Il timoniere del XXI secoloInizia il terzo mandato Xi Jinping, tra accentramento di potere e nuova postura internazionale

La Cina che emerge dalle due sessioni più importanti del quinquennio è un Paese in cui Partito e Stato sono sempre più sovrapponibili, con un leader sempre più forte (grazie anche alle nuove nomine nei centri di comando) e una macchina organizzativa che vuole essere più stabile, sicura e proattiva in politica estera

AP/Lapresse

Stabilità e sicurezza. Le due sessioni più importanti del quinquennio cinese si concludono con queste due parole sopra tutte. «La sicurezza è il fondamento dello sviluppo, mentre la stabilità è un prerequisito per la prosperità», ha detto Xi Jinping nel suo atteso primo discorso dopo il conferimento dello storico terzo mandato presidenziale.

Due concetti ampi, che abbracciano anche una postura in politica estera, che dopo decenni di cautela diventa più «proattiva» per volere dello stesso leader. Tra le priorità che emergono dall’appuntamento politico ne spiccano altre due: autosufficienza tecnologica e Taiwan. Mentre c’è una parola nascosta che andrebbe affiancata a «stabilità» e «sicurezza», per rilevanza: velocità, perché l’ampia riforma dell’organizzazione dell’apparato statale e governativo approvata dall’Assemblea nazionale del popolo, il ramo legislativo del “parlamento” cinese, consegna a Xi una macchina più svelta. Nuove commissioni centrali per supervisionare e presiedere le politiche finanziarie e tecnologiche, oltre che l’immensa mole di dati del Paese. Nonché una corsia preferenziale per l’approvazione in tempi più rapidi delle leggi in tempi d’emergenza. Tutto risponde alla necessità del Partito e della leadership di razionalizzare la gestione delle risorse e assumere decisioni in maniera più rapida. Tanto da far ulteriormente sbiadire i già labili confini tra Partito e Stato.

Sul fronte internazionale, l’appuntamento ha segnato il culmine (almeno per ora) della visione fatalista che la Cina ha sui rapporti bilaterali con gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il presidente ha riformulato il tradizionale assunto di Deng Xiaoping sulla politica estera. Ma, sullo sfondo, resta la convinzione della Cina che il «ventennio di opportunità strategiche» profetizzato nel 2002 dall’ex leader Jiang Zemin è tramontato e ha lasciato posto a «sfide senza precedenti» e «acque tempestose». La naturale conseguenza è che Xi debba assomigliare sempre più a un timoniere (nome col quale ci si riferiva a suo tempo a Mao Zedong) per condurre in porto la nave. O semmai farla uscire dal porto, verso lidi strategici.

Le nomine
Il rituale più atteso di queste due sessioni era senz’altro la terza nomina presidenziale per Xi Jinping. Lo storico momento, ampiamente preannunciato, si è consumato venerdì 10 marzo quando i 2952 delegati dell’Assemblea nazionale del popolo hanno votato all’unanimità per il «candidato» (così è stato definito dallo speaker della Grande sala del popolo come da tradizione). Ma a essere significativo è anche e soprattutto il mondo in cui Xi ha ottenuto l’obiettivo.

Lo zar dell’anticorruzione, Zhao Leji, ex capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, è diventato il presidente dell’Assemblea nazionale del popolo. Tra i vicepremier i fedelissimi Ding Xuexiang e He Lifeng. Mentre a svolgere il ruolo di premier sarà Li Qiang, suo ex capo di gabinetto ai tempi in cui era governatore della provincia dello Zhejiang. Li ha sempre avuto un approccio aperto al business: da capo del Partito di Shanghai, ha favorito l’accordo con Elon Musk per l’apertura dello stabilimento di Tesla, il primo all’estero del colosso dell’automotive statunitense. Nella sua conferenza stampa di esordio nel ruolo di primo ministro, a conclusione delle due sessioni, ha provato a rassicurare il settore privato dopo la campagna di rettificazione degli ultimi anni. E ha teso la mano verso gli Stati Uniti, sostenendo che nel rapporto bilaterale «serve cooperazione e non repressione», dicendo no al disaccoppiamento economico.

