Il lato oscuroThe Dark Side of the Moon è molto di più di un capolavoro del rock

Il celebre album dei Pink Floyd, pubblicato 50 anni fa, rappresenta un punto di svolta della band britannica che abbandonò gli sgangherati e imprevedibili esordi di Syd Barrett per abbracciare un sound più regolare e fruibile, ma allo stesso tempo impressionante quanto lo è un cinemascope

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Ormai per la maggioranza degli ascoltatori di musica pop, “The Dark Side Of The Moon” (da adesso chiamato TDSOTM) è sempre esistito. Prova ne sia il cinquantesimo anniversario dell’uscita dell’ottavo album dei Pink Floyd, la sua perenne immanenza nelle classifiche e le quasi cinquanta milioni di copie vendute, soprattutto in un’epoca in cui le opere musicali avevano ancora una natura fisica. 

Solo per i veterani le cose stanno diversamente e questo lavoro rappresenta sì un turning point nella parabola di uno dei gruppi più influenti della storia del rock, però con significati diversi. TDSOTM per i seguaci della prima ora costituì infatti il passo definitivo nel procedimento di regolarizzazione del sound di un gruppo originale e molto amato, in direzione della magniloquenza canzonettistica che sembrava ora voler perseguire, mantenendo soltanto come accessori superficiali i dati di sperimentazione e provocazione che ne avevano segnato gli esordi.

TDSOTM è un prodotto assolutamente compiuto, accuratamente perfezionato attraverso i ricorsi quadrifonici e il sensazionalismo aurale ricercato dal suo ingegnere del suono Alan Parsons, ma è anche il prodotto della progressiva normalizzazione di un percorso che a questo punto, tramite la turbolenta guida del duo Waters-Gilmour, intendeva essere prima di tutto generalmente fruibile, godibile, impressionante quanto lo è un cinemascope e abbastanza retorico nei contenuti da colpire l’attenzione di un pubblico moderatamente informato, senza per questo scuoterlo più di tanto.

La grandeur dell’album, evidente dalle prime tracce e in particolare nel ridondante utilizzo di brani strumentali intesi come interstizi tra le grandi melodie delle pop songs, si basa tutta sul dualismo tra le linee cantabili escogitate da Waters, i suoi duetti vocali con l’altro gallo nel pollaio, i vasti, precisi e diligenti contrappunti chitarristici di Gilmour, così belli da sembra finti e terribilmente poseur, e sull’umile ma efficacissimo lavoro delle tastiere di Rick Wright, tessuto connettivo dell’opera e dell’intero sound della band.

Per chi era rimasto folgorato dagli esordi del progetto, sgangherati e imprevedibili, qui non c’è più niente a che vedere con quanto aveva escogitato la febbrile mente di Syd Barrett, il suo intendere il rock come un territorio di dissacrazione e rottura, il tentativo di dare la caratura dell’evento imprevedibile all’ascolto di una performance, dal vivo ma perfino nell’ascolto di un disco della sua band, che aveva la forza di diventare esperienza (chi c’è stato ricorderà i pomeriggi nelle camerette del piccolo gruppo, attoniti in silenzio a raccapezzarsi tra le note della suite di “Atom Heart Mother”, cercandosi vicendevolmente con sguardi stupefatti). 

Qui Barrett è il passato sepolto, e Roger Waters ha le idee molto chiare su dove portare la band, ovvero sulla cima del pianeta-rock, attribuendole la magniloquenza e il fascino di cui sentiva di manipolare interamente i parametri. Il risultato è questo discone che all’epoca venne anche assai disprezzato ma sempre e comunque ascoltato e discusso, con le furbate dei leggendari vocalizzi di Clare Torry in “The Great Gig In The Sky” (che ci mise oltre trent’anni e fior di avvocati a farsi pagare il giusto per il proprio contributo), con l’inaccettabile solo di sax suonato da Dick Parry in “Money” (arrivava fin a questi livelli il rigore puritano degli appassionati del tempo), dove l’impressione era che proprio il consumismo che il pezzo denunciava fosse deflagrato nel concept e nello stile manierato della band, mentre “Us and Them” era l’epitome dell’avvenuta mutazione, la fine dell’eroismo dei Pink Floyd, con tutto quel velluto, quel piacionismo espanso, l’assenza di cortocircuiti e controsensi. 

Eppure fu il trionfo e nel tempo a esso s’aggiunse questo strano dato di eternità che ci consegna TDSOTM al presente, praticamente identico al momento del concepimento, senza particolari impoverimenti, ma con i soliti, evidenti indizi di corruzione di un progetto geniale ed effimero che conteneva già al momento dell’uscita.

Fu così che TDSOTM divenne l’album prediletto e il più usato dai dimostratori della prodigiosa efficienza dei sistemi ad alta fedeltà che in quell’epoca divennero supremo oggetto del desiderio, sostando delle mezz’ore nelle salette d’ascolto a godere dei rimbalzanti effetti escogitati per dar forma alla democristiana versione della psichedelia voluta dai superstiti della band, all’indomani dell’abbandono di Syd.

Gran disco e grande disillusione, dunque, a cui sarebbero seguiti anni e decenni di gigantismo e popolarità, megaconcerti e prog rock, col crescendo delle dispute e delle liti, dei tribunali e dei rinfacci e il decadere della band, in uno dei più malinconici e inguardabili viali del tramonto tra i tanti disseminati nella storia del rock. 

Fino al presente in cui ancora degli anziani rancorosi ex-compagni d’avventura se le mandano a dire, si disturbano a vicenda, con Barrett e Wright all’altro mondo, Gilmour e Mason presi ad allestire l’ennesima, rabberciata versione celebrativa di ciò che fu e Waters perso in un caotico blaterare riguardo alle cose del mondo reale (ci ricorda Adriano Panatta, oggi consolidato commentatore politico in tv), con un gusto sadico d’infastidire e in certi casi di offendere. Lui, mentre si festeggia questo mesto compleanno di un’opera tanto novecentesca, sentendosi depositario d’un verbo che non è mai interamente stato suo, ma del quale gli vanno riconosciuti molti meriti, annuncia l’imminente pubblicazione della personale rilettura di TDSOTM. Lo considera infatti un capolavoro del tutto suo, nel quale i soci del tempo ebbero un ruolo trascurabile. 

E dunque se lo risuona tutto da solo, lo rifà come sostiene sarebbe stato giusto farlo già all’epoca e ce lo proporrà come se davvero avessimo bisogno d’una versione fuori tempo massimo d’un monumento immobile di un tempo che non c’è più. Del quale a distanza d’intravedono lo smagliante splendore ma anche le crepe, le piccolezze, le astuzie, la voglia di sedurre e il diffuso narcisismo, prodotto di un momento che adesso ci appare così perdutamente ingenuo.

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