Nella tana del lupoMeloni solletica lo spirito della Cgil e raccatta due mini applausi

Nessun fischio durante il discorso. «La parola d’ordine era il dissenso del silenzio», spiegano i delegati, ma la vecchia guardia ha sofferto l’arrivo della premier di destra, tra i peluche che ricordano le vittime del naufragio di Cutro e le maglie rosse con Che Guevara e Berlinguer rispolverate per l’occasione

(Foto: Linkiesta)

Fuori ad aspettarla c’erano gli striscioni dell’Anpi e i pupazzi per ricordarle i migranti morti nel naufragio di Cutro. Per due volte, un gruppetto ha pure intonato “Bella Ciao”. Ma all’intervento tanto atteso di Giorgia Meloni al congresso della Cgil a Rimini quello che ha vinto è stato il silenzio. Entrata dall’ingresso principale sfidando i contestatori, accompagnata dal segretario Maurizio Landini, la prima premier di destra a intervenire nella storia del sindacato di sinistra si aspettava i fischi. E invece quello che si è beccata sono stati pure due mini-applausi. Due accenni di applauso, smorzati tra le occhiatacce incrociate, senza esagerare. Ma nella tana del lupo non è poco, il minimo sindacale.

All’ingresso della premier in sala, dal palco rosso parla Dan Madnak, presidente dell’Assemblea generale del Comitato centrale della Fiom. «Finalmente un po’ di colore in questo congresso», dice. È il primo delegato immigrato a parlare. Non è un caso che il suo turno fosse previsto prima dell’intervento di Meloni. «È una chicca», dicono gli organizzatori ridendo. Mentre la presidente del Consiglio si avvicina al palco accompagnata da un fiume di telecamere, Madnak dice: «Io non mi considero migrante, mi considero italiano». Partono gli applausi dalla platea dei mille delegati presenti. Ma sono per lui, l’operaio immigrato originario di Mauritius. Non per la premier che avanza sul tappeto rosso.

Landini prende il microfono. Prepara la platea nervosa all’arrivo della leader di Fratelli d’Italia. Il discorso introduttivo del segretario suona più come una raccomandazione ai suoi. «È un momento importante», dice. «Bisogna imparare ad ascoltare anche chi può avere idee e posizioni diverse dalle nostre. Ascoltare anche per avere il diritto di essere ascoltati».

Quando Meloni sale sul palco, una ventina di delegati cantano “Bella Ciao”, lasciano un peluche sui banchi ed escono dalla sala. Ma è l’unica forma di protesta in trentadue minuti di discorso della premier. Che parte con il suo solito tono muscolare, ben sapendo di entrare nell’agone. «I fischi non sarebbero un problema, vengo fischiata da quando avevo sedici anni, sono cavaliere al merito di questa materia», dice in apertura. Ma non si becca neanche un fischio. «La parola d’ordine era il dissenso del silenzio», spiegano i delegati.

Meloni cita la giornata dell’unità, che cade proprio il 17 marzo. «Con questo dibattito noi possiamo celebrare autenticamente l’unità nazionale», dice. Qualcuno sussurra a mezza bocca dalla platea: «E il 25 aprile no?». Poi prova a rubare un applauso, citando Argentina Altobelli, sindacalista tra i fondatori della Cgil che si è opposta a Mussolini. Ma non le riesce. Le facce in sala sono glaciali. Qualcuno abbozza solo un sorriso quando Meloni ironizza sulla capacità delle corde vocali di Landini di reggere un discorso di due ore senza bere. La premier non vuole provocare la platea. Forse quello che vuole sentirsi dire dai cgiellini è che «anche lei in fondo ha fatto cose buone». Ma non ci riesce.

