Europa OraLe sfide della presidenza Milatović in Montenegro

Il leader che ha sconfitto Đukanović, al potere dal 1991, promette di portare il Paese nell’Ue entro i prossimi cinque anni. Condanna duramente l’invasione dell’Ucraina di Putin, da cui Podgorica è sempre più lontana: potrebbe invece riavvicinarsi alla Serbia nell’ambito di un buon vicinato

Il nuovo presidente di Montenegro Jakov Milatovic
Foto Risto Bozovic/Ap

Il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Montenegro ha provocato un terremoto politico nella piccola nazione balcanica. Milo Đukanović, al potere dal 1991 come primo ministro e poi capo di Stato, è stato sconfitto dal centrista Jakov Milatović, giovane esponente del partito Europa Ora ed ex ministro dell’Economia. La vittoria di Milatović, che ha ottenuto circa il sessanta per cento dei voti, è stata netta e una delle prime promesse del neoeletto è stata quella di far entrare il Montenegro nell’Unione europea entro i prossimi cinque anni.

La fine del «regime criminale e corrotto»
Il presidente della Repubblica ha, in realtà, pochi poteri dato che questa carica è cerimoniale ma il cambio di passo è stato netto. Đukanović era salito al potere nel 1991, all’epoca del collasso della Jugoslavia, e ha condotto il Montenegro all’indipendenza nel 2006, all’ingresso nella Nato e all’avvio dei colloqui di adesione con Bruxelles.

Diverse analisi, come quella dell’Osservatorio Balcani Caucaso, ritengono che il quadro politico montenegrino potrebbe subire mutamenti dopo le elezioni legislative del prossimo 11 giugno. Il Partito Democratico dei Socialisti, di cui fa parte Đukanović, potrebbe perdere terreno a vantaggio di quello di Milatović, molto popolare per il piano varato quando era ministro dell’esecutivo di Zdravko Krivokapić.

Il piano, criticato da alcuni economisti per l’indebitamento eccessivo che ha generato e per il rischio bancarotta, ha portato ad una crescita del salario minimo da 222 a 450 euro ed anche di quello medio, passato da 530 a 630 euro. Milatović, laureato presso la Facoltà di Economia dell’Università del Montenegro, ha completato i suoi studi a Oxford e ha poi lavorato alla Deutsche Bank e alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

Milatović, come segnalato dal Washington Post, ha dichiarato che il suo predecessore «è stato il simbolo di un regime che ha governato grazie al crimine organizzato e alla corruzione» e che tutto ciò ha provocato «un declino del sistema produttivo». Đukanović è stato accusato, nel corso degli anni, di corruzione e di aver fatto pressione sul sistema giudiziario per ignorare numerosi casi di malaffare.

Milatović ha inoltre reso noto che cercherà di migliorare le relazioni con la Serbia e gli altri vicini dei Balcani ma anche che «il Montenegro aderisce al cento per cento della politica estera dell’Unione europea». La condanna dell’invasione russa dell’Ucraina è netta dato che «nessuno in Europa, Montenegro incluso, può avallare l’occupazione di uno Stato da parte di un altra nazione».

Sostenitori di Milatovic celebrano la sua vittoria elettorale
Sostenitori di Milatovic celebrano la sua vittoria elettorale
(Risto Bozovic/Ap)

Più vicini a Belgrado, ma lontani da Mosca
Secondo Giorgio Fruscione, analista dell’Ispi ed esperto della regione balcanica sentito da Linkiesta, con Milatović «ci sarà un riavvicinamento con la Serbia, nell’ambito di un buon vicinato, perché bisogna considerare che Đukanović in trent’anni ha compiuto pochissime visite ufficiali a Belgrado».

«Si tratta della ripresa», chiarisce Fruscione, «di un rapporto che ha profonde radici storico-culturali ma non nell’ottica di un nuovo Stato-unione» (il Montenegro è stata l’unica nazione, insieme alla Serbia, a continuare a fare parte della Jugoslavia dopo il 1991).

Fruscione ritiene che «un riavvicinamento con la Russia è improbabile perché il Montenegro è un Paese Nato e non avrebbe interessi strategici in questo ambito», ma potrebbe esserci «un aumento del soft power e dunque della popolarità di cui Mosca e Vladimir Putin godono già in altre parti della regione».

La Russia, come chiarito da Carnegie Endowment for International Peace, ha dimostrato di voler sfruttare le divisioni etniche e sociali dei Balcani contro Stati Uniti e Unione europea e per provare a distruggere l’ordine post Guerra Fredda. Il Cremlino ha obiettivi strategici nella regione e in primis c’è quello di impedire ad Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e soprattutto Serbia di aderire all’Unione.

In seconda battuta, Mosca mira a limitare le attività dell’Alleanza Atlantica. Uno dei modi per riuscirci è quello di evidenziare le carenze dei governi e danneggiare le riforme regionali che sono un prerequisito per un’integrazione nelle strutture Euro-Atlantiche. I Balcani dipendono, a livello energetico, dalla Russia e questa è una vulnerabilità, ma sono legati all’Europa dal punto di vista economico e commerciale.

Il Montenegro è stato per lungo tempo alleato della Federazione, ma si è allontanato a partire dal 2006, quando ha deciso di perseguire una linea politica filo-occidentale. La Russia ha provato a influire su queste decisioni arrivando, secondo alcuni osservatori, ad appoggiare un tentativo di colpo di Stato nel Paese nel 2016.

Mosca può infine contare sull’appoggio della Chiesa ortodossa russa e serba. Quest’ultima, l’istituzione religiosa più grande e influente del Montenegro, è basata in Serbia e Podgorica non ha alcun potere legale sulla sua organizzazione. La Chiesa ortodossa serba ha preso parte a numerose manifestazioni contro l’Occidente e la Nato e nel 2018 in un sondaggio è risultata, con oltre il sessantadue per cento delle preferenze, l’istituzione più apprezzata del Montenegro.

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