Resta da capire quale sarà lo spazio di manovra a disposizione di Li. Diversi analisti ritengono che sarà un mero attuatore delle politiche volute da Xi, visto il suo lungo rapporto di subordinazione al leader. Altri invece hanno una visione più ottimista e pensano che proprio questa vicinanza possa garantirgli maggiore autonomia rispetto al predecessore. Di certo, la sua promozione è un ulteriore segnale della fine della leadership collegiale, visto che tradizionalmente il ruolo di premier era pensato anche per arginare in qualche modo una presa eccessiva del segretario generale e presidente.

Nella squadra di governo tante conferme, compresa quella inattesa di Yi Gang a capo della Banca centrale. Il nome nuovo è allora quello di Li Shangfu, scelto come ministro della Difesa. Li è un generale dell’esercito, non a caso è in tenuta militare durante il giuramento. Ma, soprattutto, è sotto sanzioni degli Stati Uniti dal 2018: all’epoca era direttore di un’agenzia che sviluppava e procurava armi per l’Esercito cinese, ed è stato sanzionato per l’acquisizione di aerei da combattimento e di sistemi missilistici dalla Russia. Visti i suoi rapporti con la Russia, la nomina potrebbe essere un segnale di sostegno a Mosca. Ma scegliendo Li, Pechino comunica una volta di più a Washington che non accetta le sue sanzioni, costantemente criticate anche in relazione alla guerra in Ucraina. Nel concreto, la nomina rischia di porre un ulteriore ostacolo alla ripresa del dialogo in materia di difesa.

Tra i cinque consiglieri di Stato spazio anche a Shen Yiqin, segretaria del Partito nella provincia del Guizhou e donna con la carica più alta della politica cinese.

La riforma dell’apparato governativo
La riforma più attesa e rilevante era quella che provvede a una riorganizzazione dell’apparato governativo e statale. Tra le tante novità, c’è la ristrutturazione del ministero della Scienza e della Tecnologia: rafforzate le sue competenze di pianificazione strategica, allocazione delle risorse, supervisione e ispezione. Ma verrà istituita anche una Commissione centrale per la scienza e la tecnologia «per rafforzare la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito». Il nuovo organo sarà responsabile del coordinamento delle politiche atte a perseguire l’autosufficienza tecnologica.

Supervisione accentrata anche sul settore digitale: in arrivo una nuova agenzia governativa per la gestione dei dati. Si tratta(va) di una delle poste in palio della campagna di rettificazione dei grandi colossi privati, col governo che negli ultimi anni ha spesso spacchettato il controllo dei dati per assumerne ora una gestione più diretta.

La nuova creazione dotata del più ampio spettro di competenze sarà però l’Amministrazione nazionale di regolamentazione finanziaria che sarà responsabile di tutti i tipi di politiche e attività finanziarie con esclusione del settore dei titoli. Incorporerà alcune mansioni della banca centrale, con possibile impatto sulle quotazioni delle aziende private. La volontà annunciata è quella di fissare regole più precise in linea con gli obiettivi di una crescita più stabile e con meno rischi come quelli corsi di recente sul settore immobiliare. Il risultato sarà comunque quello di accentrare ulteriormente il processo decisionale, rendendolo più rapido.

Target economici e autosufficienza tecnologica
Stabilità è stata la parola più utilizzata anche dal premier uscente Li Keqiang durante il suo ultimo discorso di presentazione del rapporto di governo. C’era attesa sull’obiettivo di crescita del prodotto interno lordo per il 2023, fissato per il cinque per cento. Dopo aver mancato il target del 5,5 per cento nel 2022, si è scelto un dato più cauto rispetto a quanto ci si attendeva alla vigilia. Si punta poi a creare dodici milioni di nuovi posti di lavoro nelle città e al mantenimento di una disoccupazione urbana sotto al 5,5 per cento. Previsto aumenti per il rapporto deficit/pil al tre per cento (dal 2,8 per cento) e per la liquidità dei governi locali, in difficoltà su pensioni e assistenza sanitaria.

Il balzo più deciso è in proporzione quello sui finanziamenti speciali a sostegno dello sviluppo dei semiconduttori e di altre industrie strategiche: una crescita quasi del cinquanta per cento. Secondo Reuters, è previsto un ulteriore maxi pacchetto da centoquarantatré miliardi di dollari per microchip e altre tecnologie. Una mossa in risposta alle restrizioni degli Stati Uniti, sempre più in pressing sui paesi chiave per la produzione dei semiconduttori per introdurre nuove restrizioni mirate a impedire l’esportazione di tecnologia avanzata verso la Cina. La necessità di perseguire una complicata (e forse utopistica) autosufficienza tecnologica ha permeato tutti i discorsi più recenti di Xi, che alla vigilia delle due sessioni aveva anche presieduto una sessione di studio del Politburo del Partito sullo stesso argomento.

La politica estera «proattiva» e l’esercito «grande muraglia d’acciaio»
L’altro fronte su cui la Cina si sente accerchiata è quello dell’Asia-Pacifico. Il Giappone sempre più allineato a Stati Uniti e Nato, così come la Corea del Sud; persino le Filippine sono tornate a pendere decisamente dalla parte di Washington dopo il flirt cinese dell’ex presidente Rodrigo Duterte. E poi c’è ovviamente Taiwan. Tema sul quale non sono arrivate novità normative specifiche, ma che è collegato in qualche modo alla corsia preferenziale per le leggi in tempi di emergenza.

I discorsi di Xi e Li durante i dieci giorni di lavori non hanno portato novità concettuali, ma segnalano comunque che il dossier sarà tra le priorità del terzo mandato di Xi. Questo anche o soprattutto a causa di una visione sempre più negativa sui rapporti con gli Stati Uniti. Non a caso, il neo ministro degli Esteri Qin Gang, ex ambasciatore a Washington, ha evocato il rischio di un conflitto.

La guerra non è ancora considerata inevitabile, ma di certo la Cina non vuole farsi trovare impreparata nell’eventualità che il confronto si tramuti in conflitto.

L’aumento del budget militare per il 2023 è del 7,2 per cento, in linea con il trend di crescita degli ultimi anni: +6,6 per cento nel 2020, +6,8 per cento nel 2021 e +7,1 per cento nel 2022. Anche qui i numeri ufficiali sono al di sotto delle attese: la guerra in Ucraina e le tensioni con Taiwan sembravano preludere a un salto più deciso.

Ma allargando lo sguardo all’ultimo decennio, la spesa totale è pressoché raddoppiata arrivando a sfiorare i duecentoventicinque miliardi di dollari. E va considerata la profonda interconnessione tra civile e militare che spesso rende impossibile fotografare la totalità del fenomeno della spesa di difesa cinese. L’Esercito popolare di liberazione dovrà diventare per Xi una «grande muraglia d’acciaio» a difesa della sicurezza nazionale. Formula che era stata già utilizzata il 1° luglio 2021 in occasione del centenario del Partito.

Ma la novità più sostanziale è il nuovo approccio in politica estera. La storica dottrina di Deng Xiaoping recitava: «Osserviamo con calma, manteniamo le posizioni, affrontiamo le cose con calma, nascondiamo i punti di forza e aspettiamo il nostro tempo, nascondiamo le nostre debolezze e non rivendichiamo mai il comando».

Alcuni analisti come Moritz Rudolf di Yale sostengono che Xi abbia proposto una nuova formula durante il suo discorso alla Conferenza politica consultiva dei giorni scorsi, a cui i media cinesi hanno dato grande rilevanza: «Manteniamo la calma e la determinazione, progrediamo nella stabilità, raggiungiamo proattivamente gli obiettivi, stiamo uniti e osiamo combattere». Il fulcro sarebbe quello di una postura più attiva sulla scena internazionale, in linea anche con i documenti pubblicati di recente, dal position paper sulla guerra in Ucraina a (soprattutto) il concept paper sulla Global Security Initiative con cui Pechino mira a presentarsi come potenza responsabile e garante di stabilità. In particolare presso il sud globale, che nella narrativa cinese viene «trascurato» dall’occidente. Primo segnale in tal senso, l’inedito ruolo di mediazione svolto per l’accordo tra Arabia Saudita e Iran, firmato a Pechino e proprio nel giorno del terzo mandato presidenziale di Xi. Oltre la sostanza, la Cina tiene tanto anche alla forma.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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