Ci prova una seconda volta, la premier, a provocare l’applauso, quando condanna l’aggressione alla sede romana della Cgil da parte dell’estrema destra. Questa volta però ci riesce. Parte un accenno di applauso innescato da un ventiseienne bolognese, addetto all’organizzazione. Il suono si propaga per pochissimo, flebile, poi si spegne. Lui si guarda intorno e dice: «Non mi date questa responsabilità».

Per il resto, nella sala del Palacongressi di Rimini, vince il silenzio. La voce di Meloni rimbomba. Lei non fa nessun passo indietro. «Non ho trovato nulla su cui mi trovo d’accordo nella relazione di Landini, se non il patto sulla terza età», dice. La premier si dice contraria al salario minimo: «Non è una tutela aggiuntiva rispetto alla contrattazione ma una tutela sostitutiva in favore delle grandi concentrazioni economiche che potrebbero così rivedere al ribasso i diritti dei lavoratori. Quello che bisogna fare è estendere la contrattazione, combattere i contratti pirata e intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro». Una posizione che poi non si discosta molto dalle argomentazioni con cui fino a poco tempo fa anche la Cgil si diceva contraria al salario minimo legale.

Difende la delega fiscale, alla quale i sindacati si sono contrapposti dopo l’incontro frettoloso last minute della scorsa settimana. Definisce «doverosa» l’abolizione del reddito di cittadinanza «per chi è in grado di lavorare». Poi va sul terreno della Cgil, parla di «ammortizzatori sociali universali» per tutti i lavoratori indipendentemente dal contratto. Ricorda Marco Biagi e il ruolo centrale del sindacato. E ai sindacati che la accusano di non volerli coinvolgere nelle decisioni ricorda che ci sono stati «venti incontri in venti settimane di governo».

«Su alcune cose ci sarà condivisione, su molte altre sarà difficile, ma non vuol dire che non si deve tentare il dialogo. Rivendicate senza sconti le vostre istanze contro il governo. Vi garantisco ascolto serio e privo di pregiudizi», conclude, generando un flebile applauso finale. Il secondo.

Poi, come se niente fosse, la premier va via e i delegati tornano a votare per alzata di mano. Landini e Meloni si fermano a parlare per una quarantina di minuti. Ma quello che è appena successo, tra i «compagni» non passa inosservato. «È finita, ce la siamo levata. Io non ho applaudito neanche una volta», rivendica Massimo Carmassi, segretario generale della Filcams Liguria.

«Fontana in Lombardia lo abbiamo invitato e non è venuto. Meloni invece l’abbiamo invitata ed è venuta. È buona educazione ascoltare, ma con tutto il rispetto siamo agli opposti», dice Paolo Losco, delegato della Lombardia. «È stata brava, è migliorata la borgatara», commenta un’altra delegata lombarda a fine discorso.

Ma è la vecchia guardia del sindacato, soprattutto, che ha vissuto l’arrivo di Meloni con una certa sofferenza. «Il rischio è quello di normalizzare chi nello stemma di partito porta ancora un simbolo di violenza, abbassando l’asticella rispetto a certi valori», dice Ivan Pedretti, segretario dello Spi, la categoria più numerosa dei pensionati della Cgil. «Per il resto ha detto una serie di balle sulla riforma fiscale. Ha citato l’unità, ma poi fa l’autonomia differenziata. E la legge sulla non autosufficienza non l’ha fatta lei, se l’è ritrovata già nel Pnrr. Ha parlato di patto sulla terza età, ma noi con lei non abbiamo fatto nessun patto».

Alla fine della giornata restano i peluche piazzati sui banchi a ricordare le vittime di Cutro e le magliette rosse con Che Guevara e Berlinguer che qualcuno ha tirato fuori dall’armadio per l’occasione per ricordare a sé stessi e alla premier da che parte stanno. Una reciproca legittimazione, da destra e da sinistra. Bisognerà vedere ora come questo si tradurrà nelle prossime settimane. Con i tre sindacati confederali che hanno già minacciato la mobilitazione contro la riforma fiscale.

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