Crimine fioritoIl commercio illegale di piante rare nasce anche su Instagram

Nonostante le regolamentazioni, il mercato nero prolifera online e oggi il suo valore tocca i centonovantacinque miliardi di euro l’anno. A spopolare sono soprattutto le piante grasse, le più fotografate sui social

Online un esemplare di Philodendron whipple way costa tra i duemila e gli ottomila dollari. Eppure non resta disponibile a lungo, “agguantato” in breve da qualche collezionista di piante rare, che non si accontenta delle altre specie ora alla moda: Anthurium crystallinum, Philodendron patriciae, Monstera pinnatipartita. E la rarità non si rado fa sconfinare il complesso mercato delle piante rare nel mondo del crimine. Perché da un lato ci sono le truffe, con i “falsi” delle specie più costose tra quelle legalmente scambiate, come alcune varietà del filodendro Pink Princess vendute a quattrocento dollari l’una su un sito indonesiano, finché si è scoperto che le foglie erano (temporaneamente) tinte di rosa grazie a un prodotto chimico. Dall’altro ci sono i furti, come quello, sicuramente su commissione, della Nymphaea thermarum, la ninfea più piccola del mondo, sparita – unica specie razziata – nel 2014 dai Kew gardens di Londra.

Infine c’è il commercio clandestino, come il traffico al centro dell’“operazione Atacama”, al termine della quale, nel febbraio 2020, la polizia italiana si è recata a casa di Andrea Piombetti, noto collezionista e venditore di cactus di Senigallia, e ci ha riscontrato circa mille specie di cactus protette, quali la Copiapoa ed Eriosyce. Valore: oltre 1,2 milioni di dollari sul mercato nero. Quasi tutte le piante provenivano dal Cile, che non le esporta legalmente, e alcune avevano più di un secolo. Secondo i botanici, l’aumento del traffico di cactus negli ultimi anni è stato trainato da mode social: facili da mantenere, e anche da spedire senz’acqua né luce, sono tra le piante più fotografate su Instagram.

Infatti in rete si trovano: i negozi di piante di fascia alta in Giappone espongono specie protette, mentre i venditori di tutto il mondo le pubblicizzano su eBay, Instagram, Etsy e Facebook. Gli annunci online sono spesso accompagnati da dichiarazioni di non responsabilità sul fatto che i cactus (oltre il trenta percento delle quasi millecinquecento specie di cactus del mondo sono minacciate di estinzione) non vengono forniti con i permessi necessari per il commercio legale e i bracconieri a volte trasmettono in streaming dal campo, chiedendo ai clienti quali piante desiderano. Ma i trafficanti vengono raramente catturati o perseguiti. La stessa cosa è avvenuta con Piombetti: la polizia gli aveva sequestrato un carico di seicento cactus cileni già nel 2013, ma il caso non è mai stato perseguito a causa di ritardi burocratici e dopo quattro/cinque anni è scattata la prescrizione.

«Il traffico di specie protette è ormai considerato tra i più proficui settori criminali del mondo, dopo il traffico di droga, di beni contraffatti, e la tratta di esseri umani», dichiara Anita Lavorgna, docente e autrice di Il traffico di specie protette. Prospettive critiche e interdisciplinari (FrancoAngeli), che al 2018 al 2021 ha diretto il progetto di ricerca “FloraGuard: contro il commercio illegale delle piante in via di estinzione”, finanziato dal Consiglio per la ricerca economica e sociale del Regno Unito. «È stato stimato che il suo valore complessivo, quindi considerando anche il traffico di legname, vari dai quarantatré ai centonovantacinque miliardi di euro all’anno, valore che sale ulteriormente se si considerano le perdite di fatturato per i settori legali legati a questi commerci. Se ci focalizziamo invece solo sui traffici di flora e fauna il valore varia dai sei ai venti miliardi di euro all’anno a livello globale», riassume Lavorgna.

Preparazione delle piante per la loro restituzione al governo del Cile

In teoria, a livello internazionale, il settore è regolamentato dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora), generalmente nota come Cites o Convenzione di Washington, località dove è stata firmata nel 1975 tra 183 Stati. In più, ci sono anche le leggi nazionali, come la norma approvata nel settembre 2021 in California che rende illegale la raccolta della dudleya in natura senza il permesso o il permesso del proprietario terriero e che comporta una possibile pena detentiva di sei mesi e fino a cinquecentomila dollari di multa.

Eppure, parecchi esperti ritengono che le norme, da sole, non bastino a fermare il traffico, ponendo speranze, piuttosto, nella raccolta autorizzata di semi o talee di piante selvatiche, utilizzate per la propagazione artificiale in serre certificate. Le vendite di queste piante di origine legale potrebbero aiutare a compensare il commercio illegale e i proventi andare direttamente alle comunità che vivono accanto alla specie, affermano gli esperti, creando incentivi per proteggerle. Tuttavia, la legislazione nazionale di molti paesi proibisce questo tipo di attività, così come le rigide leggi sul commercio internazionale e la burocrazia. Il che, paradossalmente, aumenta ulteriormente i crimini, la cui portata, peraltro, non viene percepita dai normali cittadini per una sorta di “cecità vegetale”, o la tendenza umana a ignorare questo ambito di illegalità per proteggere invece animali nella medesima condizione di pericolo.

«Nel corso degli ultimi anni sono state condotte campagne di sensibilizzazione», ricorda Lavorgna, «per allertare i viaggiatori circa l’illegalità del commercio internazionale di specie protette, ma la loro efficacia non è stata testata. Inoltre, queste rappresentazioni tendono a portare avanti un immaginario del traffico di specie protette come legato (solamente) a determinate specie di animali». Occorre invece lavorare con aziende con interessi diretti nel traffico di alcune specie protette o a rischio di diventarlo, come ad esempio nel settore cosmetico, e con gruppi di collezionisti, al fine di progettare e attuare approcci più specifici di prevenzione o riduzione del danno. Per sensibilizzare la popolazione, poi, si potrebbe insistere di più su alcuni rischi, come quelli sanitari, legati al traffico illecito di certe specie, o su come il bracconaggio delle piante può danneggiare la diversità delle specie e l’ambiente in cui tutti viviamo.

Un esemplare vetusto di Copiapoa

Come ha dichiarato Jared Margulies, assistente professore presso l’Università dell’Alabama che studia il commercio illecito di piante grasse, «Queste specie sono importanti impollinatori per uccelli, falene e insetti e le loro radici sono importanti negli ambienti aridi per mantenere un suolo sano e ridurre l’erosione. Quando inizi a rimuoverli dall’ecosistema, gli effetti a cascata sono potenzialmente molto significativi». Ed è bene allora che il pubblico eviti di comprare o di portarsi a casa piantine originali perché il danno ambientale non si registra solo in Alabama.

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