Non è una visita di cortesiaL’Ue prepara la risposta ai sussidi green di Biden

Il viaggio di Ursula von der Leyen negli Stati Uniti coincide con nuove regole sugli aiuti di Stato nell’Unione e precede la presentazione del Net Zero Industry Act. Obiettivo: pareggiare gli incentivi per le aziende clean tech

Von der Leyen in Canada
Foto: Spencer Colby/The Canadian Press via AP

Non è una visita di cortesia quella della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Certo si parlerà anche di sanzioni alla Russia e relazioni con la Cina, ma l’argomento più scottante per le relazioni transatlantiche ha un nome e un acronimo: Inflation Reduction Act, o Ira, il programma di sussidi statali da 369 miliardi di dollari, con cui Washington sovvenzionerà un certo tipo di aziende per incentivarle a produrre in territorio americano.

Un problema da 369 miliardi
Il piano dell’amministrazione Biden punta ad attrarre tutte le imprese della cosiddetta industria «clean tech», una definizione molto ampia che racchiude tutti quei processi produttivi a ridotto impatto ambientale.

Vi rientra, ad esempio, la produzione di auto elettriche: tanto che il colosso tedesco Volkswagen potrebbe abbandonare l’idea di costruire una fabbrica di batterie per auto nell’Europa orientale e allestirla invece negli Stati Uniti grazie a un generoso sussidio di 9-10 miliardi di euro, come riporta il Financial Times.

È solo il caso più eclatante di una tendenza che sembra coinvolgere diverse aziende, allettate da incentivi e sgravi fiscali. Secondo il quotidiano londinese anche la Northvolt, altro produttore di batterie per veicoli elettrici, preferirebbe gli Stati Uniti alla Germania come sede della sua prossima gigafactory, grazie proprio ai sussidi statali.

L’allarme in Europa, del resto, suona da tempo: lo hanno lanciato i governi nazionali, i commissari europei e ovviamente il mondo industriale.

Secondo una recente analisi dell’Ong Transport Environment, rete di organizzazioni che operano nel settore della mobilità sostenibile, il sessantotto per cento della produzione potenziale di batterie in Europa è a rischio di essere posticipata, ridotta o completamente dirottata altrove. Questo perché nel settore e nell’indotto delle auto elettriche, già contrassegnati dall’ingombrante leadership della Cina, gli Stati Uniti hanno programmato centocinquanta miliardi di dollari di incentivi, il quaranta per cento di tutto l’Ira.

I rischi si allargano inevitabilmente anche ad altri comparti produttivi: all’ultimo World Economic Forum a Davos in tanti hanno fatto capire che davanti all’Ira i Paesi dell’Unione corrono un «forte rischio di deindustrializzazione», come lo ha definito Ilham Kadri, amministratore delegato del colosso chimico Solvay. Martin Brudermüller del gruppo Basf è stato ancora più esplicito, annunciando già a fine 2022 una riduzione della produzione in Europa a causa degli alti costi dell’energia, e anche il gigante farmaceutico Bayer si muove nella stessa direzione.

Non sempre si tratta di decisioni definitive, e anzi spesso le grandi compagnie ventilano delocalizzazioni per strappare condizioni migliori. Ma il pericolo all’orizzonte è chiaro. Un documento dell’autorità di sorveglianza del mercato unico europeo, visionato da Bloomberg, stima in 25 miliardi di dollari gli investimenti privati che dall’Unione stanno già migrando verso Cina e Stati Uniti.

Botta e risposte
Davanti a questo scenario al limite del catastrofico, la Commissione europea ha risposto presto, almeno a parole: nel suo intervento al World Economic Forum del 17 gennaio, la presidente von der Leyen aveva annunciato le prime contromisure, promettendo meno burocrazia nei processi di autorizzazione per gli impianti di produzione, regole più elastiche sugli aiuti di Stato e soprattutto adeguati finanziamenti europei, con la creazione entro fine anno di un fondo comune apposito.

L’allentamento dei vincoli per le sovvenzioni statali è arrivato proprio mentre von der Leyen si trovava Oltreoceano. La Commissione ha adottato un nuovo regime temporaneo per gli aiuti di Stato, chiamato Temporary Crisis and Transition Framework e pensato proprio per favorire la transizione verso un’economia neutrale dal punto di vista delle emissioni climalteranti.

In sostanza, si concede ai governi nazionali di supportare finanziariamente i processi di sviluppo legati alla produzione di energie rinnovabili e alla conservazione di energia, così come quelli volti a convertire l’industria attualmente alimentata a combustibili fossili.

Alcuni investimenti di supporto saranno possibili fino a fine 2025: quelli riguardanti «attrezzature strategiche» come pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore e sistemi di assorbimento dell’anidride carbonica, ma anche tutti quelli legati in qualche modo alla produzione e al riciclo delle materie prime critiche, materiali di strategica importanza economica per cui l’Europa è fortemente dipendente da altri Paesi.

L’impatto effettivo di questa misura e i suoi dettagli saranno valutati dagli Stati membri nelle prossime settimane, ma quella degli aiuti di Stato resta una strada pericolosa per l’Ue. Il rischio, infatti, è che i Paesi con maggiori capacità fiscali possano aiutare le rispettive industrie in maniera sproporzionata rispetto agli altri, aprendo le porte a casi di concorrenza sleale all’interno dell’Unione.

Molta preoccupazione per questo scenario trapela dal governo italiano, come spiegano a Linkiesta fonti diplomatiche: in fin dei conti Francia e Germania da sole hanno investito il settantasette per cento del totale degli aiuti di Stato (672 miliardi) approvati nell’ambito del regime di regole speciali precedente, il Temporary Crisis Framework attivato per far fronte alle conseguenze dell’invasione dell’Ucraina.

Un’altra conseguenza deleteria sarebbe la «corsa ai sussidi» tra gli Stati dell’Unione: pericolo già segnalato in una lettera alla Commissione da sei Paesi (Danimarca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia e Svezia).

Il pezzo forte della risposta europea sarà però il Net-Zero Industry Act, che la Commissione presenterà martedì 14 marzo. Si sa che ci saranno sussidi e agevolazioni per attrarre le aziende che contribuiscono agli obiettivi del Green Deal europeo, primo fra tutti la neutralità climatica entro il 2050.

Secondo alcuni media europei, la nuova iniziativa legislativa fisserà l’obiettivo di produrre in territorio europeo almeno il quaranta per cento delle nuove tecnologie necessarie per la transizione ecologica. Non è ancora chiaro, però, quali settori specifici saranno sovvenzionati, con l’inclusione dell’energia nucleare che appare al momento il punto più controverso.

Intanto, von der Leyen proverà a convincere Biden a concederle una sorta di esenzione per le aziende europee, in modo da evitare quelle che nel suo discorso di Davos aveva definito «perturbazioni» nel commercio e negli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico.

Ma al di là delle dichiarazioni di rito su amicizia, partenariato e collaborazione, è difficile aspettarsi sconti dagli Stati Uniti su questo tema o restrizioni all’ampia portata dell’Ira. In quella che a livello mondiale sembra già prospettarsi come la gara dei sussidi green, l’Ue corre da sola.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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