Ispettore DellyCerti casi di cronaca nera rendono gli autori di opere di finzione del tutto inadeguati

La storia dell’oculista bolognese forse uxoricida supera in corsia d’emergenza romanzi e serie televisive noir

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I tortellini sono molto sopravvalutati, e soprattutto li fanno ovunque. L’accoglienza e l’integrazione e il progressismo sono evidenti balle: a Bologna c’è una quantità di mendicanti e gente che dorme per strada che neanche a Los Angeles. L’unico vero, incontrovertibile primato locale è: abbiamo i migliori casi di cronaca nera.

A sessant’anni quasi esatti (era il marzo 1963) dal caso Nigrisoli, la vita – che come sappiamo è non solo sceneggiatrice, ma fa anche mobbing ai poveri sceneggiatori di opere di finzione, sempre superati in corsia d’emergenza dalla realtà – ci fornisce un altro medico forse uxoricida.

Le centocinquanta pagine con cui il gip dispone l’arresto d’un oculista sessantaquattrenne – che nell’ottobre 2019 avrebbe ucciso la moglie, anche lei medico, dopo aver per molti mesi tentato di avvelenarla con anestetici disciolti in bottiglie di Nero d’Avola o in tisane – sono il grande romanzo che Fruttero&Lucentini si sarebbero divertiti moltissimo a scrivere, fin nei dettagli: la defunta dottoressa di cognome faceva Linsalata – uno dei particolari in cui la vita non si cura della verosimiglianza, uno dei tocchi che rendono gli autori di opere di finzione del tutto inadeguati.

Dunque abbiamo un dottore con un’amante. Abbiamo una moglie, anch’ella medico, che verrebbe avvelenata giacché, ricopio da una delle parti più da romanzo di Delly del verbale, il marito «non riesce ad astenersi dal suo proposito omicidiario, in preda com’è a quell’irrefrenabile e morboso desiderio della propria amante».

I romanzi di Delly d’altra parte paiono consoni alle trascrizioni dei messaggi tra il presunto assassino e la presunta amante. Consapevole della scarsa accuratezza con cui nei verbali vengono trascritti gli scambi di messaggi, e della totale mancanza di senso del tono che governa i tribunali, ricopio uno dei messaggi di Lui all’Altra (mesi prima del decesso della moglie) pregando i lettori di considerarla letteratura e non cronaca giudiziaria. Maiuscole come da verbale e quindi – forse – da afflato poetico del mittente: «Amore scusami Ma l’Amore per Te mi fa dimenticare che mi hai smollato e Ti sei chiamata fuori. E quindi l’Amore stesso, il Desiderio, il Pensiero e tutto il resto corrono a Te Come Sempre Te che da Sempre sei l’oggetto dei miei pensieri Più Belli e dei progetti più importanti». Ma anche «Entrambi abbiamo captato della magia reciproca».

Diceva Fernando Pessoa che tutte le lettere d’amore sono ridicole, non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole; e non sapeva, Pessoa, cosa sarebbe successo con la messaggistica istantanea, roba che le lettere in confronto erano il livello Cern della comunicazione. Né sapeva che sarebbe arrivato il momento in cui mi sarebbe toccato leggere, in un documento giudiziario, che c’è una circostanza che avrebbe verosimilmente spinto il marito al gesto inconsulto: l’amante l’aveva bloccato su WhatsApp.

Sempre con tutta la tara che va fatta alle trascrizioni e a comunicazioni private che leggiamo senza conoscerne i codici interni, mi piace molto anche la parte Alex Forrest in cui l’Altra scrive «Mando anche qualche vocale a tua figlia? Anche a tua moglie potrebbero molto piacere forse».

Non ci sono solo le parti in cui il verbale sembra scritto dai fratelli de la Rosière; o quelle in cui è un rifacimento di “Attrazione fatale”; non ci sono solo i dialoghi da “Cime tempestose” figli di questo tempo in cui i sessantenni hanno l’emotività dei quindicenni, «Non ti scrivo per scompensarti Giampaolo, ti scrivo per liberarti da dubbi e problemi atroci. Tu sei stato la “cosa” più bella della mia vita ma da un po’ non lo sei più, da troppo ormai», «Non mi hai scritto x scompensarmi. Mi hai semplicemente affossato ed ucciso»; ci sono anche quelle in cui fa rivoltare Calvino nella tomba: i testimoni non vengono interrogati ma «escussi».

