoluzione leninista alla lotta per la libertà dal fascismo, e quello democratico che puntava a rigenerare nella libertà e nel pluralismo delle idee e dei valori la storia nazionale dopo la tragedia della dittatura.

Evocare un dittatore che ha lasciato solo macerie nel suo paese come modello di antifascismo significa riprodurre quella frattura dell’idea di nazione, che ha impedito e continua ad impedire a una parte non piccola di italiani e italiane, che pur hanno ripudiato il fascismo, di riconoscersi pienamente nella nazione antifascista, per la presenza al suo interno di chi non aveva colpevolmente dismesso la sua adesione alla “patria” stalinista, vissuta e temuta come minaccia incombente del nuovo ordine repubblicano.

Nacque in questo iato e in queste aporie delle basi ideali della Repubblica il “filo nero” della narrazione “anti-antifascista” della guerra di liberazione e dell’Italia democratica che tanto peso ha avuto e ha tuttora nella coscienza collettiva del Paese, direttamente proporzionale alla debolezza dell’antifascismo che ancora oggi si ostina a non voler riconoscere le sue responsabilità nell’aver reso impossibile quella piena integrazione tra sé stesso e la nazione repubblicana.

Il mito della rivoluzione
Nella misura in cui il mito del comunismo aleggia nei cuori di giovani e vecchi antifascisti, e l’antifascismo si riduce a un altro nome dell’idea di rivoluzione, la Repubblica cessa di avere proprio nella Resistenza il suo inveramento e di non avere i partigiani tra i suoi padri, perché essi erano impegnati a lottare per un altro fine, non per la repubblica che c’è, non per la democrazia faticosamente conquistata: lottavano per i socialismo, per la «democrazia progressiva», per «il sol dell’avvenire» e si sentivano chiamati a disvelare la presenza del vecchio regime e a ipostatizzare lo scontro tra fascismo e antifascismo come cifra più autentica dello spazio politico repubblicano, che non poteva trovare soluzione nella democrazia ma soltanto nel superamento dello Stato borghese e del capitalismo.

In quest’ottica l’antifascismo aveva un solo futuro possibile, non come memoria collettiva e fondamento ideale dello Stato nuovo, ma come ideologia di un cambiamento rivoluzionario, proiettato alla ricerca di un “altrove” che stava, e continua purtroppo a stare, oltre la Repubblica.

Ma questo antifascismo non può che essere minoritario e «di sinistra» – non maggioritario e repubblicano, perché non si propone di chiudere quella tragica ferita identitaria, ma la riproduce all’infinito, di generazione in generazione, creando una sorta di comfort zone identitaria, assai simile, nel suo costrutto psicologico e culturale, a quella di chi si tiene in casa il ritratto di Mussolini, sfila ogni anno con il braccio teso davanti alla tomba del Duce a Predappio o gira la testa dall’altra parte se “i giovani (suoi)” menano le mani o puerilmente assaltano la Cgil, guidati da un ferro vecchio del sovversivismo neofascista degli anni settanta in cerca di visibilità.

Per uscirne bisogna fare uno sforzo di verità: non c’è nessun fascismo alle porte perché sconfitto dall’antifascismo in armi e dalla storia nel ’45, l’Italia è una salda repubblica democratica che ha saputo persino includere i suoi storici avversari – fascisti e comunisti – nelle sue istituzioni politiche, costringendoli a un processo di revisione profondo del proprio bagaglio ideologico, nonostante qualche nostalgico di troppo si aggiri in entrambi i campi, che li ha legittimati ad aspirare al governo del Paese. Di questo gli antifascisti dovrebbero andare fieri, perché è merito loro, invece che evocare Tito e le scintille rivoluzionarie del 1917.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter