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OccupabilitàIl ruolo centrale delle agenzie per il lavoro nel rilancio delle politiche attive

Siamo determinati nel voler fare la nostra parte per reinserire nel mercato chi uscirà dal Reddito di cittadinanza, ma per riuscirci servono le giuste premesse. A partire da un ripensamento complessivo del Decreto dignità, con il superamento delle causali per i contratti a tempo determinato

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Secondo le stime più recenti, nel settembre prossimo circa 600mila persone usciranno dal percorso del reddito di cittadinanza, come previsto dal progressivo smantellamento della misura deciso dal governo Meloni. Si tratta dei cosiddetti “occupabili”, per i quali il Rdc avrebbe dovuto essere solo uno strumento di transizione verso un nuovo inserimento lavorativo.

A questo proposito, al fine di impostare una riflessione costruttiva, sono interessanti i dati forniti da Anpal. A giugno 2022 erano circa 920mila i beneficiari di Rdc considerati occupabili e quindi indirizzati ai servizi per il lavoro. Di questi, 173mila erano occupati, 86mila erano suddivisi tra gli esonerati dagli obblighi di condizionalità e coloro che sono stati rinviati ai servizi sociali, infine i restanti 660mila (71,8%) erano tenuti alla sottoscrizione del patto per il lavoro. Quasi tre quarti di queste 660mila persone non hanno avuto nessun tipo di contratto di lavoro negli ultimi tre anni, e meno della metà è stata presa in carico da quei Centri per l’Impiego che, dopo la scomparsa dei navigator, hanno ereditato la responsabilità di tentare una qualche forma di politica attiva.

Questi numeri portano a mettere in discussione la formula del Reddito di cittadinanza come misura idonea a favorire l’occupazione e l’occupabilità delle persone. Ora siamo in un momento di transizione determinante. Sappiamo della volontà del governo Meloni di cancellare il sussidio e conosciamo a grandi linee gli orientamenti contenuti nella Misura di inclusione attiva (Mia) che dovrebbe sostituirlo. E che dovrebbe avere un focus importante sul rientro nel mercato del lavoro dei beneficiari. Ancora una volta si parla di politiche attive, ancora una volta ci si interroga su come costruirle perché siano davvero efficaci.

Credo che questo sia il momento più opportuno per coinvolgere nel processo le agenzie per il lavoro, che nei loro ormai 25 anni di attività hanno maturato una significativa esperienza nel far incontrare domanda e offerta di lavoro. Basti pensare che nel 2022 più di un italiano su cinque si è rivolto a un’agenzia per il lavoro per farsi supportare nella ricerca di un impiego; il 3% dei circa 23,3 milioni di lavoratori attivi transita attraverso i nostri servizi. Può sembrare una percentuale irrisoria, ma non lo è se pensiamo che i contratti a termine rappresentano il 12% sul totale degli occupati ed è principalmente a questo gruppo che appartengono le persone che hanno necessità di ritrovare un impiego.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha confermato, in questi giorni, il riconoscimento del nostro ruolo come quello di chi, autorevolmente, si spende quotidianamente per mediare e indirizzare i percorsi lavorativi. Desideriamo essere messi nelle condizioni di poter avere un ruolo ancora più incisivo in tal senso: vogliamo essere partecipi di una stretta collaborazione fra pubblico e privato che abbia come obiettivo l’occupabilità delle persone, ma chiediamo di essere coinvolti nel momento in cui le misure vengono costruite, non a giochi fatti.

Siamo determinati nel voler fare la nostra parte per reinserire nel mercato del lavoro chi uscirà dal Reddito di cittadinanza, ma per riuscirci servono le giuste premesse. A partire da un ripensamento complessivo del Decreto dignità, con il superamento delle causali per i contratti a tempo determinato.

È necessario superare anche quei limiti che ostacolano, per esempio, l’attività di molti lavoratori in somministrazione assunti a tempo indeterminato da Adecco: sono circa 27mila in totale, di cui oltre 8mila somministrati a tempo determinato presso le aziende. Questi 8mila, stando alla situazione attuale, dal 1 luglio 2025 non potranno essere riconfermati oltre i 24 mesi dalle aziende stesse che, magari, vorrebbero ancora avvalersi della loro professionalità. Perché mantenere questi limiti?

In questi anni di pandemia, le agenzie per il lavoro, grazie anche alla flessibilità che garantiscono alle aziende, hanno favorito la ripresa graduale del mercato. Dal canto loro gli imprenditori italiani si sono rimboccati le maniche e hanno trovato il modo di far fronte a nuove grandi sfide, dall’aumento dei costi delle materie prime alle conseguenze del conflitto in Ucraina, riuscendo a far ripartire la crescita economica. Oggi davanti a noi abbiamo delle buone prospettive.

Il Gruppo Adecco viene da un triennio di crescita e le previsioni, da qui al 2025, sono positive. Se cresciamo è perché crescono le aziende, perché il mercato del lavoro è dinamico. Sono i dati sull’occupazione a dirlo: a gennaio hanno stabilito un nuovo record, attestandosi al 60,8%. Secondo i dati Eurostat, il tasso di posti vacanti ha raggiunto attualmente il proprio picco in Europa: il 3,1% dei posti di lavoro retribuiti non è stato coperto nel terzo trimestre 2022, rispetto al 2,6% dell’anno precedente.

In questo momento, quindi, il mercato potrebbe offrire molte opportunità alle persone. Ma c’è bisogno di investire in formazione, in re-skilling, con una maggiore omogeneità della governance a livello nazionale che renda più facile il dialogo fra il pubblico e gli operatori privati. C’è bisogno di costruire un sistema di certificazione delle competenze che valorizzi i percorsi di formazione delle persone e misuri l’efficacia delle politiche attive. Questo potrebbe essere il momento giusto per farlo.

*Andrea Malacrida è amministratore delegato di Adecco Italia

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