Ma la linea autorale Delly prevale, nel chiosare pagine e pagine di scambi WhatsApp – di fronte ai quali il contribuente medio si chiede solo: ma questo disgraziato sarà stato di guardia? cioè io vado a farmi visitare in ospedale e, come fosse una puntata di “Grey’s Anatomy” ma senza le intuizioni diagnostiche geniali, il medico di turno sta pensando ai suoi amorazzi come avesse sedici anni invece di sessanta? – con le parole d’un magistrato che da grande voleva evidentemente fare il librettista d’opera: «Sicché – deve sottilinearsi – è un uomo infingardo, frustrato e braccato quello che siede a tavola con Linsalata quella sera».

I dettagli di questo verbale, se volete il mio parere per l’avvio d’una produzione televisiva, richiedono più stagioni. Lo sceneggiato includerebbe anche l’uccisione della suocera, ragione per cui l’oculista è stato arrestato tre anni e mezzo dopo la morte della moglie. Perché, se prima di far fuori la moglie ha fatto fuori pure la suocera, c’è l’eventualità di commettere nuovamente il reato; e perché i tempi di reazione della giustizia italiana sono quelli di tendini mozzi.

La perquisizione a casa dell’oculista viene fatta a marzo 2020 (la morte della Linsalata è dell’ottobre 2019), e il verbale, invece di dire «non abbiamo trovato anestetici perché anche il più fesso in cinque mesi si libera dell’arma del delitto», riporta trionfalmente di aver trovato ibuprofene e Toradol con dicitura «per uso ospedaliero»: se tutti i medici che si servono delle forniture ospedaliere come fossero la loro farmacia gratuita fossero assassini, cari inquirenti che evidentemente non avete un amico medico che sia uno, l’intero ordine dei medici sarebbe in galera per omicidio.

C’è anche, lo dico per un’eventuale puntata autoconclusiva di denuncia civile, la questione della raccolta differenziata. Quando la Linsalata dice alla sorella che il vino che le ha dato il marito era molto amaro, e sospetta lui la stia avvelenando, quella recupera la bottiglia dal bidone del riciclaggio in balcone e la fa analizzare. Vengono sì rinvenute tracce di benzodiazepine, ma la sceneggiatura potrebbe un po’ forzare enfatizzando un dettaglio di cronaca: la bottiglia era stata lavata, come dev’essere per le bottiglie che vanno nella raccolta del vetro. Nella finzione scenica, le tracce di benzodiazepina sarebbero sparite non per piano delittuoso ma per essere ligi alle normative bolognesi sulla raccolta di rifiuti.

Lo sceneggiato richiederebbe molte puntate, e alcune minuzie farebbero invocare tutti i premi possibili per gli sceneggiatori, che in realtà si sarebbero limitati a ricopiare i dettagli di cronaca. Magari a buttar lì l’ipotesi che, come già si sospetta per il caso Nigrisoli (evidente ispirazione di Gillian Flynn nella scrittura di “Gone Girl – L’amore bugiardo”), la defunta si sia suicidata facendo in modo che gli indizi incastrassero l’insopportabile marito.

Ma, soprattutto, a portare sullo schermo dettagli fattuali insuperabili, particolari che nessuna fantasia di sceneggiatore azzarderebbe. I famigliari sospettano l’omicidio perché Linsalata viene trovata a letto in reggiseno e mutande, mentre lei di solito usava il pigiama. «Nella coppa sinistra del reggiseno indossato da Linsalata venivano trovate: un santino in tessuto marrone con cordino raffigurante un’immagine sacra e, sempre sul reggiseno, fissate con delle spille da balia, due medagliette con immagini sacre in metallo chiaro». Tutti gli uxoricidi bolognesi si somigliano, ma alcuni hanno lo stesso costumista della moglie del Gattopardo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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