In mostra a MilanoLe sneaker diventano oggetti d’arte e simboli della scena underground

Una collezione inedita, frutto del connubio tra artigianato e avanguardie newyorkesi risalenti agli anni Ottanta è l'ultima tovata di Louis Vuitton che lancia una mostra ta ate e sneaker con Lady Pink, Lee Quiñones e Rammellzee. I pezzi rimarranno esposti fino al 16 marzo (e si possono anche acquistare)

Courtesy of Louis Vuitton

Mentre la moda, come mostrano le ultime passerelle e designer come Luca Magliano, è sempre più orientata verso forme e stili che rievocano il formale seguendo l’impulso di tuffarsi nell’estetica di secoli tramontati per riacciuffarne un raggio di romanticismo, il colosso francese Louis Vuitton – che ha da poco annunciato l’entrata di Pharrell Williams alla guida creativa del band – ha deciso invece di puntare sulla street culture senza esitazioni. E lo fa con tre edizioni limitate delle sue sneaker LV Trainer, progettate in collaborazione con gli artisti Lady Pink, Lee Quiñones e la comproprietà di Rammellzee. Le ha esposte all’interno del Garage Traversi, trasformato da qualche mese nel nuovo store milanese del marchio, schiudendole, svelandole poco a poco, per la precisione fino al 16 marzo, e dando a tutti la possibilità di acquistarle.

courtesy of Louis Vuitton

Appropriarsi di un prodotto di questo tipo non rappresenta solo l’occasione per estendere la propria collezione, nel caso qualcuno l’avesse, bensì un’esperienza che sconfina altrove, trasformando le scarpe in veri e propri oggetti d’arte. Lady Pink e Lee Quiñones saranno presenti all’inaugurazione ed eseguiranno ciascuno un’opera davanti al pubblico. La sneakers diventa infatti un’autentica tela bianca in formato ridotto su cui sfogare il proprio talento creativo. Inoltre, un affresco video proiettato sulle pareti mostrerà un modello immaginario della LV Trainer arricchito con le illustrazioni di artisti di graffiti.

Perciò, viva la controcultura e la strada, viva le atmosfere anni Ottanta e Novanta dove trionfavano i graffiti sui muri e la prima musica rap. Lady Pink, ad esempio, li ha vissuti in pieno: ecuadoregna, nata nel 1964, ha esordito dipingendo i treni della metropolitana di New York, il luogo più democratico per esibirsi, che supera e prescinde il percorso normalizzato e scandito da atelier, scuole, mecenati. Dal 1979 al 1985 la comunità sotterranea da Manhattan a Brooklyn porta il suo marchio. Presenta la prima mostra personale in un liceo artistico a soli ventun anni. L’hip-hop la incorona come propria paladina: nel 1982 debutta nel film Wild Style, la storia di un artista che viene aiutato ad emanciparsi dal ghetto da un ricco e illuminato magnate. Oggi le sue opere sono esposte al Whitney Museum, al MET di New York, al Brooklyn Museum, al Museum of Fine Arts di Boston e al Groningen Museum in Olanda.

Anche Lee Quiñones si inserisce più o meno nello stesso percorso, nonostante sia originario di Porto Rico e abbia qualche anno di più. Cresce a New York e negli stessi anni di Lady Pink dipinge giganteschi affreschi nei luoghi pubblici della dimensione urbana: non solo le stazioni della metropolitana, ma anche e soprattutto i campi sportivi. I suoi graffiti infatti tentano di lanciare un messaggio sociale, collettivo, che parli ai ragazzini delle zone periferiche della megalopoli che si allenano e utilizzano quegli spazi come punti di ritrovo, magari perché non sanno dove altro andare.  Nel 1980 debutta per la prima volta a White Columns, la più antica galleria statunitense senza scopo di lucro. I suoi dipinti sono stati oggetto di numerose mostre personali, in America e a livello internazionale.

courtesy of Louis Vuitton

Rammellzee, d’altra parte, non è mai stato solo pittore o artista, ma anche performer, filosofo e musicista. Una figura ibrida, difficilissima da incasellare, nato nel Queens a differenza degli altri due, anche se il sangue resta straniero: figlio di due afroamericani, fin dalla nascita contiene in sé il difficile travaglio di una comunità che negli anni Sessanta si conquistava a fatica i propri diritti.

Anche lui esordisce con le linee della metropolitana, circa alla metà degli anni Settanta. Cambia legalmente la sua identità in RAMM:ELL:ZEE, grazie alla quale i suoi manifesti diventano concetti e i concetti sono impregnati di un artistico, performativo futurismo ribattezzato da lui “gotico” , oltre che “panzerismo iconoclasta”. Alla base vi è la volontà di riformulare la scienza del linguaggio: termini tecnici si mescolano ad espressioni gergali del ghetto, le lettere si liberano della costrizione tipografica imposta dall’alfabeto diventando, di fatto, nuove entità.

Courtesy of Louis Vuitton

Le sue lettere tridimensionali in movimento sono assemblate con materiali di scarto e montate su skateboard o telai con ruote di piccole macchine elettriche. Dagli stessi oggetti raccolti per le strade di New York si forgiano maschere o armature, si trasformano i veri e propri personaggi chiamati Garbage Gods. Nel 1983 compone un singolo, Beat Bop, prodotto da niente di meno che Jean Michel Basquiat, in cui sconfina nel rap insieme a K-Rob. Il pezzo si inserisce presto tra i capisaldi del genere hip-hop degli anni Ottanta. Al 2005 esordisce alla Biennale di Venezia e nel 2012 New York gli dedica due personali postume, dato che si è spento nel 2010.

La collezione è realizzata sotto l’egida di Sky Gellatly, amministratore delegato e co-fondatore dell’agenzia di marketing e gestione artistica ICNCLST/ e ispirata a un’idea dell’ex direttore creativo Virgil Ablohm che la disegnò personalmente in occasione della sua primissima sfilata per la primavera-estate 2019, queste sneaker rappresentano l’autentico connubio tra artigianalità e cultura underground, considerando che vengono realizzate una per una dalle mani sapienti degli addetti allo stabilimento di Fiesso, di cui avevamo parlato qualche mese fa in occasione delle Journées Particulières.

Questa eredità verrà presentata all’interno della mostra White Canvas come elemento del sodalizio artistico e creativo: brevi video ripercorreranno il know-how artigianale delle scarpe, dalle loro prime, esitanti fattezze all’ultimo stadio volto ormai alla sua riproducibilità e commercializzazione.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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